Autoritratto di Vincent van Gogh - CC BY 3.0, via Wikimedia Commons 

Controvento. A piedi tra Cuesmes e Courrières: Vincent van Gogh in cerca di un frammento di infinito

Partì nel marzo 1880 da un piccolo paese belga della Vallonia per andare nel dipartimento del Passo di Calais in Francia. A ventisette anni aveva già vissuto un’infinità di vite. Agli occhi di molti appariva già come un terreno inaridito. Andava a cercare un pittore che riteneva un maestro. Non ebbe il coraggio di incontrarlo, ma riuscì a trovare molto altro

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Era marzo. Faceva freddo, era ancora inverno, ma all’aria aperta, era certo, avrebbe trovato un po’ di ristoro. Vincent van Gogh aveva ventisette anni e viveva, quasi da rifugiato, a Cuesmes, nella periferia di Mons, nel Borinage, la regione della Vallonia in Belgio. Stava in una piccola casa al numero 3 di Rue du Pavillon. Decise di mettersi in viaggio per andare a incontrare il pittore Jules Breton. L’artista francese, allora più che cinquantenne, abitava a Courrières, un piccolo villaggio nel Pas-de-Calais in Francia. Vincent lo ammirava così tanto che nelle lettere al fratello lo indicava quasi sempre tra i grandi. Lo aveva conosciuto a Parigi cinque anni prima, nel maggio del 1875. Al fratello, quando Vincent gli raccontò di quell’incontro che fu per lui un vero e proprio evento, descrisse il meraviglioso dipinto che aveva visto alla mostra dedicata a Camille Corot, La fête de la Saint-Jean, l’opera di Breton in cui delle ragazze ballano in un pomeriggio d’estate.

La fête de la Saint-Jean di Jules Breton 

Quell’inverno Vincent non aveva più scritto al fratello, nessuno sapeva piu niente di lui. Durante l’estate del 1879 aveva chiesto dei colori ad acqua a Hermanus Gijsbertus Tersteeg, il responsabile della galleria della casa d’arte Goupil dove Vincent aveva lavorato insieme a Theo quando, piu giovane, era entrato con grande entusiasmo per fare pratica. Poi, dopo quella lettera, niente più.

In tasca aveva solo dieci franchi. Attraverso quel viaggio voleva uscire dalla gabbia che si stava costruendo da solo. Prese prima un treno. Poi cominciò a camminare. I dieci franchi servirono a poco. Presto finì tutto quello che aveva. Certo, l’intenzione era di andare a Courrières. Andare a trovare Jules Breton. Ma era partito anche per cercare un po’ di lavoro. Qualsiasi tipo di lavoro. Non passò per le strade, ma preferì attraversare i campi. Il viaggio, in quel primo tratto, fu anche cammino e spossatezza. "Per tutta una settimana", raccontò al fratello, "ho dovuto macinare strada con molta fatica".

I luoghi che attraversò fanno parte del parco naturale dello Scarpe-Escaut. Il luogo dove chiunque se ne va a piedi. Le valli alluvionali. I campi agricoli. I corpi maestosi delle mucche. I silenzi. Quello di Vincent non era un andare dritto, ma un avvicinarsi lento, zigzagante. Altrove avrebbe scritto che non bisogna avere fretta, neanche in pittura, perche non si può fare subito quello che si vuole, perché "si progredisce a poco a poco". Quel suo modo di procedere, però, quell’avvicinarsi, era come se allo stesso tempo lo allontanasse dalla meta che si era prefissato. Con sé aveva portato dei disegni che diede via per qualche crosta di pane. Più si approssimava a Courrières, piu si allontanava da Breton. Qualche volta trovava un po’ di riparo. Una notte si fermò a dormire in una carrozza abbandonata, un’altra si accontentò di un mucchio di fascine, un’altra ancora dormì in un pagliaio.
 
Si avvicinava sempre meno ai centri abitati, alle case. Trascorse le ultime notti in piena campagna. Di giorno camminava senza sosta e ormai quasi senza destinazione. Cominciava a osservare, a vedere, quello che ammirava dei quadri di Breton. Ciò che lo affascinava delle sue opere prendeva vita davanti ai suoi occhi. Ogni cosa gli chiedeva attenzione e compassione. I pagliai, la gleba bruna, la terra di marna che aveva quasi il colore del caffè, le chiazze biancastre di roccia sedimentaria che sbucavano tra la terra. Ne rimase stupito, lui che era abituato a terreni molto più scuri. Era questo che colpiva il pittore: ciò che gli altri non riuscivano a vedere.

All’aria aperta a osservare la luce, alla ricerca disperata di un frammento d’infinito. Fu affascinato dalle fattorie e dai capannoni che conservavano il "tetto di stoppie muschiose". Rimase qualche ora a fissare le figure dei contadini, dei vangatori e dei legnaioli. Smise quasi di camminare. Era già arrivato, senza ancora saperlo. Il villaggio dei tessitori. Guardò i garzoni che guidavano i carri, seguì incantato "le figurine di donna con la cuffia bianca".

All’aria aperta cercava la luce. Trovava i colori, quei colori che rapiscono e catturano, che rendono febbrile e viva la tela dei suoi quadri, più ancora della natura stessa. A ventisette anni aveva già vissuto un’infinità di vite. Agli occhi di molti appariva già come un terreno inaridito. Lui cercava di fuggire dalle scelte compiute che, come una rete, lo avevano intrappolato. Aveva sempre inseguito un frammento d’infinito.


I piccoli borghi. Saint-Amand-les-Eaux, Millonfosse, Sars-et-Rosières. Anche il cielo appariva diverso, molto piu limpido di quello "fumoso e carico di brume" che lo assediava nel Borinage. In alto, con lo sguardo, inseguì il movimento degli stormi di corvi. Cominciava a sedimentarsi già molto di quello che sarebbe germinato negli anni a venire. Il filtro del suo cuore. L’esaltazione di ciò che vedeva, le figure che cominciavano a definirsi, a prendere un posto nella mente. Dopo quel lungo camminare e quegli svelamenti, quando si avvicinò allo studio di Jules Breton, Vincent non ebbe il coraggio di fare l’ultimo passo. Non riuscì a trovare lo slancio, il desiderio, la curiosità di bussare e lasciare che il volto di quell’uomo, di sua moglie o di una delle figlie, lo accogliesse con un saluto.

Così Vincent decise di tornare indietro verso Cuesmes. Ma prima di rientrare attraversando i campi e rimettendo in moto il cuore, lo sguardo e la curiosità, notò un ritratto di Jules Breton nella vetrina di un fotografo. Lo sguardo fiero, il volto forte. Quanto orgoglio c’era in quell’uomo ormai così famoso e acclamato. Quanta differenza con il proprio volto, con il proprio sguardo. Si fermò in una piccola chiesa e al buio scovò una copia di un Tiziano. Allora cominciò il rientro. Nonostante tutto. Ancora a piedi, ancora qualche riparo di fortuna. La malinconia del giovane pittore che avrebbe avuto solo altri dieci anni per fare tutto quello che gli rimaneva da fare, e che non immaginava neppure quanto poco, e quanto in fondo molto, sarebbero stati quei dieci anni. In quel viaggio aveva trovato la miseria. Ma proprio in quella miseria van Gogh, solitario e geniale, ritrovò la forza, quel frammento d’infinito che gli fece scrivere al fratello: "Nonostante tutto ritornerò ancora a galla, riprenderò la matita che ho abbandonato nel mio grande scoraggiamento, mi rimetterò a disegnare".

 

*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi