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Meryl Streep nel 1976, un anno dopo il suo viaggio 
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Controvento. Meryl Streep, dal Connecticut a Broadway: una spericolata corsa in auto sulla strada del riscatto

Nell'estate del 1975 l'attrice percorse oltre duecento chilometri senza mai lasciare l'acceleratore lungo la interstatale 95. Era alla guida di una vettura in affitto e aveva accettato di andare, ancora una volta, a un'audizione. Non sapeva che sarebbe riuscita a passare il guado tra ciò che si desidera e ciò che infine si riesce a avere

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Era l'agosto del 1975. Meryl Streep era appena riuscita a riprendersi dalla delusione di un'audizione andata male, una prova in cui aveva invano riposto molte speranze. Aveva ventisette anni e camminava da tempo sul filo sospeso tra la tentazione di cedere alla dolce quotidianità della vita e il febbrile desiderio di affermarsi nell'arte elusiva della recitazione. Era arrivata a Waterford, nel Connecticut. In quella distanza di duecento chilometri da New York, dalla grande città tentacolare da cui era stata respinta, c'era solo in parte rappresentata la misura dei gradi di separazione che allora la tenevano lontana da ciò che sarebbe potuto accadere e che invece non era accaduto. Era in uno di quei momenti in cui neppure si è più convinti di desiderare davvero che quella distanza, tra ciò che abbiamo e ciò che bramiamo, venga colmata.


A aiutarla in quella risalita era stata l'amico Joe Grifasi, uno di quegli attori che, come lei, si agitava ai confini della cittadella che pareva a molti inaccessibile. Le aveva trovato un contratto per quattro settimane all'Eugene O'Neill Theater Center. Il palco era immerso nel verde e vicinissimo al mare. Si sentiva l'aria buona e la brezza dell'Oceano. Il mattino, se potevano, andavano a nuotare. La sera, quando erano liberi, andavano al cinema. In quell'atmosfera, così lontana dai palchi di Broadway, da ciò che ciascuno di loro sognava, gli sembrava di essere in una sorta di campo vacanze. C'era, tra loro, l'alleanza e anche una sottile, e più blanda, competizione. C'era il piacere delle piccole cose quotidiane.


Fu proprio allora, al giro della terza settimana di quella permanenza, che le arrivò la telefonata che rimise in discussione tutto. L'impresario, lo stesso che l'aveva bocciata, la chiamava per una nuova audizione. Sarebbe dovuta essere a New York al più presto. Le chiesero di arrivare entro qualche minuto. In quegli istanti, in cui qualcuno ti convoca di nuovo a cospetto del bivio delle tue incertezze, e dei tuoi desideri, si ripensa ai passi sul filo, ai rischi di cadere dal lato più impervio. Meryl, per qualche insondabile ragione, trovò invece il modo di non esitare e rispose che sarebbe stata lì in brevissimo tempo. Non disse che si trovava a Waterford. Non disse che si trovava a duecento chilometri da New York. Non disse che, per arrivare fino a lì, doveva intraprendere un altro viaggio ancora.


In brevissimo tempo prese una macchina in affitto e partì. Con lei, decise di andare anche Joe. L'amico era riuscito a recuperare il testo dell'opera che le avrebbero chiesto e che lei avrebbe dovuto interpretare nel caso, improbabile, almeno secondo lei, che fosse stata scelta: Trelawny of The Wells. Meryl aveva una memoria impressionante. Quell'estate per interpretare Isadora Duncan, e prendere confidenza con la leggendaria sciarpa della ballerina, imparò le parti di tutti gli attori. Solo così riusciva a evitare di tenere occupata una mano con il testo. Mentre guidava, non faceva altro che fumare e ripetere le battute. I finestrini era aperti e qualcosa poteva ancora mutare. La coda del destino, forse, poteva ancora essere afferrata. Prese la interstatale 95. Invisibile in quel tratto, alla loro sinistra c'era il canale Long Island Sound. Passarono sul Raymond e Baldwin Bridge proprio sulle acque del Connecticut, il fiume dalle lunghe maree.


