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Via alla nuova stagione di Confindustria Mantova. Bianchi: saremo la spinta al cambiamento

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Il presidente inaugura la seconda metà del suo mandato con un’operazione rilancio dell’associazione di via Portazzolo Sulle prospettive di ripresa post-Covid: «Il tessile patirà per altri sei mesi, servono sostegni per evitare gli esuberi»

MANTOVA. Mentre gli altri settori sono in ripresa la crisi del tessile durerà «ancora almeno sei mesi» e nel frattempo «servono sostegni per evitare di dover rinunciare a professionalità che ci serviranno domani». A metà del suo mandato il presidente di Confindustria Edgardo Bianchi, ad di Lubiam, avvia un’operazione di rilancio di via Portazzolo e in questa intervista traccia un quadro sulle prospettive di ripresa economica del territorio e dice la sua su crisi Corneliani e blocco licenziamenti.

Presidente, ci spieghi come cambierà Confindustria

«Da quando mi sono insediato ho cercato di capire cosa poteva essere migliorato e mi ha aiutato molto il cambio della direzione che ha portato energie e visioni nuove. Ho puntato su una persona che venisse dal mondo delle imprese per avvicinare il più possibile l’associazione alle esigenze degli associati con servizi sempre più efficienti ed efficaci. È un percorso che comporta un nuovo modo di lavorare e di rapportarsi con gli associati in un ruolo di sostegno e spinta. Dobbiamo essere da spinta all’innovazione, dei precursori, quelli che capiscono ciò che succede, quale strada va seguita e indirizzano le aziende. Punteremo di più sui territori con visite continue dei funzionari, sul lavoro in team e sulla formazione per essere sempre più competenti».

La crisi Covid ha colpito il suo settore, quello della moda, più di altri: quali le prospettive di ripresa?

«La pandemia ci ha portato a riflettere su quanto fragile sia il nostro sistema economico. Il Covid però non ha colpito tutti nello stesso modo. I dati dell’ultimo trimestre mostrano tutti i settori in ripresa sul 2020 tranne il tessile-abbigliamento. Nella nostra provincia il tessile segna un -6% e l’abbigliamento un -15%. Interrompere i consumi da un momento all’altro determina conseguenze drammatiche in un settore che ha tempi molto lunghi e sappiamo già che soffrirà almeno per i prossimi sei mesi. D’altra parte la pandemia ci ha spinto a pensare ad altri modi di vendita e l’online è un tema importante. Penso però che non sarà la fine della distribuzione come noi la intendiamo: non appena i lockdown sono finiti è tornata la voglia di acquistare in negozio perché lo shopping è anche un momento di svago. Siamo fiduciosi per il futuro, qualcosa è cambiato e cambierà ancora ma c’è un ritorno alla voglia di vestirsi in modo elegante. I consumatori si stanno orientando su classico e a formale rispetto al trend pre-Covid che andava verso il comfort».

Quali i settori in ripresa e quanto è serio il problema materie prime?

«I settori che vanno bene in questo momento sono siderurgia, distretto del legno, la chimica, l’alimentare, l’edilizia che è in ripresa del 10%. Per tutti c’è però in questo momento il problema delle materie prime con l’aumento dei prezzi e la minore disponibilità. Bisogna capire se si tratta di azioni speculative che nel tempo verranno a scemare o di un problema strutturale. Nel mio settore ad esempio parliamo di azioni speculative».

Il decreto Sostegni-bis è stato ed è al centro del dibattito politico per la fine del blocco licenziamenti e della Cassa Covid: cosa ne pensa?

«Capisco la posizione di Confindustria e la condivido: molte aziende stanno uscendo dalla crisi e hanno bisogno di tornare a una situazione di normalità, di capire cosa li aspetta, di ristrutturarsi per poi adottare strategie di crescita e investimento. La fine del blocco dei licenziamenti è una richiesta logica. Nello stesso tempo esistono settori, come il tessile-moda, per i quali la crisi andrà avanti ancora mesi e interrompere la cassa Covid è un problema. Sappiamo che torneremo ai volumi pre-Covid ma non nel breve periodo e abbiamo bisogno di un sostegno per non dover procedere a licenziamenti rinunciando a competenze che difficilmente troveremo domani. Il decreto ora prevede la cassa ordinaria senza contribuzioni: anche se riduce la possibilità di far fronte un domani a ulteriori cali di ordinativi, è una soluzione che media le esigenze. Non era accettabile interrompere a giugno la cassa Covid e prorogare il blocco dei licenziamenti sino a fine agosto. Io avrei prorogato per alcune aziende il blocco insieme alla cassa emergenziale: aiutavi i settori in difficoltà e lasciavi liberi quelli già in ripresa. C’è comunque un aspetto di cui non si parla: le politiche attive sono fondamentali per ricollocare chi ha perso o perderà il lavoro e far ripartire il sistema. Servono competenze e flessibilità dei contratti di lavoro. È un argomento delicato ma la realtà dice che per un’azienda in un momento di grande incertezza assumere a tempo indeterminato è difficile e un sistema di contratti rigido fa male sia all’impresa sia a chi cerca lavoro».

L’altro giorno al presidente Fontana lei ha ricordato il gap infrastrutturale della nostra provincia e lo stallo della Zls per il porto di Valdaro...

«Il ruolo del pubblico è creare le condizioni perché il privato possa svolgere attività economica in modo competitivo. Qui queste condizioni mancano perché mancano le infrastrutture: negli ultimi 40 anni non si è fatto nulla, abbiamo l’A22 che è stata finanziata con i soldi del territorio. In questi anni, mentre in Lombardia e nel resto del nord Italia la rete autostradale si è ampliata notevolmente, qui non è accaduto. Abbiamo una via fluviale unica, di importanza strategica a livello europeo, ma il progetto della Zls che abbiamo portato avanti in Regione Lombardia ha l’iter ancora fermo. È un progetto che va nella direzione della sostenibilità e dell’intermodalità e ha tutte le caratteristiche per andare incontro alle esigenze che il Pnrr ci detta per lo sviluppo dei territori».

Quella della Corneliani è stata la più grande crisi industriale del Mantovano negli ultimi anni: la soluzione con lo Stato imprenditore può essere applicata altrove?

«È una soluzione estremamente positiva per il nostro territorio e le istituzioni locali e la politica si sono mosse molto bene. Ma come imprenditore non la vedo come una soluzione da riproporre, l’intervento dello Stato storicamente in Italia non ha mai portato grandissimi risultati e spero che questa sia un’eccezione. C’è però da dire che è un caso particolare, con problematiche che non hanno reso agevole trovare altre vie d’uscita per salvare competenze e un valore che non ci potevamo permettere di perdere come territorio e come Paese. Si tratta di un’impresa che ha fatto una parte della storia dell’abbigliamento italiano e tutt’ora muove un indotto non indifferente. Questa soluzione ha dimostrato comunque un’attenzione nuova dello Stato a uno dei pilastri dell’industria italiana con numeri importantissimi dal punto vista dei fatturati e occupazionali».

In cosa dovrebbe tradursi questa nuova attenzione?

«Spero possa essere l’inizio di interventi strutturali a tutela di un settore che soffre problemi come quelli della contraffazione ed è giusto che sia tutelato come altri. Un settore che più di altri vive le ciclicità delle crisi e in certi momenti ha bisogno di sostegni per tutelare una filiera unica. Contiamo in un intervento soprattutto per l’Alto Mantovano che sta soffrendo di più. Bisogna tutelare i settori non con assistenzialismo ma dando loro la possibilità di riprendersi».

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