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A spasso nel metaverso, la sostenibile concretezza della vita virtuale

Tutto quello che c’è da sapere su avatar, blockchain e Nft. L’analisi dell’amministratore di No Real Interactive

igor cipollina
2 minuti di lettura
© ph. Simone Mottura 

MANTOVA. L’argine sta nella consapevolezza, da opporre a una tecnologia sempre più rapida, lanciata verso la produzione di contenuti capaci di varcare la soglia di verosimiglianza. Il principio di salvaguardia? «È nel nostro sistema cognitivo, che utilizza tutti i sensi e non solo. Siamo macchine complesse dal punto di vista percettivo, basta un segnale piccolo per dirci che siamo in pericolo». Ma l’argine deve essere robusto, la percezione va allenata a distinguere. L’avvertimento è di Davide Borra, architetto digitale, fondatore e amministratore unico di No Real Interactive, azienda specializzata nella produzione di ricostruzioni virtuali 3D, esperienze immersive e di avatar conversazionali a grandezza reale (suo quello di Leonardo da Vinci).

Per l’Alfabeto del Futuro sta realizzando una serie d’interviste, con la direzione artistica di Marina Bellini (aka Mexi Lane in Second Life): «L’intento? Costruire una narrazione il più possibile corretta rispetto alla dimensione dei metaversi – risponde Borra – oggetto di una comunicazione eclatante da parte del mainstream». Tre i nodi che l’architetto digitale mette in fila e s’incarica di sciogliere.

«Nuovi, i metaversi? Figuriamoci. Il primo metaverso 2D, Habitat, è del 1987. Il primo 3D, Alfa Word, è del 1995. Second Life è nato nel 2003. Nel 2010 erano attivi più di un centinaio di mondi virtuali. E la finalità non è cambiata affatto: in fondo sono tutti social 3D. La vera novità sta nel carattere tecnologico dei metaversi attuali, poiché si basano su un’architettura blockchain decentralizzata e quindi consentono di compravendere Nft (Non-fungible token, certificati che attestano l’unicità di un oggetto digitale, ndr) senza un’authority centrale». Secondo malinteso da disinnescare: il fenomeno dei metaversi è riducibile alla compravendita di Nft. «Sbagliato. Il metaverso è solo la coreografia della compravendita, grazie alla possibilità di organizzare eventi che attirano gente, perché gli Nft si compravendono già da alcuni anni nei marketplace dedicati sul web, non serve necessariamente un metaverso». Quindi, guai anche a pensare di vivere un metaverso guadagnando milioni di bitcoins semplicemente cliccando su qualche Nft.

Le interviste sono a persone reali che vivono e lavorano in uno o più metaversi con soddisfazione e successo. «Abbiamo scelto testimonial della concretezza della vita virtuale» anticipa Borra. Quasi un ossimoro, ma il paradosso è solo apparente, perché c’è «gente che guadagna soldi per aver investito nella produzione o commercializzazione di contenuti e servizi all’interno di uno più metaversi». Tra gli altri, Alice Tartaglia, ceo di Astralia, unica franchiser al mondo (virtuale) del marchio Hello Kitty, e Dario Buratti/Colpo Wexler, tra gli architetti al top in Second Life. Sciolti i tre nodi, resta il groviglio di fondo che tutte le perplessità raggruma: perché rifugiarsi in un metaverso? Non si corrono dei rischi? «Ad attrarre è la possibilità di vivere una vita che ti costruisci come vuoi, e di cambiarla o spegnere quando vuoi – risponde Borra – Parliamo di Sirene a cui Ulisse forse avrebbe resistito, ma con una fatica tripla. Ce la faranno i nostri ragazzi, che vivono con il videogioco già incorporato? Non è diverso dall’attrazione verso i tiktokers o gli influencer più famosi, ma nei metaversi l’anonimato permette di scommettere a livelli più alti, con trend di crescita e di caduta estremamente rapidi. E poi c’è la possibilità di cambiare identità, il metaverso è un sistema che ti permette di fare prove senza responsabilità. Questo è un grande problema che la consapevolezza dovrebbe cercare di definire e limitare».

Quando gli avatar conversazionali saranno nei supermercati, e duplicheranno persone reali in modo estremamente verosimile, chi ci assicurerà che quanto dicono non sia il frutto di un algoritmo? Questione spinosissima, che richiama subito alla memoria una notizia di questi giorni: la sospensione di un ingegnere di Google, secondo il quale l’intelligenza artificiale a cui stava lavorando era diventata capace di esprimere sentimenti e pensieri. Fantascienza o turbamento reale?

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