Ospitalità e non solo: aiutati dalla Caritas mantovana oltre mille profughi fuggiti dall’Ucraina

Dall’accoglienza abitativa al sostegno dei centri di ascolto. Donne e bambini che sognano solo di poter tornare a casa

MANTOVA. Dalla raccolta fondi all’accoglienza abitativa, dall’ascolto agli aiuti alimentari piuttosto che psicologici, dalla mediazione linguistica all’orientamento: sono innumerevoli i rivoli della solidarietà targata Caritas messi in campo a sostegno di un migliaio di profughi ucraini su un totale di 1.800 arrivati nella nostra provincia dalla scoppio del conflitto. A raccontare alla Gazzetta di questa macchina che si è messa in moto a fine febbraio e non si è più fermata sono il direttore della Caritas diocesana Matteo Amati e Davide Boldrini responsabile dell’Osservatorio delle povertà e delle risorse e di Casa San Simone.

«Sin dall’inizio ci siamo mossi su tre fronti con l’apertura di una raccolta fondi per sostenere progetti volti a dare una risposta all’emergenza umanitaria, con percorsi di ospitalità e accoglienza trovando subito una risposta da parte del territorio con trecento alloggi messi a disposizione in brevissimo tempo e con il sostegno della nostra rete di Centri di ascolto per i bisogni di tutte quelle famiglie che avevano trovato ospitalità presso parenti».

E se la raccolta fondi ha superato i 273mila euro «per la quale sentiamo una grossa responsabilità visto le tantissime persone che si sono fidate di noi», sono 235 le persone accolte (di cui 116 minorenni e quattro con situazioni di disabilità) per un totale di 69 nuclei, in alloggi messi a disposizione da seminario diocesano, dodici parrocchie e 35 cittadini privati, con cinque nuclei che convivono con famiglie mantovane. Sono poi poco meno di 900 le persone seguite dai Centri di ascolto con forme di sostegno e accompagnamento diversificate: non solo indumenti e generi alimentari ma anche accompagnamento nelle strutture sanitarie o di pubblica sicurezza per le procedure di regolarizzazione, organizzazione di servizi educativi per minori, accesso ai corsi di italiano, orientamento ai servizi scolastici, cura di fragilità o malattie pregresse, accompagnamento delle donne in gravidanza o nella prima fase della maternità.

«Si tratta di nuclei composti prevalentemente da un adulto, generalmente una donna, e da due o più minori, che vivono una frammentazione dolorosa perché gli uomini sono rimasti in Ucraina a combattere e inizialmente non potevano neppure contattarli per il rischio che venissero presi di mira». Famiglie che, vista la situazione geopolitica ancora instabile, vivono in una sorta di limbo «in cui si scontrano il desiderio di ritornare in patria e ricongiungersi con i propri famigliari e la paura di esser in pericolo dopo il ritorno, scoprire di non avere più una dimora e di aver perso tutto ciò che avevano costruito». E questa incertezza «va a ledere, per la maggior parte, qualsiasi tentativo di progettazione di permanenza in Italia per i mesi futuri perché vivono nella speranza di un possibile prossimo ritorno a casa».

Senza contare la difficoltà nell’accettazione del presente che diventa ostacolo anche a un semplice tentativo di creare un “piano di scorta” nell’eventualità decidessero di restare in Italia: «L’iscrizione a scuola dei figli, la frequentazione di un corso di italiano o la possibilità di cercare un’occupazione vengono vissuti come passaggi troppo dolorosi e impegnativi». I pochi che hanno deciso di integrarsi hanno poi comunque da affrontare problematiche mai vissute. Come la gestione di figli più piccoli quando le mamme frequentano corsi di italiano o cercano lavoro o l’impossibilità di ricevere i contributi disposti dalla Protezione Civile per errori di registrazione dei nomi nei permessi di soggiorno temporanei o il gap del server per i giovani dai 14 ai 18 anni. E adesso la preoccupazione è per l’inverno: «Se non si integrano avranno anche problemi economici per il pagamento delle utenze e della vita stessa».

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