Promesse

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1.

Mike ha un volo per Osaka, ma sua madre sta venendo a Houston.

Solo qualche settimana, dice.

Magari un paio di mesi, dice. Io però devo andare.

La prima cosa che penso è: cazzo.

La seconda è che non ce lo possiamo permettere.

Poi mi rendo conto che noi di soldi da parte non ne abbiamo. Mike però è sempre stato bravo a fare i conti, sempre un fenomeno quando c'è da dividere le spese. È una cosa che ho sempre dato per scontata.

Adesso mi dice che deve ritrovare suo padre. Il vecchio è messo male. Mike lo vuole beccare prima che ci lasci. E io sto sul divano, un po' che ascolto, un po' che carico il cellulare.

Sono anni che non la vedi, gli dico. E sta venendo per te. L'avessi incontrata una volta, tua madre.

Dico, Tuo padre ti sta pure sul cazzo.

Vero, dice Mike. Ormai però ho comprato il biglietto.

E quando sarò tornato mamma sarà qui ad aspettarmi, dice Mike. Sei di compagnia. Se la caverà.

Sta rompendo le uova accanto ai fornelli, gettando i tuorli dentro un paio di padelle. Appena cominciano a cuocere, ci mette il sale, una spruzzatina di maionese e un po' di origano. Una volta Mike aveva questa fissa per la sriracha, gli partiva un'ernia se solo mi azzardavo a toccarla, adesso invece

me ne sta strizzando una boccetta sbiadita sopra l'omelette, spargendola per bene con la spatola.

Non gli chiedo dove andrà a stare in Giappone. Né da chi. Non gli chiedo dove metterò sua madre, nel nostro appartamento con solo una stanza da letto, o che forma prenderà la cosa. Il punto, con i treni in movimento, è che ogni tanto riesci a salirci. Certi ragazzini con cui lavoro io, è così che si arrangiano con la famiglia in questo paese. Se poco poco inciampi, sei morto. Se vai troppo lento, sei morto. Ma se prendi bene la rincorsa, non è mai detta l'ultima.

Quindi non ribalto il tavolino. Né una delle nostre sedie. Non gli rigo la macchina, né la schianto contro il muro del soggiorno. Dopo l'occhio nero, con le mani addosso ci abbiamo dato un taglio - abbiamo capito entrambi, in silenzio, che era il minimo che potessimo fare.

Oggi, quello che faccio è sorridere.

Ringrazio Mike per avermi avvertito.

Gli chiedo quando ha in mente di partire, e capisco al volo l'errore. Ho già le mani sul caricatore per scagliarlo prima che mi risponda, Domani.

...

Fra noi tutto a posto. Grazie per l'interesse.

...

Stiamo insieme da, quanto, quattro anni? Dipende un po' da come li conti. Saranno mesi che non andiamo a una festa, e quando alle feste ci andavamo, all'inizio, non lo sapeva nessuno che scopavamo. Mike se ne restava in disparte ogni volta che una ragazza bianca a caso si infilava fra noi per chiacchierare con me, dopodiché mi allungava il braccio dietro le spalle per intingere un dito nella mia birra.

Oppure starnutiva, si stiracchiava, e mi strofinava il naso sulla manica della camicia.

Oppure mi palpava il portafoglio, lentamente, rimettendolo a posto con una pacca.

Una volta, a cena, si era messo a fare conversazione tenendomi una mano in mezzo alle gambe, appena sotto il tavolo. Accarezzandomi lo scroto con il pollice. Ogni tanto qualcuno guardava, e si capiva subito quando se ne rendevano conto. Si raddrizzavano tutti. Il sorriso un pelo troppo largo. Allora Mike chiedeva se era tutto a posto, e loro giuravano di sì, e lui se ne tornava a ridacchiare, senza dedicarmi un cenno che fosse uno.

Sapevamo bene a cosa assomigliavamo. E a cosa non assomigliavamo. Ma qualche settimana fa, a una serata alcolica per il lavoro di Mike, sembrava bastasse una sola occhiata. Lui lavora a una caffetteria su a Montrose. Una roba fusion dove ti maciullano scodelle di riso e involtini primavera - sarebbe messicana, in teoria, a meno che non sei Mike e stai in cucina.

Faceva un anno che erano aperti. E quello era il loro anniversario. Mike ci ha proposti entrambi come volontari per aiutare un'oretta in più, a rigirare le tortillas sulla piastra accanto al dj.

