«Spiccioli a chi sta peggio» Cgil e Uil di Mantova: perché è sciopero

Fisco, pensioni, precariato, delocalizzazioni: chiamata allo stop generale di Soffiati e Soncini

MANTOVA. «Non siamo irresponsabili e vi spieghiamo perché» e i perché non sono pochi. È la voce dello sciopero generale contro una manovra finanziaria «che aiuta chi sta meglio, lasciando gli spiccioli a chi sta peggio» quella che si leva da Mantova, dalle federazioni provinciali di Cgil e Uil mobilitate con assemblee di fabbrica e organizzazione di pullman e treni in vista della manifestazione interregionale che il 16 a Milano (in contemporanea a quelle di Roma, Bari, Palermo e Cagliari) accompagnerà lo stop al grido di “Insieme per la giustizia!”.

È quella dei segretari generali Daniele Soffiati (Cgil) e Paolo Soncini (Uil) che rispondono colpo su colpo a chi li accusa di una scelta sconsiderata quando invece «è il senso di responsabilità che ci induce a scioperare – chiarisce il primo – rivendicando la necessità di interventi equi e di prospettiva» perché «la politica – aggiunge il secondo – deve capire che c'è un’Italia che è rimasta indietro e ha bisogno di risposte urgenti». E giovedì «scioperiamo – dice Soffiati – perché riteniamo che la prima manovra espansiva da tanti anni a questa parte debba andare incontro prima di tutto a chi ne ha maggiormente bisogno».

Perché come ribadisce Soncini «si deve fare di più, mentre il governo su questioni fondamentali non ha dato le risposte che ci aspettavamo» quando «la difficile situazione che sta affrontando il Paese richiede misure più incisive a favore di chi nella crisi pandemica è rimasto indietro e ha bisogno di risposte immediate».

Ed ecco le storture e le mancate risposte su fisco, previdenza, precariato, delocalizzazioni, politiche industriali. Numeri alla mano, spiega il segretario generale della Camera del lavoro che sul fisco si investono «miliardi per abbassare le tasse ai redditi medio-alti, trascurando quelli più bassi», che «i maggiori benefici sono concentrati nella fascia di reddito tra i 40 e i 55mila euro, cui vanno vantaggi fiscali tra i 670 e i 940 euro» mentre «l’85% dei lavoratori e dei pensionati nel nostro Paese percepisce un reddito entro i 35mila euro» e « a loro vanno pochi spiccioli».

Che per la previdenza «da anni chiediamo una flessibilità in uscita a 62 anni di età o con 41 anni di contributi. Ma oltre a ciò, insistiamo sulla nostra proposta della “pensione di garanzia” per giovani e precari» perché «le carriere intermittenti, i part-time involontari, i buchi tra un contratto e l’altro, gli stipendi bassi: tutto questo porterà sempre più ad avere pensioni povere, oltre che procrastinate nel tempo» e «serve allora un’integrazione per le pensioni future che non arriveranno a una soglia minima, che consenta di valorizzare dal punto di vista contributivo i “buchi” accumulati nel tempo, anche per necessità di cura e accudimento, che ricadono maggiormente sulle lavoratrici, ancora oggi molto penalizzate».

Spiega che sul lavoro «che dal 2020 aumenta solo se precario non viene speso né un euro né una parola e la legge sulle delocalizzazioni selvagge, più volte annunciata, non è nemmeno all’orizzonte». Così come, conclude il segretario della Cgil, «non sono all’orizzonte interventi a sostegno di una nuova politica industriale» quando «da tempo chiediamo che lo Stato eserciti un ruolo strategico, di indirizzo, necessario per affrontare la transizione ecologica e digitale e per disegnare gli ambiti occupazionali e di sviluppo dei prossimi anni».

E i numeri alla mano raccontano anche che, rimarca Soncini, «da inizio pandemia da parte del governo sono stati dati 170 miliardi alle imprese mentre per tagliare l’Irpef ci sono solo 7 miliardi, di cui 1,5 per una riduzione dei contributi nemmeno strutturali ma una tantum». Questo mentre «nel nostro Paese non va tutto bene, siamo un Paese dove si licenzia tramite mail o con un sms mentre stiamo ancora aspettando il decreto legge sulle delocalizzazioni», mentre «giornalmente ci confrontiamo con tantissime persone (cittadini, lavoratori, pensionati), e registriamo tanto disagio, tanta disuguaglianza e tanta povertà».

Lo sciopero generale «vuole raccontare una storia diversa – aggiunge il segretario della Uil – una storia che riguarda i giovani, le donne i precari: per loro devono essere potenziate le politiche pubbliche per incrociare domanda e offerta di lavoro», raccontare «dell’assenza di una vera politica industriale, di un welfare che deve essere rafforzato e del Fisco che, nonostante la disponibilità del presidente Draghi, non risponde alle fasce di reddito più basse».

E intanto restano ancora aperte «tutte le rivendicazioni sulle pensioni di garanzia per i giovani, le risorse per opzione donna e sull'ape social destinate ad esaurirsi quando finiranno i fondi» come sull'assegno unico «perchè corriamo il rischio che si determinino gravi ritardi per chi percepisce 800/900 euro al mese e potrebbero trovarsi una busta paga più leggera perché gli attuali assegni familiari verranno meno e non saranno sostituiti per tempo».

A chi li accusa di spaccare il Paese o di irresponsabilità il segretario Uil ricorda «che lo sciopero è un diritto sancito dalla Costituzione» e che «peserà sulle buste paga dei lavoratori, perché il lavoratore lo sciopero se lo paga».

Insomma «siamo sempre pronti al dialogo in qualsiasi momento anche “nei tempi supplementari”, ma deve essere costruttivo e non una mera esposizione della manovra blindata dalle camere della politica centrale, che ancora una volta si sta dimostrando lontana dalle vere esigenze del cittadino, del lavoratore, del precario e del pensionato».

Oggi d’altronde «le risorse non mancano – conclude – e noi chiediamo che vengano indirizzate in una visione di sviluppo diverso, per redistribuire a chi ha meno». Per tutto questo il 16 Cgil e Uil scioperano, per tutto questo «non siamo irresponsabili».

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