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Il consulente conferma: «Terapie inadeguate e ritardi negli esami»

Il caso di Maurizio Cantore, primario di Oncologia al Poma, sotto accusa insieme a tre colleghi per omicidio colposo, lesioni aggravate e falso in atto pubblico

MANTOVA. Terapie discutibili e ritardi «inaccettabili» negli esami necessari per le diagnosi. Lacune nella documentazione e una pagina di una cartella clinica sostituita «per giustificare la terapia locoregionale che invece non era clinicamente adeguata».

Non hanno lasciato molto spazio all’immaginazione le parole di Simone Mocellin, il chirurgo oncologo consulente della procura nel processo per omicidio colposo, lesioni aggravate e falso in atto pubblico che vede alla sbarra Maurizio Cantore, 62 anni, primario del reparto di Oncologia e i medici Roberto Barbieri, 53 anni di Parma, Carla Rabbi, 61 anni e Maria Donatella Zamagni, 64 anni (una quinta è stata assolta in separata sede con rito abbreviato «per non aver commesso il fatto»).

L’indagine era nata cinque anni fa dopo un esposto presentato in procura da due oncologhe, Francesca Adami e Beatrice Pisanelli che, in un primo momento, erano state allontanate dal reparto perché in disaccordo con il primario sulle terapie adottate su una parte dei pazienti. A suscitare la protesta dei due medici sarebbe stato l’utilizzo intensivo di pratiche chemioterapiche cosiddette locoregionali – con la somministrazione di farmaci antineoplastici ad alte dosi in specifiche aree anatomiche – anziché quello di farmaci mirati di ultima generazione, più costosi ma secondo loro più efficaci.

La procura ha analizzato le cartelle cliniche di tre anni, dal febbraio 2014 quando si insediò Cantore, fino al febbraio di quattro anni fa. Esaminata la documentazione medica di 31 pazienti deceduti e di altri che avrebbero avuto serie conseguenze. Decine i periti incaricati di studiare il procedimento. Tre, alla fine, i decessi considerati: Maria Clotilde Somenzi di Mantova, Arnaldo Ghidoni, affetto da carcinoma polmonare, e una donna di 53 anni di Castel d’Ario, ricoverata al Poma nel novembre 2014 e morta per carcinoma mammario.

Secco il giudizio del consulente, che non ha nascosto di essere rimasto sconcertato dalla mancanza di esami che sarebbero stati indispensabili per chiarire il quadro clinico dei pazienti. Nel caso specifico di uno dei tre pazienti poi deceduti, «con le terapie adeguate, e non certo con le locoregionali, avrebbe potuto vivere più a lungo». Nella prossima udienza sarà ascoltato un altro consulente del pubblico ministero. Poi la palla passerà alla difesa.

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