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Quel bisogno sventurato di avere un eroe

Il dipinto di sette madonnari sul sagrato del santuario di Grazie per ricordare De Donno

L’editoriale del direttore di domenica 1 agosto: “No, anche se sotto stress, non c’è ragione di affidarsi al miracolismo. Che significa avere fiducia non cieca ma motivata nella scienza”

MANTOVA. «Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi», scriveva Brecht nella sua “Vita” di un Galileo” ridottosi ad abiurare il copernicanesimo di fronte all’Inquisizione. Il bisogno di un eroe, che come Batman a Gotham City ci liberi dal Joker della pandemia, molti di noi lo vivono in questi troppi mesi di sofferenza, incertezza, confusione. Anche questo sentire può aiutarci a comprendere, senza voler entrare nella tragica vicenda personale, cosa ha impersonato e come sia divenuta sovraesposta la figura del compianto dottor De Donno. Che con il suo slancio e il suo spirito di sacrificio uniti a un’umana ambizione ha come calamitato le suggestioni e le speranze di chi non vedeva giungere una risposta certa, una cura, nei tempi in cui la nostra società è abituata ad avere un riscontro. Di chi giunge a negare (gridando a complotti, contestando per sentito dire le indicazioni di virologi e infettivologi) il valore della ricerca e l’esperienza pur breve della sua applicazione. Eppure, in una società in cui la scienza ha lo spazio sufficiente per la diffusione delle conoscenze per il bene collettivo, non vi sarebbe alcun bisogno di eroi. Perché non ci troviamo nella Roma del ’600, né viviamo i tempi in cui Brecht scrisse di Galileo, subito dopo Hiroshima, quando la sottomissione del sapere al potere dava vita anche a «una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo». No, anche se sotto stress, non c’è ragione di affidarsi al miracolismo. Che significa avere fiducia non cieca ma motivata nella scienza: che è un processo sociale, lontano da ideologismi e facilonerie, frutto di studi, prove, confronti e anche di errori. Il primo nostro sarebbe quello di non ascoltare, di venir meno alla responsabilità anche dei gesti quotidiani nell’attesa messianica di un salvatore. Che non arriverà, lasciandoci alle nostre sventure individuali o collettive.

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