Prima pessimo terzino e mister, poi la svolta: meglio la scrivania

L’articolo scritto nel 2014 per l’inserto che la Gazzetta pubblicò in occasione del suo 350° compleanno

Ecco come Alberto descriveva la sua avventura giornalistica, e non solo, nell’inserto che la Gazzetta di Mantova pubblicò nel 2014 in occasione del 350° anniversario. Ciascuno di noi parlò del suo arrivo al giornale. Anche Alberto lo fece, ma inserì nel suo personale autoritratto due figure per lui più importanti della professione: la moglie Dalia e il figlio Igor, a lungo e intensamente desiderato.Trovare le parole giuste per ricordare un collega come Alberto è difficilissimo, quindi approfittiamo di questo breve articolo in cui “il Pacio” (così lo chiamavamo) parlava di sé. Con la sua solita, divertita onestà.

Improbabile terzino prima nella Nuova Genova di patron Roffia (2 partite, 1 punto, 3 gol fatti dalla punta del Soave, tal “Botolo”), altrettanto deludente tecnico poi (debutto con la San Paolo: 0-15 dal Villa Saviola), non avevo davanti un futuro eccelso nel calcio.

Ma a me il pallone piaceva da sempre, a 5 anni gettavo i vasi di gerani dalla terrazza di casa alla Cinciana gridando “Gol!” e tarparmi le ali era perfido. Fu nell’82 sui campi del Te che mi si “aprirono” le porte della carriera giornalistica: Bicio D’Agata restò colpito dalla mia stitica maglia del Flamengo e mi propose di raccontare con lui il Mantova per Radiobase. Ora li vedevo, i giornalisti, li avevo pensati eterei o alieni mentre li scrutavo dalla curva Te. La Montedipe m’aveva già rubato babbo (tumore a 48 anni), però chiedendo scusa, a sgobbare erano rimaste mamma Iole e mia sorella Laura; io lavoravo in un’azienda chimica e arrotondavo nei weekend in Gazzetta, il tempo per gli hobby era minimo ma la mia disponibilità a scrivere piacque in giro. Dopo 4 anni cambiai mestiere: di giorno in furgone vendevo patatine, di sera scrivevo di calcio e rugby. Il 21 ottobre 1988 il mitico Massimo Chiaventi (lui e papà sono i miei angeli custodi) mi chiamò in Provincia, come addetto stampa: fu grazie a lui, col placet di Alberto Gazzoli e del compianto Carlo Accorsi, che arrivai in via Fratelli Bandiera 32: era il 18 gennaio 1993.

Da allora, ogni sera, ringrazio Dio per avermi donato una donna unica, Dalia, un figlio tanto atteso quanto amato, Igor Giovanni, e il mestiere più bello. —

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