Aiutare la vita tra Africa e Argentina, ostetrica e infermiera in prima linea

Il libro di Cristina Danielis edito da Gilgamesh racconta le esperienze vissute in prima persona. Ha iniziato a lavorare a Sustinente, poi al Poma e al consultorio familiare di Lunetta

MANTOVA. Alina, Aicha, Elisabeth. E ancora Maria, Celesta, Chadia. Nomi, volti, storie e vissuti che hanno incrociato il cammino di Cristina Danielis, infermiera professionale e ostetrica, in quarant’anni di servizio. Ha avuto il privilegio di essere “lo scrigno sicuro” delle confidenze di tante donne. Con alcune ha parlato, con altre si è fatta capire attraverso gesti, sguardi e sorrisi. Da Sustinente, dove ha iniziato a lavorare all’età di ventidue anni, all’ospedale di Mantova fino al consultorio familiare di Lunetta. E poi le esperienze in Africa e il rapporto speciale con l’Argentina, grazie al figlio Antonio, trasferitosi là nel 2016.

Danielis ha racchiuso in un libro intitolato “Nostalgia degli incontri. Frammenti di vita di un’ostetrica” (Gilgamesh) parte delle esperienze che la vita le regalato. Una decisione nata a dicembre di un anno fa, spronata da un’amica colpita dai racconti che l’autrice aveva iniziato a ripercorrere con tanto trasporto.

«Ricordo i primi periodi di lavoro a Sustinente con tenerezza - racconta Danielis - ero molto giovane e all’epoca vigeva ancora la figura dell’ostetrica comare; ho iniziato a seguire gli anziani e mi sono imbattuta in Celesta e suo marito, due figure che hanno catalizzato la mia attenzione». La prima prova affrontata da Cristina non è tardata ad arrivare. «Una mattina mi ha contattato Adriano, giovane che abitava con Maria, sua zia. La donna non stava bene e mi precipitai a casa. Grazie al nipote siamo riusciti a sdraiare la donna a terra. Le sue condizioni peggioravano e l’unica soluzione era praticare un massaggio cardiaco, in attesa dell’ambulanza. Maria arrivò in ospedale ancora in vita, anche se, pochi giorni dopo ci lasciò».

Da Sustinente a Lunetta. Qui Cristina ricorda ancora con commozione le storie di Alina e del figlio Thomas. «Alina è una ragazza albanese che ha subìto un distacco della placenta. In questi casi non è facile, invece, quella volta andò tutto bene». Grazie al suo lavoro ha avuto la possibilità di seguire le donne in più di una gravidanza. Donne con le proprie paure, ansie, emozioni e tradizioni culturali. Ed è questo il caso di Aicha, ragazza africana accorsa al consultorio per un malessere. «Stava partorendo. Mi resi conto che stava canticchiando una canzone della tradizione africana, scandendo il tempo con le dita in concomitanza con le contrazioni».

Storie a lieto fine, ma non solo. Diversi sono i vissuti di donne costrette a subire violenze tra le mura domestiche. E la fiducia che si instaura con l’ostetrica può essere decisiva. «Non posso dimenticare Chadia, marocchina, madre di quattro figli, sposata con un uomo autoritario. Un giorno chiese in consultorio un contraccettivo perché sarebbe stato complicato mantenere un eventuale quinto figlio. Suo marito se ne accorse e la picchiò. Tornò in ambulatorio, si confidò e, con grande forza, denunciò l’uomo che fu processato e condannato». Da Mantova all’Africa. Decisione presa in corsia. «Incrociai il mio primario ginecologo Gabrio Zacché in ospedale e mi propose di partire con l’equipe per Wamba, in Kenya. Era il 2005 e accettai subito. Non immaginavo che sarei poi ritornata in Africa per altre quattro missioni».

Tanti i ricordi e gli incontri fatti in Kenya, uno su tutti al lago di Turkana. «Ci siamo imbattuti in una tribù di centocinquanta persone che si nutrivano di pesce. A causa dell’alimentazione non equilibrata i bambini avevano una deformazione ossea all’altezza del ginocchio e non riuscivano a camminare correttamente. Dovevamo intervenire con operazioni per raddrizzare gli arti. Un anno dopo siamo tornati nello stesso luogo e uno dei bambini ci corse incontro: camminava senza problemi. Ecco, davanti a queste situazioni non puoi restare indifferente».

Il sorriso dei bambini e delle loro madri. Ragazze costrette a percorrere chilometri a piedi per recuperare acqua o per partorire da sole in mezzo al nulla. «In Africa ho imparato che la donna vive davvero in grande difficoltà. Il suo ruolo è fare figli e quando ha il ciclo mestruale è costretta ad allontanarsi dalla tribù. I mariti? Fanno una vita a parte». Come fare per impedire che le future mamme partoriscano in mezzo alla savana? «Per scongiurare questo rischio concreto le tribù vengono avvisate con cartelli fissati alle cortecce degli alberi per indicare la presenza di personale medico in ospedale. Oppure ci rechiamo direttamente noi tra le persone invitandole a presentarsi in reparto, senza aver timore».

Un’esperienza nell’esperienza vissuta da Cristina è stata visitare nella savana. Dall’Africa all’Argentina, Terra scoperta grazie al figlio Antonio, ormai domiciliato nei pressi di Posadas dal 2016.

«Lavorava per una Onlus, la quale gli ha proposto di recarsi in Argentina per fare una esperienza in un orfanotrofio. Ha accettato con entusiasmo e dal 2016 vive dall’altra parte del mondo; grazie a lui sono stata cinque volte in Argentina, spero presto di poter tornare e vivere anche io un’altra esperienza da custodire per sempre». 

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