Mantova, 40 anni fa una terribile esplosione e quattro morti: la tragedia della raffineria non si dimentica

Il 30 luglio 1981 lo scoppio di un serbatoio dell’Icip travolse gli operai che stavano lavorando: due delle vittime avevano sedici e diciotto anni

MANTOVA. Quarant’anni fa, il 30 luglio 1981, a Mantova si verificò il più grave incidente sul lavoro mai accaduto prima nel Mantovano. Quattro operai – di cui due giovanissimi, 16 e 18 anni – rimasero uccisi all’interno dell’allora raffineria Icip per lo scoppio di una cisterna, contenente olio combustibile, sulla quale stavano lavorando. Un fatto che destò una vasta impressione e che ancora oggi, a quattro decenni di distanza, rimane un ammonimento a non abbassare mai la guardia quando si tratta di sicurezza sul posto di lavoro.

Tre delle quattro vittime erano di città. Luigi Grandis, 43 anni abitava a Lunetta, Giovanni Savioli, 44 anni in centro, in via Mazzini, Massimo Zavanella, 18 anni, in via Nevers; la quarta e più giovane, Luca Sgarbi, 16 anni, a Bancole. Per ironia della sorte, i due ragazzi non erano dipendenti della raffineria Icip come i due più anziani: lavoravano per una ditta esterna di Ferrara a cui la raffineria aveva affidato la manutenzione degli impianti. Entrambi erano figli, però, di dipendenti Icip. Massimo aveva già trovato un posto di lavoro alla Belleli come disegnatore e una volta terminato il rapporto con la ditta ferrarese (mancavano pochi giorni) avrebbe intrapreso la nuova carriera. Luca, invece, era uno studente e approfittava delle vacanze per raggranellare qualche soldo.

Grandis, sposato, due figlie, era entrato all’Icip nel 1961 mentre Savioli, anche lui sposato, una figlia, aveva iniziato in raffineria nel 1978. Due operai esperti a cui quel fatale 30 luglio era stato affidato il compito di riparare un tubo di scarico dei gas che fuoriuscivano da uno dei serbatoi contenenti olio combustibile e situati lungo via Brennero.

Con i due giovanissimi colleghi erano saliti sopra il serbatoio, alto 14 metri e con un diametro di venti, per saldare alcune solette in ferro che sostenevano il tubo da cui sbuffavano i gas. Era il tubo che sovrastava i sette serbatoi e che serviva per scaricare l’odore prodotto dalla lavorazione dell’olio. Era stato installato dopo le tante lamentale dei cittadini in Comune, sfociate in un’ordinanza del sindaco Usvardi. Si era, dunque, verificato un guasto che andava riparato al più presto per evitare altre puzze.

I quattro operai erano saliti al mattino sul serbatoio numero 105 e ci avevano lavorato fino a mezzogiorno; poi erano scesi per la pausa pranzo, per poi risalirci. Alle 13.50 la deflagrazione. Una scintilla sprigionatasi dal saldatore elettrico che stavano usando venne a contatto con il gas fuoriuscito da uno sfiatatoio e questo causò l’esplosione. Prima un sibilo, poi il boato e, quindi, la fiammata: ecco che cosa riferirono all’epoca gli atterriti testimoni. La calotta del serbatoio si sollevò di alcuni metri e gli operai, che si trovavano sulla pensilina circolare munita di ringhiera in ferro che circondava la calotta, furono sbalzati in aria violentemente. Tre di loro finirono a terra, a diversi metri di distanza. Agghiacciante la scena che si presentò ai primi soccorritori. Grandis morì sul colpo; i due giovani furono trovati in fin di vita: Zavanella si spense sull’ambulanza durante il tragitto verso l’ospedale mentre Sgarbi spirò nel reparto di Rianimazione un paio d’ore dopo. Il corpo di Savioli, invece, fu ritrovato solo in serata all’interno del serbatoio, risucchiato dallo spostamento d’aria causato dall’esplosione.

«Fu una giornata tremenda – ricorda con commozione Umberto Fioravanti, allora nella segreteria Filcea, la categoria dei chimici Cgil – ricordo bene i nomi e i volti delle quattro vittime. E anche la decisione di Luigi Zavanella, padre di Massimo e allora sindacalista, di rinunciare al risarcimento stabilito per il figlio e l’altro ragazzo: era una cifra molto bassa perché non essendo assunti non avevano una busta paga di riferimento. Ma non fu certo per quello che disse di no».

Quando la notizia dell’incidente «arrivò in Camera del lavoro – rammenta ancora – subito ci fu la mobilitazione dei lavoratori». Fioravanti partecipò anche ai funerali che si tennero in Duomo: «Fu un momento molto commovente, con tanta gente incredula a salutare le quattro vittime – ricorda – purtroppo da allora è cambiato poco e gli incidenti sul lavoro continuano ad accadere e riguardano spesso i giovani».

Seguirono tante polemiche sulla sicurezza in raffineria e sull’opportunità di affidare una delicata mansione su un serbatoio a due ragazzi, peraltro nemmeno dipendenti Icip. Di fronte a quei corpi straziati ci si chiese se l’accaduto fosse fatalità, oppure imprudenza o colpa di insufficienti misure di sicurezza. La risposta arrivò dal processo, ma oggi è il giorno del ricordo delle vittime.

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