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A Mantova diventa una dimora di lusso la torre di piazza Filippini

L’edificio, parte dell’ex convento, è stato acquistato da un imprenditore. Gli architetti: «Metteremo quattro alberi per ricordare l’antico colonnato»

MANTOVA. Dire "piazza Filippini" e pensare a un edificio diroccato era un tutt'uno. Ora, quella ferita dei bombardamenti del '44 nel centro storico, sta per essere rimarginata. Le mura colpite dagli ordigni della seconda guerra mondiale, tornano ad avere vita e nella piazza la diroccata la "casa a torre" non è più un rudere desolato.

È ciò che mostrano i lavori - ormai quasi giunti al termine - del cantiere di recupero e restauro dell'edificio, la parte sopravvissuta di quello che fu l'ex convento dei Filippini, rimasto in piedi a dispetto finanche del terremoto del 2012. A riscattare dalla rovina quel moncone di edificio abbandonato da trentacinque anni, è stato un investimento privato, reso possibile dalla messa all'asta nel 2015 da parte del Demanio. L'investitore lo acquisì con un assegno da 207mila euro. Testimone di una storia tre volte cancellata (prima le soppressioni napoleoniche delle congregazioni religiose, come quella maschile di San Filippo Neri, poi la seconda guerra mondiale che colpì lo spazio divenuto al tempo deposito militare, poi i rabberci per utilizzi civili e artigianali) il palazzo che fu dei frati Filippini ora appartiene a Raffaele Scandola, imprenditore mantovano nel settore edilizio, che entro l'autunno ci andrà a vivere con la sua famiglia.

«Non è stato un percorso facile e la pandemia lo ha ostacolato estendendo da tre a cinque anni la durata del cantiere» spiegano i progettisti, gli architetti Michelangelo Pavesi e Mirko Veronesi che riassumono le tappe e la filosofia del progetto. «Si tratta di due edifici che costituiscono un unico organismo edilizio. La casa a torre sarà abitata al primo e secondo piano e vi si accede da vicolo Fieno, mentre su via Monteverdi si affaccia il piano terra dove in futuro verrà ricavato un secondo appartamento. L'estensione complessiva dell'area è di 450 metri quadrati dei quali più della metà all'aperto: uno spazio che non verrà recintato e resterà pubblico e sul quale interverremo realizzando una pavimentazione in cotto e in porfido che riproporrà la sagoma dell'abside della chiesa Settecentesca che venne distrutta e alla quale il convento era annesso, mentre nella parte retrostante, che confina con il cortile della scuola materna Strozzi, si piantumeranno quattro alberi a ricordo del colonnato che esisteva un tempo».

E per preservare la memoria del passato, parte delle facciate esterne sono state intonacate seguendo la linea dell'edificio confinante abbattuto, il resto è trattato a sagramatura che lascia a vista le pietre e i disegni di archi e porte che un tempo costituivano l'edificio adiacente.

«Ci siamo rifatti all'ultima pianta esistente, disegnata nell'800 - spiega Pavesi - l'edificio ha preso forma nel 1400 con stratificazioni che si sono succedute fino al 1700, ci sono piani sfalsati e vani che non erano non più accessibili ma tutto ci era noto grazie ai saggi effettuati dall'architetto Juri Badalini». Tra modifiche e scomparse, andò distrutta la scala che permetteva l'accesso al primo e secondo piano da vicolo Fieno: «Prima la scala esisteva nei corpi che sono stati bombardati, dietro all'abside della chiesa - spiega Pavesi -, poi ancora c'era una scala esterna di metallo. Si è deciso di ricrearla e la Soprintendenza ci ha chiesto una schermatura, per non confonderla con una scala antincendio. Si è scelto di realizzarla con scalini a giorno che saranno rivestiti in marmo e il materiale scelto è stato il corten con pannelli microforati, perché resistente e perché si armonizza bene al colore dell'edificio».

In linea con le sempre maggiori necessità di protezione della biodiversità, su indicazione di Davide Aldi del Gram, molte delle buche pontaie sono state rese inospitali per i piccioni ma ideali per la nidificazione dei rondoni, specie protetta. Nel gennaio 2015 Italia Nostra aveva scelto piazza Filippini - assieme all'area degli Istituti Gonzaga - come esempio di degrado, in una mostra allestita alla Casa del Mantegna. Una pecca vistosa per una città Unesco e che presto apparterrà al passato. 

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