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Dopo l’amnistia, “La marcia su Roma”: era arrivato il tempo del racconto grottesco – CineMantova

Mezzo secolo esatto dalla lavorazione a Mantova della pellicola di Dino Risi su un vagabondaggio picaresco

SALVATORE GELSI
2 minuti di lettura

Un secolo da quel sabato 28 ottobre del 1922, cinquant’anni dal luglio del 1962, quando si gira a Mantova il film omonimo di Dino Risi, con Gassman e Tognazzi. La “Voce di Mantova”, organo della federazione fascista, riporta integralmente il discorso di Benito Mussolini al Congresso del PNF di Napoli che gli dà via, dopo lo slogan, “O il Governo o Roma”. Così: “Chi tenterà di fermarci riabilitando Caino, denuncerà il suo nome alla storia che ne farà monumento di eterna infamia. O ci daranno il governo o ce lo prenderemo calando su Roma. È necessario per l’azione, che dovrà essere simultanea in ogni parte d’Italia, prendere per la gola la miserabile classe politica dominante”.

Sappiamo come si svolsero i fatti. E a Mantova? “La smobilitazione fascista dopo la vittoria”, sottotitolo “La cerimonia in Piazza Sordello”. A fianco, in neretto: “Invitiamo i fascisti, gli amici, i simpatizzanti, tutti gli italiani che vedono e sperano nella nostra azione vittoriosa una migliore Era per la nostra Patria, di contribuire al mantenimento di tanti giovani generosi qui accasermati. Le offerte, sollecite, sono ricevute alla sede della Voce”.

Il fatto vero, sottotraccia, è l’assedio a Prefettura e Comune, col risultato che il generale Alessandro Saporiti si insedia in Comune. Ritornando al mondo del cinema, appare curioso che dopo il 1945, finite le pellicole “resistenziali”, dove il nemico era l’occupatore nazista, ci sia un vuoto temporale sul tema del fascismo fino al 1960. Soltanto “Fuga in Francia” (1948) di Soldati, con il gerarca interpretato da Gino Cervi che uccide senza scrupoli per giungere alla meta, e “Cronache di poveri amanti” (1954) di C. Lizzani, dal romanzo di Vasco Pratolini, ambientato in un quartiere di Firenze nel 1925.

Una possibile risposta sta nel clima inaugurato dal decreto presidenziale del 22 giugno 1946, noto come “amnistia Togliatti” del primo governo De Gasperi, un provvedimento di clemenza, (amnistiati i reati comuni, di collaborazionismo, ivi il concorso in omicidio fino alla pena a 5 anni, commutata la pena di morte in ergastolo, l’ergastolo in 30 anni di reclusione, le pene superiori a 5 anni ridotte di un terzo) atto a “pacificare il Paese”, nonostante che tra il 1945 e il 1947 si stimino all’incirca 10.000-15.000 omicidi per vendetta politica.

In sole cinque settimane beneficiarono dell’amnistia 219.481 individui. Il 7 febbraio del 1948, con decreto, su proposta del sottosegretario Andreotti, si estinguevano tutti i giudizi ancora pendenti. Nel 1953 si approvò indulto e amnistia per tutti i reati commessi fino al 18 giugno 1948. (43.000 processati per collaborazionismo; 23.000 amnistiati in fase istruttoria; 14.000 con formule varie; 5.928 condanne, molte in contumacia. E 5.328 dirigenti fascisti beneficiarono dell’indulto totale o parziale). Il 4 giugno 1966, un’ulteriore amnistia cancellava con un colpo di spugna tutto il passato.

Era quindi giunto il momento di affrontare il ventennio fascista in chiave grottesca, appoggiandosi, più o meno alla nascente e fortunata “commedia all’italiana”. Dopo “La lunga notte del ‘43” (1960) di F. Vancini, scritto da Giorgio Bassani, “Tutti a casa” (1960) di L. Comencini, “Una vita difficile (1961) di D. Risi, “Il federale” (1961) di L. Salce, “Sua eccellenza si fermò a mangiare” (1961) di M. Mattoli, “Il mio amico Benito” (1962) di G. Bianchi, “Anni ruggenti” (1962) di L. Zampa, ecco “La marcia su Roma” (1962) di D. Risi.

Il film sceglie la narrazione del vagabondaggio picaresco, fatto di imprese scarsamente eroiche, dove il caso o l’incontro condizionano l’evento, assai poco ascrivibile alla volontà umana. I nostri due, Gassman, ex reduce truffaldino e vigliacco che ossequia i potenti – per lui basta solo cavarsela – non è diverso da Tognazzi, contadino senza terra e con poca voglia di lavorare. Fascisti per occasione e per caso, ignorano cosa siano il dovere o la libertà, indossano la camicia nera per mera convenienza. Il regista in un primo tempo aveva scelto Perugia, poi fu Mantova (memore del clamore che l’anno prima aveva suscitato sulla stampa la Mostra di Mantegna?) dal 13 luglio 1962, riprese seguite con entusiasmo da centinaia di mantovani. Dal 21 dicembre per nove giorni resta in programmazione all’Ariston, è il film di Natale, accoglienza degli spettatori calda, tiepida la critica di Manfredo Generali sulle colonne della Gazzetta di Mantova e probabilmente… c’era un perché.

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