Io ero a pezzi. Mike era a pezzi. Quelli che ci passavano accanto avevano questo sguardo tipo, Mmmh. Ci mettevano una mano sulla spalla. Ci domandavano da quant'è che stavamo insieme. Si chiedevano dove ci eravamo conosciuti, com'era andata dopo Harvey, e quella cazzo di musica era troppo forte, quindi io e Mike alzavamo giusto le spalle.

...

Non dico un cazzo in macchina mentre andiamo all'aeroporto, e non dico un cazzo quando Mike parcheggia. Il George Bush è appena fuori dalla tangenziale, ma sulla statale c'è sempre fila. Quando Mike accosta agli arrivi, toglie le chiavi, e in un secondo ci brilla dietro una fila di gente, questa micro costellazione di viaggiatori.

Mike adesso c'ha questi baffetti. Gli fremono sotto il naso. Di solito se li spunta via, e mi viene in mente che sembra la caricatura di se stesso. Ci sediamo accanto al terminal, e non potremmo trovarci in una situazione più incasinata di questa, eppure. Qui tocca tirare a indovinare.

Io lo faccio.

E mi chiedo se lo fa anche lui.

Non siamo stati granché bravi a chiederci scusa ultimamente. Non sarebbe un cattivo momento.

Quest'aeroporto riceve circa 111.500 visitatori al giorno, ed eccoci qui, due dei più ridicoli.

Ehi, dice Mike.

Sospira. Mi passa le chiavi. Mi dice che torna subito con sua madre.

Se ci molli appiedati nel parcheggio, mi fa, sappiamo dove abiti.

...

Gli ci sono voluti due appuntamenti interi perché se ne uscisse con la questione razziale. Eravamo andati in questo irish pub dietro Hyde Park. Tutti quelli nel patio con noi erano bianchi. Io ero mezzo ubriaco, e quando ho detto a Mike che era un pelo più basso della perfezione lui ha schioccato con la lingua, tipo, alla fine ce l'hai fatta.

Se ti dicessi che sei troppo educato, ha detto Mike.

A posto, ho detto io.

O che parli troppo bene.

Capito. Scusa.

Non ti scusare, ha detto Mike, tirandomi un pugno sulla spalla.

Quella sera era la prima volta che ci toccavamo. Il barista ha guardato verso di noi, facendoci l'occhiolino.

Prego solo che tu mi veda come un essere umano fatto e finito, ha detto Mike. Oltre l'indiscutibile sex appeal, ovviamente.

Ma sta' zitto.

Sul serio, ha detto Mike, non scherzo.

Io Mifune, ha detto, tu Yasuke.

Smettila.

O forse siamo solo due stronzissimi Bonnie e Clyde, ha detto.

...

Mentre Mike è al ritiro bagagli, di poliziotti che vengono a dare un'occhiata in macchina se ne presentano addirittura tre. Ai primi due gli rifilo un sorriso. Il terzo lo guardo male. Questo mi batte sul finestrino, tipo, Che cazzo aspetti, e quando gli indico l'uscita dell'aeroporto, tutto quello che fa è guardarmi male pure lui.

Poi li vedo che escono. La prima cosa che penso è che sembrano una famiglia. La madre di Mike è curva, un pochino, e lui le sta portando il trolley. Per un po' di tempo si sono visti ogni anno - lei scendeva solo per lui - ultimamente però è stato tutto un po' più burrascoso. Appena mi sono trasferito a casa di Mike le visite sono terminate.

Il minimo che posso fare è aprire il portabagagli. Vorrei essere il tizio che nemmeno si degna, ma non è così. Appena entra in macchina, Mike aiuta sua madre col sedile posteriore, e lei non alza nemmeno lo sguardo. Ha i capelli legati a crocchia. Indossa un cappotto blu elettrico, la mascherina, e un trucco leggerissimo.

Mamma, fa Mike, hai fame?

Lei gli borbotta qualcosa in giapponese. Alza le spalle.

Mamma, fa Mike.

Mi lancia un'occhiata. Glielo chiede di nuovo. Poi cambia frequenza anche lui.

Lei dice qualcosa, e lui dice qualcosa, e un altro tizio che dirige il traffico si avvicina al finestrino. È latino, bello tarchiato sotto la pettorina. Ha la testa rasata tipo militare. Ci mima qualcosa da dietro il vetro, e io abbasso il finestrino, e lui chiede se ci sono problemi.

