La denatalità e la debolezza delle nuove generazioni

Queste sono le vere cause dell’inevitabile declino della nostra cultura, spiega nella rubrica del numero di D in edicola sabato 22 maggio
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A proposito del dibattito intorno all’assegno che verrà erogato alle giovani coppie con figli, pur non trascurando l’importanza dell’emolumento (comunque insufficiente rispetto ai loro bisogni), queste iniziative hanno sempre come fine quello di accrescere il consenso del Partito che ne è promotore: e fino a qui niente di male. Ma l’aspetto preoccupante consiste nel non aver colto le vere cause della denatalità. Se le ragioni fossero soltanto di natura economica il numero dei cittadini italiani dovrebbe essere vicino allo zero, perché il dopoguerra fu duro e drammatico per tutti. Eppure i figli nascevano, perché tra rovine e lutti rifioriva la speranza.

È questo che oggi viene a mancare: la speranza nel futuro e non perché manchi un futuro, ma perché non siamo più capaci di concepirlo. Siamo divenuti sfuocati, privi di energia, dominati da questa realtà in cui sono prevalenti i modelli consumistici. Aspettiamo che accada qualcosa. Una sorta di depressione che è diventata fenomeno di massa che investe soprattutto il mondo giovanile che, privato dell’autorità nella famiglia e nella scuola, non sa più come orientarsi in un mondo dove i partiti sono diventati comitati elettorali. Privi di identità, di valori autentici che questa società “liquida” e l’attuale classe politica non sono in grado di produrre, ci illudiamo che i giovani facciano figli, perché lo Stato elargirà un centinaio di euro? Il nostro Totò avrebbe risposto: “Ma mi faccia il piacere!”

Rino Gualtieri

ri.gualtieri@yahoo.it

 

Incominciamo dalle cose ovvie e poi passiamo a quelle serie. È da tutti riconosciuto, anche dalle indagini storiche e da quelle scientifiche, che la denatalità è la causa principale del declino di una cultura e di una civiltà. E questo mi pare sia il futuro che attende, non solo l’Italia, ma anche l’Europa.

La seconda ovvietà è che se non nascono più figli e il numero degli anziani aumenta perché si è allungata la vecchiaia, con più giovani che non lavorano e più vecchi da mantenere, non ci saranno più soldi per pagare le pensioni, soprattutto in Italia, dove il lavoro giovanile, quando c’è, è a tempo determinato, se non addirittura all’insegna del precariato. Se a tutto questo aggiungiamo l’evasione fiscale che in Italia oscilla tra i 110 e i 130 miliardi all’anno, mi dica lei come, in assenza della contribuzione, sia possibile costruire per i giovani una pensione decente.

La terza ovvietà è che l’incentivo che verrà erogato alle giovani coppie con figli, anche se, come lei dice, non è sufficiente a motivare la natalità, è comunque un aiuto, anche se sarebbe più equo distribuirlo non a pioggia, ma alle sole coppie il cui reddito non supera un certo tetto fissato.

Ma se andiamo oltre a queste ovvietà, giungiamo al problema di fondo da lei enunciato nel confronto tra la generazione del dopoguerra che aveva davanti a sé un futuro e la generazione attuale che sembra toccare con mano la profezia di Nietzsche là dove, annunciando il nichilismo, dice: “manca lo scopo”. A differenza dei loro nonni e dei loro padri, per i giovani di oggi il futuro non è una promessa, ma una minaccia e, se non è una minaccia, è imprevedibile. E quando il futuro è imprevedibile, non retroagisce come motivazione.

Inoltre rispetto alla generazione del dopoguerra, l’attuale generazione di giovani è decisamente più debole per troppe cure, facilitazioni, concessioni e comprensioni ricevute prima in famiglia, poi a scuola, dove si tende a promuovere tutti in spregio alla meritocrazia, e adesso, in occasione del confinamento in casa per via del Covid, si sono aggiunte sollecitazioni televisive e giornalistiche a prestare attenzione al “disagio” dei giovani chiusi in casa. Ma qual è l’orizzonte di riferimento che misura il disagio? Il nostro mondo abbastanza privilegiato rispetto ad altri mondi? I nostri giovani che si lamentano della didattica a distanza che limita la loro socializzazione, sono capaci di allargare il loro orizzonte e misurarsi con i loro coetanei siriani o afgani che da decenni vivono sotto le bombe, per non parlare degli africani che vengono da noi? Perché se non sono capaci di ampliare l’orizzonte, ma solo di lamentarsi della loro condizione, è la loro debolezza ormai costituzionale che concorre a non aprire ai loro occhi un futuro.

 

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