La scelta di Ernestina, missionaria mantovana laica: a 77 anni è tornata nella favela brasiliana

MDG 2015

SAN GIORGIO BIGARELLO. «Se Dio chiama, bisogna esser pronti a partire». Così, a 77 anni, con una salute incerta, Ernestina Cornacchia mercoledì ha preso un volo ed è tornata a Bahia, in Brasile dove l’attende un lavoro immane. Trent’anni di impegno, come missionaria laica, hanno fruttato scuole, centri sociali, cooperative popolari in uno dei quartieri più poveri della megalopoli. Né i due fratelli, Cleto e Maria, né il centro missionario diocesano e neppure il vescovo Marco Busca sono riusciti a trattenerla. E forse la voce degli ultimi, l’urlo che sale al cielo dalle favelas ferite dall’ingiustizia sociale, è quello che Ernestina si porta dentro e che la obbliga a riattraversare l’oceano.

Nata durante la guerra, nel 1944, in una famiglia contadina e religiosa di cinque fratelli, Ernestina inizia lavorando la terra. Fa le scuole serali: la casa è povera, ma una minestra per chi sta peggio è sempre pronta.

Sono gli anni del Concilio Vaticano II, del rinnovamento della Chiesa. Ernestina lascia i campi e diventa assistente sanitaria. Sogna di aiutare i poveri in Africa. Racconta: «Mio padre mi sconsigliava dicendo: “Lascia stare gli africani, noi bianchi siamo la loro rovina”». Lei capisce il messaggio di saggezza che viene da quel mondo contadino e in Africa ci va, nel 1984, perché vuole un mondo più giusto.

L’impatto, nel Rwanda che cova la guerra civile, è devastante. Tocca con mano «il cancro dei poveri portato dalle multinazionali». Torna a casa dopo quattro anni, ma quella voglia di ribellarsi all’ingiustizia si fa ancora più pressante. L’occasione la dà il destino. Un viaggio in Brasile con alcuni sacerdoti della diocesi mantovana. A Salvador, capitale dello stato di Bahia, ritrova quell’Africa che ha lasciato. È una chiamata. E così Ernestina rifà le valigie e nel 1991 sale su un aereo per il Brasile.

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Le favelas sono peggio dell’Africa. Lei sceglie di vivere nel quartiere più malfamato. Si schiera con la gente alla quale i palazzinari vogliono togliere le baracche. Scende in strada con loro, fa le barricate, brucia i copertoni. Poi installa una radio con la quale chiama a raccolta la gente per fronteggiare le ruspe. Il cardinale di Bahia è dalla sua: vieta di costruire chiese, ma solo cappelle, destinando i soldi delle offerte a creare scuole. È una guerra. «Con una mano ci si aiutava nel nome di Cristo, con l’altra si rivendicava» ricorda ancora Ernestina, che di giorno con la scusa delle scuole di ballo toglie i ragazzi dalla strada e di notte cura e porta chi sta male in ospedale.

Ernestina fa di tutto: insegna, cura, fa la sindacalista. Le fanno la guerra in tanti, ma non sanno di che pasta è fatta. E alla fine ottiene di costruire scuole dell’infanzia, centri sociali, una biblioteca, il centro sociale per il quartiere che ha 10mila abitanti, una cooperativa di donne. Anche la comunità di Salvador de Bahia deve riconoscerle i meriti e la premia con la cittadinanza onoraria, ammettendo i propri errori perché «la città le deve molto» dice la motivazione.

Tre mesi fa è tornata in Italia dopo le cure ospedaliere al centro San Raffaele di San Salvador. Avrebbe dovuto riposarsi in Italia e forse fermarsi per sempre, ma è di nuovo in Brasile. «Anche quella è la mia casa» ha detto salutando i fratelli.

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