«Libertà d’amare al tempo dell’arcobaleno»: il festival di Mantova chiude e rivendica diritti per tutti

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Si chiude la prima edizione del Mantova Pride Festival e il bilancio tracciato dagli organizzatori è molto positivo. «La città ha risposto bene e i nostri eventi sono quasi stati tutti sold out – spiega Diego Zampolli, presidente dell’Arcigay La Salamandra – senza dimenticare la straordinaria partecipazione di oltre sessanta volontari che sono arrivati da molte parti d’Italia e, in un caso, dalla Svezia.

MANTOVA. Si chiude la prima edizione del Mantova Pride Festival e il bilancio tracciato dagli organizzatori è molto positivo. «La città ha risposto bene e i nostri eventi sono quasi stati tutti sold out – spiega Diego Zampolli, presidente dell’Arcigay La Salamandra – senza dimenticare la straordinaria partecipazione di oltre sessanta volontari che sono arrivati da molte parti d’Italia e, in un caso, dalla Svezia. Il lavoro che abbiamo fatto di promozione ha funzionato e della nostra iniziativa si è parlato molto».

Un altro valore aggiunto di questo evento è stata proprio la città di Mantova, capitale dei Festival ma non solo. «Nelle grandi città è più facile discutere di questi temi e allo stesso tempo c’è anche più dispersione. Qui, invece, nella nostra realtà più contenuta abbiamo visto molta voglia di affrontare questi argomenti, e di avere accesso diretto alle testimonianze. Il fatto che ci siano stati molti giovani è davvero importante». L’attivismo mantovano ha fatto la differenza e questo è un aspetto che è stato sottolineato in tutti gli eventi di questa tre giorni. Non da meno è stata vincente la formula di realizzare momenti in presenza e in streaming, oltre alla scelta dei temi che sono stati discussi. Dopo le nuove forme di genitorialità, dibattito seguito anche sui social con grande interesse, ieri mattina è stata la volta de “Il capitale amoroso - Manifesto per un eros politico e rivoluzionario” con la giornalista Jennifer Guerra introdotta da Natascia Maesi, responsabile politiche di genere e formazione dell’Arci Gay nazionale. Un dibattito teorico di grande importanza e attualità che riporta in auge termini, autori e autrici (da Spinoza a Fromm, da Marx alla Braidotti) che hanno strutturato l’apparato critico e teorico del dibattito femminista, e non solo, negli anni ’70 e ’80.

«Essere qui è importante per arrivare ad un pubblico più ampio possibile – ha ricordato la Guerra – quello che io tratto è un tema fondamentale perché nel momento in cui noi parliamo di diritti Lgbtq+ parliamo anche della possibilità che le persone hanno di vivere liberamente il proprio orientamento sessuale e vivere fuori da imposizioni che orientano le relazioni. Il mio libro parla molto della difficoltà che le persone hanno nell’essere e nel sentirsi libere di amare, libere di avere delle relazioni. Nella comunità Lgbtq+ questo tema è ancora più importante e più urgente». Come le nuove forme di genitorialità possono e devono aiutare a ripensare il ruolo della donna, così allo stesso modo ripensare il sentimento dell’amore, afferma la Guerra, «al di fuori di una logica di consumo, attesa e ruolo ben definito dalla società tradizionale, permette di concentrasi sull’incontro e sul valore che ha il desiderio all’interno della formazione di qualsiasi tipo di coppia». Ed è così, recuperando Spinoza letto dalla filosofa olandese – ma di origini italiane – Rosi Braidotti che «il femminismo può essere ancora una chiave interpretativa utile per il riconoscimento del desiderio delle altre soggettività. È chiaro che questo processo è in contrasto con una logica del consumo amoroso e della struttura di coppia imposta e voluta da una società che ci impone di essere sempre più complici nella diffusione e trasmissione di questi valori normalizzanti» affermano la Guerra e la Maesi nel dibattito. «L'amore, dunque, è creatività, imprevedibilità e gratuità; tutti elementi che sono rigettati da questa società dell'utile che sempre più sembra orientata a rigettare l'amore in modo cinico» ricorda l'autrice bresciana in chiusura.

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