Cracking Versalis: c’è il tavolo bis al Mise sui rischi dello stop

A distanza di quattro mesi dal primo incontro, torna a riunirsi il 15 settembre il tavolo governativo sull’annunciata chiusura degli impianti cracking e aromatici di Eni a Porto Marghera e sulle ripercussioni che questo comporterà anche sugli stabilimenti Versalis del quadrilatero padano, a partire da quello di Mantova con i suoi 950 dipendenti, e sul futuro della chimica in Italia

MANTOVA. A distanza di quattro mesi dal primo incontro, torna a riunirsi il 15 settembre il tavolo governativo sull’annunciata chiusura degli impianti cracking e aromatici di Eni a Porto Marghera e sulle ripercussioni che questo comporterà anche sugli stabilimenti Versalis del quadrilatero padano, a partire da quello di Mantova con i suoi 950 dipendenti, e sul futuro della chimica in Italia. Convocato dal ministero dello Sviluppo economico con azienda, istituzioni locali e sindacati confederali e di categoria Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil nazionali e territoriali, è stato preceduto lunedì 13 da un’assemblea generale convocata dalla Cgil veneziana con i lavoratori del petrolchimico di Marghera e delle imprese in appalto.

Assemblea da cui è emerso che sono ben 800 i posti a rischio tra addetti diretti e dell’indotto, durante la quale è stato ribadito il no a una politica dei due tempi con la «chiusura adesso e nuovi impianti di chimica verde forse domani» che «porta solo disoccupazione» così come il fatto «che chiudere il cracking significa decretare la fine anche dei petrolchimici di Mantova e Ravenna che dipendono da Venezia per la materia prima». È l’allarme che da mesi vede in campo anche i sindacati di categoria mantovani con le città del quadrilatero e i suoi stabilimenti mobilitati sin dal giorno dell’annuncio di Eni, coinvolgendo anche tutte le istituzioni, per bloccare la chiusura annunciata per il 2022 dell’unico impianto di cracking presente in pianura padana. Mobilitazione che nel maggio scorso aveva portato, all’indomani del primo tavolo governativo, i sindacati nazionali a proclamare lo stato d’agitazione in tutti i siti del gruppo «per far recedere Eni dalla scelta di abbandonare il nostro Paese» e dire no a qualsiasi «piano di riconversione che parta da uno smantellamento industriale, anche solo parziale, di Versalis».

Unica voce fuori dal coro in un fronte sindacale fino ad oggi compatto è in questi giorni quella della Femca Cisl di Venezia che ha dichiarato in un comunicato, così come riportato da quotidiani locali, che mantenere in vita il cracking di Marghera costerebbe mezzo miliardo di euro, che comunque rischierebbe di non ottenere le autorizzazioni ambientali avendo ormai 50 anni e che quindi sarebbe meglio puntare «su nuovi impianti nel rispetto della svolta verde».

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