Gli dico che stiamo andando.

Allora sloggia, fa il tipo.

Le parole successive mi lasciano la bocca ancor prima che riesca ad assaporarle. Un po' come la gravità. Dico, Okay, testa di cazzo, ce ne andiamo.

A quel punto il latino mi guarda storto. Prima che riesca ad aggiungere qualcosa, un coro di clacson ci sbotta alle spalle. Il tipo mi guarda un'altra volta, poi procede oltre, grattandosi il petto, dedicandoci una smorfia.

Quando ritiro su il finestrino, Mike mi sta fissando. E sua madre pure, mi fissa. Dice qualcosa, scuotendo la testa, e io mi immetto nel traffico.

Accendo la radio, e c'è Meek Mill.

Cambio stazione, e ci sono i Migos.

Spengo quella cazzo di radio. Alla fine siamo sulla statale.

Improvvisamente sembriamo solo l'ennesima soap in mezzo a troppe altre, ma è a quel punto che la madre di Mike si mette a ridere, scuotendo la testa. Blatera qualcosa in giapponese.

Mike dà un colpo al cruscotto, dice, Mamma.

 

...

I miei genitori fanno finta che non sia gay. Per loro è più semplice di quello che sembra. Mio padre vive a Katy, a ovest di Houston, e mia madre è rimasta a Bellaire, anche dopo essersi risposata. Prima di allora quasi tutte le cene di famiglia le passavamo in centro. Mio padre faceva il meteorologo. Era una questione di status. Veniva a prendere me, mia sorella e mia madre a casa, traghettandoci lungo la i-45 solo per poter mangiare accanto ai colleghi, e ci ordinava sempre il piatto più abbondante del menu - maiale in umido che strabordava dal vassoio, chili di granchio fumante che sfrigolavano sopra foglie di cavolo - e lo chiamava Lavoro, perché stava sempre a Lavorare, lui.

La sua tipica domanda era, Quanti negri vedete qua in giro a dare le previsioni, eh?

Mia madre non ci bisticciava mai né lo insultava né niente del genere. Ripeteva esattamente quello che diceva lui. Modulando la voce. Era il suo sistema. Lo faceva suonare importante, tipo il capo di qualcosa, e mio padre è un ometto piccolino, così le tattiche di mia madre ottenevano giusto giusto l'effetto che penseresti.

Bella prova oggi, gli faceva, in macchina, bloccati sulla 10.

Previsione azzeccatissima, gli diceva, un secondo dopo che mio padre aveva frantumato un calice di vino contro il muro.

Giuro che questa è l'ultima, gli diceva, fulminandolo con lo sguardo, mentre lui si impappinava, ubriaco, aggrappato alle sue ginocchia, giurando che non avrebbe toccato più nemmeno una birra.

Alla fine se n'è andata. Lydia l'ha seguita, cambiando liceo. Io sono rimasto in periferia, alla mia vecchia scuola, e mio padre ha continuato a bere. Dopo che l'hanno buttato fuori dalla tv per essersi presentato uno straccio in trasmissione, ha vissuto un po' di risparmi. Ogni tanto si faceva una supplenza di scienze al liceo, ma quasi tutto il tempo lo passava sul divano, ululando contro le previsioni orarie della Khou.

Di tanto in tanto, negli sprazzi di sobrietà, tornavo a casa con lui che correggeva i compiti. Qualcuno aveva scritto anticipazioni al posto di precipitazioni. Un altro, invece di definire i cumulonembi, si era messo a scarabocchiare piccoli batuffoli bianchi su tutto il foglio. Una volta mio padre ha buttato tre compiti su un tavolino già bello incasinato, tutti con la stessa grafia, con solo i nomi cambiati.

Me li ha indicati con un gesto della mano, chiedendosi per quale cazzo di ragione doveva essere tutto così complicato.

...

Dopo qualche mese insieme, Mike mi ha detto che potevamo essere tutto ciò che volevamo. Qualunque cosa sembrasse.

Per me è semplice, ha detto.

Per me no, gli ho fatto io.

Lo sarà, ha detto. Dammi solo un po' di tempo.

Bryan Washington, PROMESSE,

Traduzione di Emanuele Giammarco,