Omicidio di Stefano Giaron: «L’anziana madre torturata»

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In aula l’audizione del medico legale nominato dalla parte civile: «La donna trovata agonizzante con 70 lesioni e segni di strangolamento»

MANTOVA. Settanta lesioni: un buon numero, non mortali, da arma da taglio, altre da ecchimosi. È quanto il medico legale, Gabriella Trenchi di Verona, nominato dalla parte civile, ha riscontrato sul corpo di Lina Graziati, 80 anni, la madre di Stefano Giaron, il 51enne ucciso a coltellate dalla moglie Elena Scaini, 53 anni, nel loro appartamento di via Mozart il 6 ottobre scorso, al culmine di un litigio. L’anziana, che soffre di demenza senile ed è ora ricoverata in una struttura per anziani, era stata trovata ferita e sanguinante, tre giorni dopo l’omicidio, nella stanza accanto a dove si trovava il cadavere del figlio.

Ieri l’udienza a carico di Elena Scaini, accusata di omicidio volontario premeditato del marito e di lesioni gravi nei confronti della suocera. Nella prima parte della mattinata si è conclusa l’audizione dei testi della difesa Scaini.

Tra gli altri, hanno parlato una cugina e tre amiche di Elena le quali hanno ribadito le vessazioni, i maltrattamenti che Elena subiva di continuo dal marito, soprattutto quando era sotto l’effetto di alcol e droga. Una, in particolare, ha raccontato di aver visto Elena l’anno scorso «piena di lividi e con tre denti rotti». Un’altra ha spiegato al giudice Enzo Rosina, che presiede la Corte d’Assise, che più volte aveva invitato Elena a trasferirsi da lei per sottrarsi alla furia del marito, ma l’amica «aveva sempre rifiutato perché non voleva lasciare l’uomo solo con la suocera, perché temeva le facesse del male». Ha parlato anche una psichiatra del Cps, che aveva visitato la Graziati dopo i soccorsi: la dottoressa ha riferito che, nei giorni successivi l’omicidio del figlio, l’anziana invocava l’aiuto della nuora, la stessa accusata di averla ferita e abbandonata.

La difesa intende dimostrare, infatti, che Elena Scaini non è responsabile delle lesioni provocate all’anziana suocera. La stessa imputata, nell’udienza precedente, aveva dichiarato di aver ucciso il marito che voleva strangolarla, ma che non aveva fatto del male alla suocera. Aveva raccontato che Stefano, lo stesso giorno dell’omicidio, dopo aver assunto cocaina, aveva litigato con la madre in modo violento.

Aveva raccontato che, dopo aver assassinato il marito, era andata nella camera della suocera e l’aveva trovata insanguinata. «L’ho pulita e le ho cambiato la camicia da notte... poi non ricordo quello che ho fatto» erano state le sue parole.

Ieri in aula, il medico legale nominato dalla parte civile, ha tracciato un quadro scioccante delle ferite riscontrate sul corpo dell’anziana. «Ferite che mi fanno pensare ad una tortura».

La dottoressa Trenchi ha infatti descritto minuziosamente le 70 lesioni esaminate sul corpo di Lina Graziati: «Ferite da arma da taglio che non uccidono, ma inferte con lama affilata, sorta di graffi ed escoriazioni, e poi ecchimosi, in particolare al collo, compatibili con strozzamento a mani nude». Ferite su schiena, braccia, addome, testa, collo «risalenti a 2-4 giorni prima del ritrovamento della donna, ferite sanguinanti al punto che se l’anziana fosse stata trovata due giorni dopo sarebbe morta». Ora si tratta di capire da chi fossero state inferte queste lesioni. Secondo il medico legale, inoltre, la pensionata - trovata tre giorni dopo l’omicidio del figlio, sola in casa, in stato confusionale, disidratata e ferita - avrebbe riportato uno stress post-traumatico tale da peggiorare almeno del 40 per cento il suo stato di decadimento cognitivo.

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