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Si rompe la trattativa sul contratto tessile, stato di agitazione per 12mila addetti

PNT PHOTOS Mantova - Daniele Pontiroli

Filctem, Femca e Uiltec: non sono lavoratori di serie B. Stop agli straordinari, verso iniziative di protesta provinciali

MANTOVA. «Non siamo lavoratori di serie B». Da quasi un anno e mezzo senza contratto nazionale, sono circa 12mila nel Mantovano e 450mila in tutta Italia gli addetti del settore tessile-abbigliamento per i quali ieri i sindacati Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil hanno proclamato lo stato di agitazione dopo la rottura del tavolo di trattativa per un rinnovo atteso dal 31 marzo 2020. Nell’aria da settimane, la decisione è stata presa dalla delegazione trattante sindacale unitaria al termine dell’ulteriore confronto con le controparti della Federazione delle imprese del tessile e della moda (Smi): la mobilitazione, che prevede il blocco di orari di lavoro straordinario e flessibilità, si tradurrà anche in iniziative di protesta che saranno sviluppate e decise dai sindacati di categoria provinciali.

«Lo stato di agitazione – hanno dichiarano i segretari nazionali Sonia Paoloni (Filctem), Raffaele Salvatoni (Femca), Daniela Piras (Uiltec) – si è reso necessario dato lo stallo in cui versa la trattativa per il rinnovo del contratto nazionale, sia sulla parte normativa che su quella economica. Dopo quasi un anno e mezzo dalla scadenza del contratto nazionale di lavoro, con una pandemia che ha fortemente messo in crisi tanti lavoratori e le loro famiglie, riteniamo che la ripresa del settore passi anche attraverso il rinnovo di questo importante contratto, che interessa 450 mila addetti e che può sicuramente favorire la ripresa sostenendo l’intero sistema della moda con le sue filiere. Non possiamo accettare che i lavoratori del tessile abbigliamento siano considerati di serie B, e che debbano aspettare un anno e mezzo per il contratto. Anche perché lavorano in un settore che resta una colonna portante del made in Italy e che presenta una bilancia commerciale positiva. È quindi urgente assicurare loro in tempi rapidi un contratto moderno, dignitoso, innovativo».

Era gennaio 2020 quando a Bologna venne varata la piattaforma sindacale che da una parte affrontava i nodi e le contraddizioni aperte di un settore «dove spesso i grandi committenti strozzano la filiera delle aziende più piccole» e dall’altra, al capitolo salari, presentava la richiesta di un aumento di 115 euro sui minimi, tenendo conto della partita inflattiva. Ripartiti in autunno dopo la sospensione dovuta al lockdown, i negoziati si sono arenati il mese scorso con Confindustria Moda che chiedeva «di poter gestire in modo unilaterale gli orari di lavoro riducendo il confronto con Rsu e sindacati territoriali, puntando ad accentrare le relazioni e indebolendo la contrattazione aziendale» avevano fatto sapere i sindacati dicendosi non disposti «a scendere a compromessi per rinunciare ai diritti dei lavoratori in favore di una libertà dei datori di lavoro di gestire esuberi e flessibilità in autonomia». Nodi sul piatto che sono che sono ancora tutti lì: dallo straordinario obbligatorio alla gestione degli orari, dai permessi alle ferie alle malattie così come l’elemento di garanzia retributiva che sostituisce il premio di produzione. Nodi che già poche settimane fa avevano visto i rappresentanti dei lavoratori mantovani del settore annunciare alla Gazzetta: «Se le cose non cambieranno ci conquisteremo un dignitoso rinnovo del contratto e la riorganizzazione del settore con la mobilitazione e la lotta». E a quanto pare andrà così mentre questa rottura rischia di veder partire in salita il tavolo del 16 tra sindacati e associazioni d’impresa per salvare il tessile mantovano.

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