L’ufficiale giudiziario assolto: non minacciò per avere il pass gratis

©StefanoSaccani2017

Puce era stato accusato di comportamenti ricattatori dal comandante dei vigili e dall’assessore Rebecchi

MANTOVA. Assolto per non aver commesso il fatto. Il giudice Antonio Serra Cassano ha cancellato con un colpo di spugna le ombre sul comportamento di Antonio Puce, l’ufficiale giudiziario portato in tribunale dopo un esposto del comandante della polizia locale di Mantova Paolo Perantoni e dell’assessore comunale Iacopo Rebecchi che lo accusavano di tentata violenza privata aggravata e continuata.

Nella sua veste di rappresentante sindacale della categoria, Puce si era presentato davanti al numero uno della polizia locale pretendendo per sé e per i colleghi dei pass auto gratuiti, o almeno scontati, per svolgere il proprio lavoro nelle ztl. Richiesta respinta perché non prevista dall’attuale regolamento comunale che – dal 2017 – impone a tutti, sindaco e amministratori compresi, il pagamento di 80 euro annuali, 60 in più rispetto alla tariffa richiesta fino al 2016.

Secco il no del comandante dei vigili, che gli aveva risposto che le auto che hanno in uso gli ufficiali giudiziari sono private e pertanto non possono essere rilasciati permessi gratuiti per la zona a traffico limitato.

Secondo la Procura, Puce si era presentato dal comandante che, sentendosi minacciato, aveva registrato la conversazione. Ascoltandola, la procura non aveva avuto dubbi: si tratterebbe di tentata violenza privata. «Tutte le volte che dovrò mettermi in contatto con gli inquilini da sfrattare chiamerò la polizia locale e convocherò i servizi sociali – avrebbe detto l’ufficiale giudiziario – vedremo cosa è conveniente per il Comune. Noi abbiamo un problema, il Comune ne avrà di più, glielo assicuro». Minacce, secondo la Procura, che aveva chiesto un anno di reclusione, «normale discussione», come è riuscito a dimostrare il difensore di Puce, l’avvocato Gianfredo Giatti, che chiedendo l’assoluzione, ha smontato le versioni contraddittorie dei testimoni dell’accusa.

«Perantoni, sentendosi minacciato, avrebbe dovuto interrompere la conversazione e avvertirlo che stava commettendo un reato».

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