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Morte De Donno, nessun biglietto trovato e aperta un’inchiesta: sequestrati pc e cellulari

L’ipotesi: logorato dalla lunga lotta alla pandemia e dalla controversa notorietà. Al vaglio eventuali responsabilità esterne. Le ultime parole: «Scendo a studiare»

MANTOVA. La sua ragione di vita era vivere in pace. Con se stesso e con gli altri, magari a costo di sacrificare parte di quella grande notorietà che lo aveva fatto diventare per alcuni mesi il primario più famoso d’Italia, quello che sparava proiettili al Covid con il calibro del plasma, il siero iperimmune che aveva tirato fuori da una soffitta ma che in uno scantinato era tornato dopo la bocciatura dello studio Tsunami.

Tanti elogi e attestazioni di stima, ma anche critiche dal mondo della medicina e a volte offese personali piovute come grandine dai social. Poi l’ultimo colpo, forse il più duro: l’uscita dal Carlo Poma, la sua casa per ventisette anni, per diventare medico di medicina generale. «Non ce la faccio più – aveva confessato agli amici più cari – sto male fisicamente ed emotivamente. Troppo stress, ma mi costa tanto, tantissimo lasciare tutto quello che ho costruito».

Giuseppe De Donno, 54 anni compiuti pochi giorni fa, non ha retto a tutto questo e martedì pomeriggio ha pensato che una corda potesse essere la via d’uscita da questa situazione di profonda angoscia. Ha atteso che la moglie Laura uscisse di casa e ha detto ai figli «Vado giù a studiare». Poco dopo a trovarlo ormai privo di vita è stata la figlia Martina, 20 anni, consigliere comunale a Curtatone, il Comune dell’hinterland dove vive la famiglia De Donno. Poco dopo è rientrata anche la moglie. Madre e figlia hanno sciolto il nodo, ma non c’era più nulla da fare. La disperata richiesta di soccorso al 118 e la constatazione del decesso dopo il tentativo di rianimazione. La salma è stata quindi trasferita alle camere mortuarie del Poma. La procura intanto, come atto dovuto, ha deciso di procedere con ulteriori indagini, aprendo formalmente un'inchiesta. La magistratura vuole capire se nel suicidio possano esserci responsabilità di terzi.

Martedì sera i carabinieri hanno sentito i familiari, la moglie e i due figli, mentre sono stati posti sotto sequestro i cellulari e il computer del medico. Sotto shock tutta la comunità mantovana e il mondo sanitario. De Donno, dopo aver abbandonato il primariato del Poma, dal 5 luglio era diventato medico di medicina generale a Porto Mantovano, con ambulatorio all’interno del centro polispecialistico Armonia. Il motivo del gesto resta al momento senza una spiegazione: lo pneumologo non ha lasciato alcuno scritto. Né in casa né nel suo nuovo ambulatorio, ispezionato subito dai carabinieri. Sulle cause, dunque, solo ipotesi che rimbalzano tra delusioni professionali e problemi personali acuiti da una situazione di profondo stress fisico ed emotivo. Il dottor De Donno almeno da settembre era molto affaticato e ha dovuto iniziare una terapia di supporto che in un primo momento sembrava aver dato qualche risultato, tanto da fornirgli il coraggio e la spinta di iniziare una nuova vita lontano dall’ospedale e sul territorio, come medico di base.

Ma il peso della lotta per dimostrare la bontà del plasma iperimmune lo avevano duramente provato e quando lo studio Tsunami in aprile aveva evidenziato che la terapia messa in atto al Poma non aveva ridotto il rischio di peggioramento o di morte dei pazienti colpiti da Covid-19 aveva incassato il verdetto, non senza contraccolpi. Ma dietro alla corsa a dimostrare l’efficacia del plasma c’erano state nel frattempo anche le tante critiche mosse dal mondo scientifico a un medico sconosciuto che aveva rubato la ribalta di volti ben più noti. Lui, sensibile, diceva ai cronisti di avere comunque le spalle larghe, ma probabilmente non era così. In pochi mesi era salito sull’olimpo della medicina, almeno dal punto di vista mediatico, per poi sprofondare poco dopo nel tritacarne dei social, ai quali si era affidato un primo tempo e dai quali si era poi allontanato quando ha capito che non riusciva più a gestirli. Da lì è partita la discesa pericolosa che non è più riuscito a controllare. Finché la corazza di Iron Man, che aveva indossato in un profilo di Facebook durante la guerra al Covid-19, si è lentamente sbriciolata.

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