Nel limbo la sanatoria delle badanti: a Mantova oltre 600 aspettano la chiamata

L’attesa infinita: dopo quindici mesi su 2.520 domande consegnati solo 941 permessi di soggiorno

MANTOVA. Doveva aiutare gli stranieri a emergere dal lavoro nero: li ha sprofondati nel limbo di un’attesa infinita, dove annaspano anche i diritti. Così la sanatoria prevista dal decreto legge Rilancio, approvato l’anno scorso in piena emergenza sanitaria. Quindici mesi dopo, l’iter procede ancora a scossoni, frenato da una burocrazia estenuante, che rende accidentato anche il racconto di questa ennesima beffa italiana. L’affanno è nei numeri: secondo gli ultimi dati della Prefettura, aggiornati all’1 dicembre, le 2.520 domande presentate a Mantova si sono tradotte in 1.858 convocazioni, che in 941 casi sono approdate al permesso di soggiorno. Le istanze con istruttoria in corso, invece, sono 662.

Per inciso, la colpa di questo affanno non è dell’ufficio territoriale del governo, è un guasto di sistema che riverbera il peccato originale di una sanatoria nata storta, perché circoscritta ai settori agricolo, domestico e dell’assistenza alla persona. Con buona pace degli “invisibili” impiegati in edilizia o nel commercio.

Morale, è la sanatoria stessa che ora necessiterebbe di essere sanata, come annota Kirandeep Kaur di Anolf: l’acronimo sta per Associazione nazionale oltre le frontiere, animata da un gruppo di immigrati nel perimetro della Cisl. Tra i servizi offerti, anche l’assistenza nelle pratiche di emersione/regolarizzazione.

Passo indietro: sono due i canali previsti dal decreto Rilancio per sbiancare il lavoro senza diritti. Il primo, che poggia sugli sportelli delle prefetture, doveva essere attivato dal datore, in presenza di un rapporto irregolare o di una proposta di assunzione. Una volta presentata, per procedere e tradursi in convocazione, la domanda deve ottenere il disco verde dell’Ispettorato del lavoro e della Questura.

«Le criticità? Ci sono tantissime pratiche ancora ferme all’Ispettorato – risponde Kaur – le convocazioni della Prefettura, invece, hanno accelerato a partire da giugno». Eccola, la prima strozzatura. Che rischia di annodarsi in un groviglio ostinato: «Se, in caso di parere negativo da parte dell’Ispettorato del lavoro, chiediamo un riesame, integrando la documentazione, ci tocca aspettare altri mesi». E dietro ai numeri c’è la sofferenza di tante persone sospese, quasi interrotte da questa attesa. Se, nel corso dell’iter, una badante irregolare si ritrova senza più datore, perché la persona che assiste muore, non può essere riassunta finché la sua pratica non è definita. E questo è solo uno dei casi possibili. «Il disagio non è soltanto delle donne, ho visto uomini piangere ai nostri sportelli» confessa Kaur.

«I dati riflettono un grave ritardo, che è in contraddizione con la finalità dichiarata dell’operazione – interviene Donata Negrini della segreteria Cgil – se si procede a una regolarizzazione, i tempi devono essere rapidi, tanto più che i settori interessati sono pochi. A proposito, bisognerebbe prevedere dei meccanismi permanenti di regolarizzazione, estendendoli a tutti i settori». Un grave ritardo che comprime i diritti di chi ha presentato la domanda e si ritrova quasi più precario di prima, obbligato pure a restare in Italia.

Legge alla mano, la ricevuta dell’avvenuta richiesta di emersione dovrebbe bastare ad accedere ai servizi della pubblica amministrazione, comprese la tessera sanitaria e l’iscrizione all’anagrafe, ma resiste un margine di arbitro che allunga la scia degli ostacoli.

Insomma, i numeri, insieme agli spigoli burocratici e alle difficoltà lamentate dagli stranieri in apnea, attestano il fallimento della sanatoria. «Istituzioni e uffici dovevano essere pronti prima dell’approvazione, invece si è verificato il contrario – denuncia Anolf – non erano preparati». Nota a margine: per sbrigare tutte le pratiche di emersione, il ministero ha assunto e destinato alla prefettura di Mantova nove lavoratori interinali. Il loro contratto? Scadrà il 31 dicembre. Appunto.

«Occorre prevedere la proroga di questi contratti a livello centrale, stanziando le risorse nella legge di bilancio – sollecita Negrini – così come andrebbe irrobustito il personale dell’ispettorato del lavoro. Vediamo cosa accadrà. È comunque triste osservare che, quando si tratta di migranti, i diritti passano in secondo piano». 

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