Il racconto

Controvento. Il viaggio in Italia di Bridget Riley: la fine di un amore, l'inizio di una carriera artistica

Fu percorrere il nostro paese nel 1960, tra i marmi di Pisa, i mosaici di Ravenna e gli affreschi di Piero della Francesca, a segnare il destino della pittrice inglese, una delle principali esponenti della Op art, che ha da poco compiuto novant'anni. Il racconto di quell'estate che sancì l'inizio della dissoluzione di un amore e della sua sorprendente arte innovativa

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Non sappiamo, quasi mai, quando è che stiamo passando attraverso la cruna dell'ago dei nostri giorni. Non sappiamo, quasi mai, quali saranno le più profonde conquiste e perdite che ne seguiranno. Era l'estate del 1960 quando Bridget Riley insieme al compagno Maurice De Sausmarez, partì da Londra per visitare l'Italia a bordo di un Volkswagen T2. Impiegarono diversi giorni, con il camper che poi sarebbe divenuto un'icona della cultura hippy, per attraversare l'Europa e giungere a Milano, la loro prima tappa italiana. Era un viaggio che, nei mesi precedenti, avevano immaginato a lungo. Un viaggio che, poi, sarebbe rimasto impresso nella memoria. Bridget era a andata a vivere con Maurice da pochi mesi in un appartamento con lucernario a Warwick Road, Earl's Court, Londra. A ventotto anni era già passata attraverso una crisi profonda. La totale dedizione per il padre ammalato, la caduta improvvisa, la lentissima risalita. Amava Georges Seurat e Jackson Pollock ma non era ancora riuscita a mettere su tela il mondo che le si agitava dentro. Maurice l'aveva conosciuto l'anno prima nel Suffolk. Lui insegnante, lei studentessa e giovane artista. Avevano parlato a lungo. Ciascuna delle parole che avevano pronunciato aveva innescato un legame di scoperta e curiosità reciproca. Erano due fiumi, che per anni avevano corso quasi nella stessa direzione, senza sapere l'uno dell'altro, e che, da poco, correvano, o sembravano correre, verso lo stesso mare.


A Milano si persero per le sale della Galleria d'Arte Moderna. Maurice doveva preparare delle lezioni sul Futurismo, Bridget si abbeverava a quelle fonti come un pellegrino assetato. Sembrò già molto, eppure era solo l'inizio. Così andarono verso Pisa. I marmi bianchi e neri, i palazzi delle città, ogni cosa che osservavano li colpiva. La bellezza delle opere, lo scenario delle strade, l'attrazione di uno per l'altra. I due fiumi, giorno dopo giorno, più correvano, più accrescevano le loro acque. Maurice accumulava appunti, Bridget educava lo sguardo, alimentava il proprio immaginario, lasciava che le figure finissero nel deposito della propria sensibilità. Non facevano a tempo ad assorbire quel che vedevano che già tornavano a mettersi in moto. Il camper, i finestrini aperti, il rumore dell'estate. Ad Arezzo arrivarono in Piazza San Francesco: c'era una basilica in pietre mattoni con la facciata essenziale. Entrarono. Finalmente riuscirono a vedere gli affreschi di Piero della Francesca: le Storie della Vera Croce, il Sogno di Costantino, il Sollevamento del legno della Croce e ancora molto altro. Vennero travolti dal segno di quel Maestro.

Bridget Riley nel suo studio nel 1979 

 


Il fascino emanato dalle opere ebbe su di loro un impatto così forte che decisero di andare a Monterchi a cercare la Madonna del Parto. Allora era ancora in un altare della cappella del cimitero. Era tutto chiuso. Girarono a lungo il paese alla ricerca della persona in possesso delle chiavi. Infine riuscirono a vedere la Vergine in attesa del parto di quell'uomo così emblematico. L'onda emotiva quasi li travolse. Spinte da quell'emozione andarono a Ravenna dove si persero davanti alla perizia miracolosa dei mosaici. Il viaggio, allo stesso tempo, lasciava intravedere mondi antichissimi e accresceva l'intensità di quel che accadeva alla loro relazione. La condivisione, la complicità, ma anche l'attrito, la diversità. Il confronto, con il passare dei giorni, diveniva meno arioso, e le voci quasi si sovrapponevano, si toglievano spazio. I fiumi, che per molti giorni avevano corso, vicinissimi, verso la stessa direzione, sembrarono distanziarsi un poco. Maurice volle andare a Cortona. Era intenzionato a incontrare Gino Severini. L'artista aveva già 77 anni. Bridget, dal canto suo, riteneva che non fosse opportuno disturbare l'anziano artista in quel momento. Maurice prevalse e arrivarono fino alla casa di Severini, ma quando bussarono nessuno rispose. Attesero del tempo, si fermarono nella piazza e poi tornarono ancora a bussare senza successo. Una vicina spiegò loro che la notte precedente Severini aveva avuto un attacco di cuore. A un certo punto, in ogni viaggio a cui teniamo in modo particolare, sembra sempre che ci sia un accadimento emblematico che ne sancisca l'esito. Maurice, forse, non si rese conto di quel che stava accadendo. Di certo non ammise l'errore. Le esperienze e le emozioni si accumulavano. Ripartirono ancora. Il furgone. L'estate. Il caldo.

Arrivarono alle Crete Senesi. Le coline, in quello spazio, in quel giorno caldissimo, formavano un paesaggio surreale e immaginifico. Qualche anno prima Maurice le aveva dipinte evidenziando le linee della veduta. Bridget volle fermarsi. Accostarono il furgoncino sul ciglio della strada. Lei, a differenza di Maurice, non venne colpita dalle linee, dal paesaggio, dalle forme, quanto piuttosto da quel che stava accadendo sotto i propri occhi: gli effetti del caldo e l'aria fredda improvvisa, che stava per portare un temporale, stavano creando una sorta di effetto miraggio. Il paesaggio stesso, dominato da una rosa incantato, sembrava stesse per dissolversi davanti a lei. Non era interessata a fissare un'istante, quanto, anche grazie ai suoi studi sull'arte di Seurat, a ricreare la dinamica di quel che stava accadendo: il dissolvimento di un paesaggio. Fissò quel che era essenziale di ciò che sarebbe divenuto The Pink Landscape. Maurice aveva fissato un'istante, Bridget invece voleva creare, e ricreare, ciò che si stava per dissolvere. Chiunque avesse guardato quel dipinto, anche molto tempo dopo, si sarebbe ritrovato, non a fissare un paesaggio come nel quadro di Maurice, ma a scoprire qualcosa che accadeva di nuovo.


Era solo la dissoluzione di un paesaggio quel che intendeva immortalare? Quando cominciarono a cadere dal cielo incupito le prime gocce del temporale, Bridget rientrò nel T2 di Maurice. Rimasero entrambi senza parole mentre un tamburellare ossessivo risuonava attraverso il tetto del furgone sopra le loro teste. Nell'autunno che seguì il loro rapportò non trovò esito migliore che la separazione. Passata attraverso la cruna dell'ago di quei giorni così intensi dell'estate, Bridget riuscì a dipingere un quadro in cui tutto ciò che si era dissolto diveniva qualcosa di mai veduto. Un semicerchio che si avvicinava a una linea retta. Nel confine tra quelle due figure, sembrava che esse si avvicinassero e si allontanassero continuamente. In quel confine sembrava che stesse sempre per accadere qualcosa. Bridget lo chiamò The Kiss, Il Bacio. Fu così che il fiume di Bridget cominciò a sfociare nel mare della propria arte.

*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi