Contratto tessile, è scontro: 12mila lavoratori mantovani a un passo dalla mobilitazione

Si arena la trattativa nazionale. Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil sul piede di guerra: «Confindustria vuole gestire in libertà esuberi e orari: nessun passo indietro»

MANTOVA. Tira aria di mobilitazione già dalle prossime settimane per i circa 12mila lavoratori tessili del Mantovano: il tavolo tra sindacati e Federazione delle imprese del tessile e della moda (Smi) per il rinnovo del contratto collettivo nazionale è ormai a un passo dalla rottura con Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil non disponibili «a scendere a compromessi per rinunciare ai diritti dei lavoratori in favore di una libertà dei datori di lavoro di gestire esuberi e flessibilità in autonomia, senza includere Rsu e sindacati territoriali nel processo decisionale e organizzativo». E, come avverte da Mantova il segretario generale della Filctem Michele Orezzi, «se le cose non cambieranno ci conquisteremo un dignitoso rinnovo del contratto e la riorganizzazione del settore con la mobilitazione e la lotta».

Scaduto il 31 marzo 2020, le trattative per il rinnovo del contratto, ripartite in autunno dopo la sospensione dovuta al lockdown, si sono arenate la settimana scorsa e lunedì la delegazione trattante sindacale ha steso un documento per aggiornare i lavoratori sui nodi irrisolti. Nodi che rischiano di pregiudicare la strada verso il rinnovo: in gioco c’è il ruolo stesso dei sindacati e delle rsu nelle decisioni su ristrutturazioni e organizzazione del lavoro. «Smi – si legge - chiede di poter gestire in modo unilaterale gli orari di lavoro riducendo il confronto con Rsu e sindacati territoriali, puntando ad accentrare le relazioni e indebolendo la contrattazione aziendale». Sul piatto: straordinario obbligatorio, gestione di orari, permessi, ferie e malattie così come l’elemento di garanzia retributiva che sostituisce il premio di produzione.


Spiega Orezzi che «il contratto del settore moda è il secondo per numero di occupati, il primo per numero di lavoratrici» e che «fin dalla presentazione della piattaforma sindacale alle controparti con la proposta per il rinnovo, avvenuta a cavallo del periodo pandemico, abbiamo avuto ben presenti le contraddizioni di un settore complesso, come quello della filiera tessile, le cui polarizzazioni di fatturato tra realtà si sono ulteriormente allargate con gli effetti pandemici». Il punto però «è che – aggiunge – da parte nostra, il presupposto a qualsiasi confronto era non nascondere la polvere sotto il tappeto e trovare soluzioni condivise basate sulla massima responsabilità tra le parti. I fatti dell’ultima settimana dimostrano che Confindustria Moda non ha nessuna voglia di gestire insieme ai lavoratori, e alle loro rappresentanze, sia il prossimo periodo sia la trasformazione del settore che sarà inevitabile dopo la pandemia e le sue conseguenze. Ne prendiamo atto senza però fare mezzo passo indietro e rimandando questo atteggiamento irresponsabile al mittente». Insomma, sottolinea il segretario generale Femca Gianni Ardemagni «siamo in un momento molto delicato e a distanza di cinque mesi le posizioni delle parti sono molto distanti». Nonostante questo «ci stiamo sforzando – prosegue – per mantenere il dialogo e la trattativa aperta, dentro uno schema di responsabilità sociale, per individuare spazi che permettano di arrivare a un accordo per un settore che ha subito in modo importante la crisi legata alla pandemia e che oggi occupa ancora circa 420mila lavoratori, di cui alcune migliaia nel nostro territorio e in particolare nell’area di Castel Goffredo».

A confermare il «punto di sostanziale rottura» è anche il segretario generale Uiltec Giovanni Pelizzoni che entra nel dettaglio: «Le aziende insistono nel tentativo di modificare i criteri previsti nelle procedure di licenziamento collettivo e di avere mano libera in tutte le realtà senza confrontarsi come prevede la norma con il sindacato e le Rsu. Vogliono licenziare privilegiando i criteri tecnici organizzativi rispetto a criteri oggettivi come anzianità di servizio e carichi familiari. Una posizione inaccettabile: non siamo disposti a cedere diritti in cambio di partite economiche, non è la libertà di licenziare che rilancia le imprese tanto più in un momento così particolare, attutito solo dal blocco dei licenziamenti». Il messaggio è chiaro: «Saremo costretti a mobilitarci se la controparte non recede e riprende un dialogo costruttivo e condivisibile».

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