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L’alfabeto del futuro: la tappa di Mantova

Quando la cultura diventa un’impresa, la forza della comunità ricca di sapere

Baia Curioni lancia la sfida: siamo sulla soglia di mutamenti spaventosi, ma insieme dobbiamo creare un futuro

Sabrina Pinardi
2 minuti di lettura
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GAZOLDO DEGLI IPPOLITI.  «Le istituzioni culturali sono anche imprese, e gestire un’impresa è fare cultura». A Casa Marcegaglia, galleria d’arte che ha preso forma nel quartier generale dell’azienda, a Gazoldo degli Ippoliti, è stato Stefano Baia Curioni, presidente della Fondazione Palazzo Te e docente universitario, a mettere sul piatto le prime riflessioni su un rapporto antico eppure del presente: quello tra la cultura e il mondo dell’economia.

L’occasione per farlo è stata la tavola rotonda di “Cultura, che impresa”, prima tappa del nuovo Alfabeto del futuro, condotta dal direttore della Gazzetta di Mantova, Enrico Grazioli. «Gestire un’impresa è fare cultura perché ha a che fare con l’avere idee, convincere le persone della loro bontà, essere testimoni con la propria presenza» ha esordito Baia Curioni, il quale però ha poi subito messo in chiaro la peculiarità delle istituzioni culturali tradizionali, «diverse perché non hanno prodotti da vendere», necessarie «per dare impulsi, segnali, momenti di libertà di pensiero», in sostanza umanità. Sul rapporto tra questo “fare” e il fare impresa, il docente non è sembrato avere dubbi: «Siamo tutti sulla stessa barca. Siamo sulla soglia di mutamenti spaventosi e insieme dobbiamo creare un futuro». Attenzione, però, ai fraintendimenti: «La cultura non è un mezzo per lo sviluppo, la cultura è sviluppo. Siamo noi, con le nostre facce imperfette, chiamati a costruire anche una città diversa, uno spazio urbano allargato. È tempo di pensare, per esempio, a una Lombardia non più Milano-centrica».

Dalla visione di una città e di una regione inedite, alle intuizioni di chi, a metà del secolo scorso, puntò sulla riconoscibilità del proprio marchio: Alfredo Boldrini, fondatore della Pennelli Cinghiale di Cicognara. A guidare l’azienda ora è un board tutto femminile, guidato da Eleonora Calavalle, amministratrice delegata, nipote di Boldrini. Pennelli Cinghiale ha da poco inaugurato un museo aziendale: «Serve – racconta Calavalle – perché abbiamo capito che c’era bisogno di cultura, di storia, di memoria. Aspetti che sono diventati certificati di qualità della nostra impresa». Nello spazio espositivo, oltre ai rimandi al passato, al celebre spot televisivo (quello del claim “Non ci vuole un pennello grande ma un grande pennello”) e a testimonial famosi (come ha ricordato Grazioli, Sandro Mazzola fu tra questi), c’è posto per il nuovo, il futuro: «Abbiamo scelto uno street artist, perché vogliamo che i ragazzi capiscano il messaggio universale della bellezza e dell’arte».

Alla bellezza e all’arte della città di Mantova si ispira, da sempre, un’altra azienda, la Castor Fashion di Castellucchio, che per la collezione a marchio proprio ha scelto un nome inequivocabile: Mantù. “Arte e cultura sono parte del nostro mondo – ha detto Angela Picozzi, co-fondatrice dell’azienda – e quando esportiamo il Made in Italy, esportiamo al tempo stesso la nostra cultura». Della necessità di costruire e promuovere cultura è convinto Massimiliano Ghizzi, presidente del Gruppo Tea. L’azienda, da gennaio società benefit, si è trasformata e mette al centro della propria mission non più soltanto gli utili, il bilancio, l’efficienza dei propri servizi. Accanto a questi c’è il perseguimento del benefico comune attraverso il sostegno alle attività culturali.

«Qualcuno non vi ha detto che state esagerando?» ha chiesto Grazioli. In realtà – ha ribattuto Ghizzi – proprio con i recenti accadimenti, le scelte fatte ci hanno dato ragione. Intendere la cultura come volano per le iniziative di altre realtà pubbliche o private non è più sufficiente, dobbiamo essere noi i portatori di cultura, per esempio aiutando le nuove generazioni a capire come recuperare e risparmiare risorse. Con l’emergenza idrica ed energetica di oggi le multiutility devono anche fare questo: far maturare l’idea che i piccoli gesti possono fare la differenza».

E alla fine anche i conti ringrazieranno: «I soci all’inizio temevano per i dividendi, in realtà questa trasformazione creerà valore». Temono, invece, che sia svenduto il patrimonio culturale della “città ideale” di Vespasiano i detrattori del progetto di una fondazione di partecipazione alla quale affidare la gestione del patrimonio artistico e architettonico di Sabbioneta. «Gestire un patrimonio importante – ha raccontato Marco Pasquali, sindaco della città – significa investire in promozione e riconoscibilità, in tutela e conservazione. Con le risorse di un piccolissimo comune. Nella fondazione che stiamo costituendo i privati potranno partecipare direttamente alla gestione. Sabbioneta è patrimonio dell’umanità, ma soprattutto è patrimonio di tutti noi».

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