La protagonista della piece da mettere in scena era una star del teatro, Rose Trelawny, che lasciava il palco per l'amore di Arthur, un uomo che veniva da una famiglia legata a un vecchio mondo. Anche lei, come Meryl, si era trovata al bivio tra le gioie quotidiane e quella specie di anelito che ti porta a vibrare sulle assi di un palco. Il testo e la vita parevano quasi sovrapporsi. La linea della strada a due corsie davanti si perdeva nella distanza. Correva a più di cento chilometri all'ora. Le uscite dei piccoli centri puritani si perdevano dietro le loro spalle: Madison, Gilford, Branford. A New Haven si avvicinarono di nuovo alla luce brillante del mare. Il porto e le linee affusolate delle barche. C'era chi aveva deciso di prendere il largo e chi, invece, aveva preferito rimanere a guardare le vele e le linee dell'orizzonte.


Una volta lasciato il palco, Rose, si ritrovò a misurarsi con una specie di realtà soffocante. La famiglia di lui era ingombrante e non le lasciava spazio nel perimetro stretto dei gesti quotidiani. C'era il ricordo a confortarla. L'ascolto di una canzone di una sua pièce che aveva emozionato Arthur. Il tempo che sembrava sfuggirle. Dopo Milford, passarono sul fiume Housatonic. In quel viaggio spericolato era tutto un susseguirsi di fiumi che arrivavano all'Oceano dopo un lungo peregrinare. I fiumi, l'Oceano, i ponti, le strade, la corsa a perdifiato. Joe continuava a leggere le battute. Il primo atto. Il secondo atto. A Bridgeport ancora i ponti, i riverberi dell'acqua. Ancora più rapida, quasi senza pensare. Fairfield, Norwalk e Stamford. Quasi tutte le cittadine che passavano avevano quella desinenza in -ford, ovvero il guado: il passaggio. Quella porzione di sentiero, tra le acque, che, solo in alcuni momenti dell'anno, ci permette di passare da una sponda all'altra del fiume. Sarebbe riuscita anche Meryl a guadare quel fiume e raggiungere la sponda dove sembravano accadere le cose?


Anche per Rose, come per Meryl, arrivò il momento in cui sentì troppo forte l'attrazione per il palco. Così, a un certo punto, decise di tornare a recitare. Anche lei sentì che doveva abbandonare le gioie effimere della vita quotidiana che le avevano promesso un conforto che in realtà non le riuscivano a dare in maniera duratura. Ma una volta sul palco, le cose non funzionarono. La vita reale l'aveva come prosciugata di quella particolare luce che le permetteva di cogliere l'essenza delle cose. Meryl andava sempre più veloce. Passarono Greenwich, Port Chester e Harrison. Ormai erano a New York.


Con l'auto si infilarono nel traffico del Bronx, passarono sopra il Whitestone Bridge sull'East River. Girarono intorno alla Flushing Bay. Poi girarono ancora, il tempo a quel punto sembrò cominciare a passare più rapidamente: più erano costretti a rallentare dietro le altre vetture, nella trama fitta delle luci della città, e più il tempo pareva trascorrere velocemente. Infine, passarono su Williamsburg Bridge e percorsero Delancey Street. Poco più in là c'era Broadway. Quando arrivò al teatro, Meryl fermò l'auto ancora in moto. Joe si mise al volante come se dovesse ripartire al più presto. Allora Meryl scese dall'auto, con un ritardo di oltre un'ora e mezza, e invece di mettersi a correre, invece di scapicollarsi fino alla sala delle audizioni, si mise a camminare impassibile con una tranquillità sorprendente. Quando la segretaria di produzione, che ormai stava per chiudere l'audizione, la vide arrivare non comprese tutta quella tranquillità. Bastarono però poche battute per capire che per Meryl era arrivato il momento di passare il guado. Da allora, da quell'audizione nell'agosto del 1975, da quello spericolato viaggio in macchina, non lasciò mai più New York.

*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi