Fanghi tossici, la rabbia dei sindaci: «Cambiare le regole sui controlli»

Volpi: «Danno alla salute pubblica ma abbiamo le mani legate». Perini: «I sospetti c’erano da tempo»

ALTO MANTOVANO. Vai tu a sapere cosa ci finisce davvero nei campi. I controlli? Discorso complicato, impossibile verificare zolla per zolla, soprattutto in contesti prettamente agricoli, in paesi con piazza, chiesa e municipio in un fazzoletto di terra e per il resto tanta campagna. Sembra populismo a buon mercato, generalizzazione figlia del sentire dire maligno e da bar, e invece ieri mattina nell’Alto Mantovano uno dei sentimenti prevalenti era proprio l’incertezza: chissà se l’inchiesta che ha scoperchiato un imponente traffico di rifiuti illeciti spacciati per fertilizzanti include tutti (o quasi) i casi di sversamento criminale della zona. Il dubbio è venuto anche ad alcuni sindaci: loro, per legge tutori della salute pubblica, sono arrabbiati e rilanciano, perché vorrebbero poter disporre controlli veloci, magari a campione ma comunque abbastanza rapidi da evitare la beffa di arrivare tardi, quando il materiale è già bello che sotterrato.

«Il problema esiste – attacca il sindaco di Castiglione, Enrico Volpi – purtroppo lo sapevamo anche prima dell’inchiesta. Il punto è che non abbiamo gli strumenti adatti per evitare tutti gli sversamenti illegali: la certificazione di conformità del materiale utilizzato non basta, così come non è sufficiente effettuare verifiche in loco solo giorni dopo l’attivazione della pratica di controllo». Ma allora che si fa? «Un’idea potrebbe essere obbligare l’agricoltore a dichiarare cosa utilizza nel terreno – propone il primo cittadino castiglionese – il Comune dovrebbe ricevere il certificato di conformità e anche un campione del materiale: poi, su base annuale, un po' come succede per le pratiche urbanistiche, un 10% dei casi verrebbe verificato. Sarebbe un ottimo deterrente».

Nella maxi operazione dei carabinieri forestali di Brescia conclusa lunedì si punta la lente d’ingrandimento su 12 milioni di euro di profitti illeciti finiti a sette società, frutto di 150mila tonnellate di fanghi contaminati spacciati come concime e smaltiti su circa 3mila ettari di terreni agricoli. Coinvolte anche le campagne di Canneto, Asola, Ceresara, Casalromano, Volta Mantovana, Cavriana, Castiglione e Casalmoro. Era su questi terreni che, secondo l’accusa, un imprenditore asolano, il 47enne S.C., amministratore di un’azienda agricola intestata al padre, spandeva i liquami inquinati.

«Era ora che qualcuno intervenisse – tuona Franco Perini, sindaco di Casalmoro – I sospetti c’erano, da anni. Se io inoltro una segnalazione all’Arpa e i tecnici vanno a verificare i terreni dopo giorni e giorni difficilmente troveranno qualcosa: servono interventi tempestivi, non si può contrastare un fenomeno tanto pericoloso per la salute pubblica soltanto con il regolamento comunale sui fanghi».

La rabbia dei municipi, ovviamente, non deve però far perdere di vista un concetto basilare, e cioè che, come dice Nicolò Ficicchia, primo cittadino di Canneto «il 99% degli agricoltori lavora nella legalità. Spero che la giustizia faccia il suo corso e che i colpevoli vengano puniti in maniera esemplare».

«Io sono figlio di agricoltori – aggiunge il sindaco di Asola, GiordanoBusi –. Quanto emerso dall'inchiesta dei carabinieri è terribile. Chi ha sbagliato deve pagare». 

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