Buoni genitori anche quando diversi: «Mia figlia down adottata mi completa»

Entra nel vivo la prima edizione del Mantova Pride Festival e lo fa toccando uno degli argomenti più importanti e discussi del dibattito che ruota attorno all’orbita delle tematiche Lgbt+: la genitorialità

MANTOVA. Entra nel vivo la prima edizione del Mantova Pride Festival e lo fa toccando uno degli argomenti più importanti e discussi del dibattito che ruota attorno all’orbita delle tematiche Lgbt+: la genitorialità. Ospiti stamattina (31 luglio) nello spazio della Zanzara sono stati Luca Trapanese, la cui storia di adozione come padre single di una bambina, abbandonata e diversamente abile, ha fatto discutere parecchio, Carlo Tumino e Christian De Florio, coppia sposata che ha adottato negli Usa i gemelli Julian e Sebastian (autori del volume “Papà per scelta”).

«Abbiamo bisogno di essere rieducati alla diversità e alla disabilità – è il messaggio che Luca Trapanese lancia nel suo nuovo libro – vi stupiremo con difetti speciali. Da sempre combatto lo stereotipo del padre eroe che ha adottato una bambina con la sindrome di down. La madre non era pronta ad esserlo. Le coppie etero contattate erano impreparate e io avevo da tempo un forte desiderio di essere genitore. Alba non ha messo in crisi il mio mondo, lo ha completato».

Anche Carlo e Christian ricordano che «essere genitori non è questione di sangue, cosa che sembra essere imprescindibile nel modo di vedere l’essere genitori nel nostro paese. Negli Usa abbiamo notato che ciò che conta è la responsabilità che quando diventi genitore entra in gioco nei confronti dei figli. Su questo va costruita la genitorialità, ed è ora di dirlo chiaramente: l’aspetto del sangue, della perfezione di mamma e papà e delle attese della famiglia sono lo spauracchio che viene sbandierato ogni volta che nel nostro Paese si affrontano questi temi».

E a chi chiede, fra il pubblico, un aiuto per trovare un nuovo linguaggio che possa far comprendere e descrivere queste nuove forme di genitorialità, i tre ospiti offrono tre termini chiave: «Vocazione – spiega Trapanese – che mi fu fatta notare da madre Teresa di Calcutta quando la incontrai, suggerendomi di dedicarmi a ciò che per me conta». E poi «istinto e fedeltà» indicano Carlo e Christian, ricordando come «la fedeltà a se stessi sia alla base del rispetto verso la nostra felicità, dimensione necessaria per vivere bene, mentre l'istinto, in ognuno di noi, è diverso e non dipende dalla diversità di genere».

Proprio su questo aspetto si concentra il dibattito. «Queste nuove forme di genitorialità hanno anche il compito di farci superare la visione mammocentrica della famiglia e devono aiutare a superare una visione della donna angelo del focolare e dominata, fin dalla nascita, dall'istinto materno».

«Gli esempi sono importanti e qui a Mantova con il festival state lanciando un messaggio importante che in grandi città come Napoli e Bologna è difficile trovare» ricorda la fotografa Luciana Passero che a primavera ha lavorato sui volti dei militanti mantovani dell'Arcigay, esposti nella mostra Mantova Queer Underground.

«Siamo qui perché abbiamo saputo del festival dai social – commentano Marina Santini e Vanessa Parisi, volontarie del festival che arrivano da Milano e Monza – crediamo che questo contesto sia importante per ampliare e discutere questi temi. L'omofobia, purtroppo, è ovunque ma, come afferma la poetessa Blaga Dimitrova, «Nessuna paura che mi calpestino. Calpestata, l'erba diventa un sentiero».

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