Storie di ordinaria ferocia a Mantova: l’ex finisce ai domiciliari nel palazzo accanto

Più di 200 le donne prese in carico dai centri antiviolenza del territorio. Indice puntato contro le falle della rete: «Così si è vittime due volte»

MANTOVA. Per loro il lockdown non è mai finito: continuano a dibattersi nel perimetro della violenza quotidiana, tenute alla catena dalla paura. E chi trova il coraggio di spezzarla, la catena ostinata del terrore, deve accettare di farsi ancora vittima. Di chi (e di cosa)? «Delle istituzioni, dei servizi sociali che obbligano le donne alla mediazione con i maltrattanti, dei tribunali con i loro retaggi patriarcali» denuncia Claudia Forini, della cooperativa Centro Donne Mantova, che gestisce uno dei tre centri antiviolenza della provincia. È lei a raccontare di due storie esemplari di queste smagliature nella rete che dovrebbe proteggere le donne, e invece le lascia cadere. Due vicende che innescano rabbia e amarezza, soprattutto oggi che ricorre la Giornata internazionale della violenza contro le donne.

Due volte vittime

«Proprio in questi giorni un uomo maltrattante è stato scarcerato e messo agli arresti domiciliari vicino alla casa dell’ex compagna – riferisce Forini – ecco, adesso io ho paura di cosa potrebbe succedere, mi sento male soltanto a pensarci. E mi sento anche impotente, perché non posso farci niente, se non condividere il dolore, la preoccupazione, il dispiacere. La mancanza di formazione nei tribunali, questa incapacità di comprendere la differenza tra conflitto e violenza, è una cosa gravissima. Naturalmente, non è sempre così, ma il fenomeno della “rivittimizzazione secondaria” è in crescita. O, forse, emerge solo con più frequenza».

Due volte vittime, le donne di cui parla Forini, dei maltrattanti e di chi dovrebbe tutelarle, finendo per giudicarle attraverso la lente della colpa. E così, sempre più spesso, si rinuncia a denunciare. È successo a una giovane donna che si è rivolta al centro antiviolenza per raccontare, con dolore, di uno stupro, e poi, di fronte alla prospettiva di doversi giustificare pubblicamente, in un rovesciamento di prospettive e responsabilità, ha rinunciato.

A scoraggiare è anche la cronaca recente e feroce: molte tra le donne uccise avevano denunciato gli ex compagni, ma la circostanza non le ha messe al riparo. Al contrario, le ha esposte alla furia omicida. «Quando una donna se ne va di casa, si mette in una situazione di grande pericolo – scandisce Forini – per questo, se non è in protezione totale, la denuncia non serve. Devono esserci una rete strutturata e un piano individuale».

La violenza assistita

Le parole di Forini combaciano con quelle di Paola Mari, avvocato e presidente di Telefono Rosa, che gestiste un altro centro antiviolenza. «C’è una drammatica sordità alla violenza assistita da parte della magistratura civile – segnala Mari – in che senso? Il comportamento del maltrattante non è considerato come ostativo del suo rapporto con i figli nelle cause di separazione. Come invece dovrebbe essere, secondo la Convenzione di Istanbul».

Già, la violenza assistita è alla radice di tanti guasti nei bambini, esposti a modelli che tenderanno a replicare nella vita adulta. Non è un automatismo, ma quasi, sia per i maschi sia per le femmine. La falla è tanto più evidente quanto il fenomeno è in crescita: riferisce Mari un abbassamento dell’età delle donne prese in carico da Telefono Rosa, quasi tutte madri, e uno stato di disagio nei bambini sempre più spinto. Non va meglio sul fronte penale: «Il Codice rosso? La legge c’è e sarebbe efficace se fosse applicata – risponde Mari – ma sono tantissimi i casi di donne che hanno denunciato e dopo due, tre anni i loro procedimenti sono ancora aperti». La denuncia di Forini e Mari è appassionata, e traduce la necessità di una rete antiviolenza che sia davvero solida, a maglie strette.

Le cifre

A restituire le dimensione dell’emergenza sono le cifre, che pure raccontano soltanto di un lembo, un frammento di una ferocia più larga. Nei primi undici mesi del 2021 sono state oltre duecento le donne prese in carico dai centri antiviolenza della provincia: 78 dal Centro Donne Mantova, una sessantina da Telefono Rosa, 64 dal Centro aiuto alla vita (Cav), l’unico che offre anche un servizio di accoglienza in alloggi protetti. Nel dettaglio, il Cav ha accolto 37 donne (delle 64 prese in carico) con 34 figli: 12 sono state indirizzate dalle forze dell’ordine, 10 dai servizi sociali, 2 dall’ospedale, 7 hanno telefonato di propria iniziativa e 6 erano già presenti l’anno scorso.

A completare la numerologia, i dati dei carabinieri, che nel 2021 hanno denunciato 41 persone ed effettuato 8 arresti. Numeri che sollecitano a un impegno quotidiano, anche di prevenzione tra gli adulti di domani. Perché panchine e scarpe rosse non fioriscano soltanto il 25 novembre.

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

Ponte di San Benedetto Po, l'attesa del varo

La guida allo shopping del Gruppo Gedi