Divorzio
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Alessandra: "Ho imparato che gli uomini non cambiano, e forse neppure noi"

Dalla conoscenza al matrimonio nel giro di sei mesi. Poi una vita separata, ma quieta, per oltre dieci anni, finché qualcosa ha fatto clic e Alessandra ha visto per la prima volta con chiarezza chi aveva sposato. Il divorzio le ha dato ali per allontanarsi, ma la perdita del lavoro e un esaurimento nervoso l'hanno abbattuta. Solo la presenza di una figlia ancora da crescere le ha dato la forza per rialzarsi, e ora è qui, serena, a raccontarlo, perché molte possano imparare dalla sua esperienza

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Nel libro che l’ha reso un’autorità mondiale della sceneggiatura, Syd Field avverte gli aspiranti screenwriter: è che la storia rivela il personaggio. Alessandra (il nome è di fantasia) interpreta alla lettera questa indicazione, mentre racconta del suo matrimonio, della sua discesa agli inferi e ritorno. Seduta nella sua casa di Milano, è una donna di 63 anni attraente, decisa e generosa che si svela con insolita franchezza. Come se leggesse da un libro, le sue parole scorrono veloci, precise, senza fare sconti alle sue scelte e alla sua storia. “Provengo da una famiglia come mille altre: mia mamma era casalinga, mio papà aveva una piccola ditta artigiana. Era convinto che mi sarei sposata come tutte le donne, avrei avuto dei figli e mi sarei dedicata a loro, come aveva fatto mia mamma. Dal suo punto di vista, quello per l’università era un interesse se non inutile, quantomeno temporaneo”. Alessandra, invece, vede le cose diversamente. “Ho sempre avuto un debole per le lingue, ho fatto la maturità nel Regno Unito, dove ho scoperto un mondo. Rientrata in Italia, in reazione alla 'filosofia' della mia famiglia, mi sono trovata un lavoro part-time per pagarmi una casa e mantenermi all’università”. Il primo lavoro è al Consolato Tedesco di Milano, successivamente Alessandra  - che frequenta la facoltà di Lingue e Letterature Moderne -, entra in un’azienda di impiantistica. “Nel giro di un anno sono stata nominata responsabile dell’ufficio import-export. Era un’azienda molto innovativa, avevo permessi per studiare. Quando mi sono laureata, riconoscendo in me una risorsa, mi ha pagato un Master in Finanza Internazionale alla Bocconi”.

A ventitré anni, è una giovane donna con una carriera molto promettente davanti a sé. “È stato in quel periodo che ho conosciuto il mio futuro marito. Lui era amico di amici e io ero appena uscita da una grande storia d’amore cominciata quando avevo sedici anni”. Alessandra definisce la nuova relazione “un vero e proprio colpo di testa”. Sull’onda dell’entusiasmo iniziale, la coppia è passata dalla conoscenza al matrimonio nel giro di sei mesi. “Eppure, avrei dovuto immaginare che il tempo ti dice qualcosa delle persone che incontri”. I partner hanno personalità agli antipodi. “Lui aveva uno spirito artistico, era volubile e piuttosto introverso, non aveva obiettivi di carriera, di crescita personale e non sembrava tagliato per la famiglia. Quando ci siamo ritrovati a vivere insieme, ci siamo accorti dell’assenza di feeling fra di noi”.

Sin da subito, la coppia fa vita separata. Rientrando dal lavoro, Alessandra scriveva la tesi, il marito suonava la chitarra, oppure usciva per seguire dei concerti. “Non c’erano litigi, ma non c’era neanche una relazione: zero dialogo, comunicazione assente. Insomma, non era il mio ideale di vita di coppia, ma d’altra parte non mi impediva di coltivare gli interessi che prediligevo. O forse, la verità è che semplicemente mi illudevo che, con il tempo e con il mio impegno, sarei riuscita a cambiare mio marito. Il mio è stato un madornale errore di valutazione, un peccato di presunzione”.

Una famiglia tutta sua

Professionalmente, Alessandra  continua a crescere: “Ricevevo proposte per nuovi incarichi in azienda, viaggiavo molto, ero diventata manager in un’impresa di impiantistica che operava a livello internazionale. Mio marito, invece, lavorava come funzionario di banca, senza alcun entusiasmo né passione per ciò che faceva. Il fatto che io mi dedicassi alla carriera, avendone l’opportunità, è stata una scelta condivisa: la nostra situazione finanziaria necessitava di migliorare”. La struttura rigida e convenzionale della famiglia di origine fa sentire ad Alessandra il bisogno di costruirne una tutta sua, impostata su una diversa serie di valori. “In qualche modo, avevo la convinzione che con la paternità mio marito sarebbe diventato una persona più coinvolta, più matura: l’avrei sentito più compagno, avremmo trovato affiatamento e complicità. Ma non si può ambire a cambiare le persone. Per i primi due anni dalla nascita di nostra figlia, arrivata quando avevo 27 anni, è stato un padre presente. Andavamo in montagna, portava la bimba nello zainetto”. Con il passare del tempo, le cose cambiano.

“Quando la bimba ha iniziato ad avere altre esigenze - e siamo all’età scolare -, lui se ne è gradualmente disinteressato. Non gli ho serbato rancore, pensavo di essere all’altezza di crescere nostra figlia da sola, ho concluso che fosse un uomo nato senza il gene della famiglia”. Alessandra, per contro, è appagata dal suo ruolo di mamma che riesce a conciliare con gli impegni professionali e con la figlia sviluppa un legame forte ed esclusivo. “Credo che mio marito soffrisse anche un po’ di competizione nei miei confronti, visto che la sua carriera mal si conciliava con le sue passioni, il suo talento artistico. Più il tempo passava, più il suo bagaglio di insoddisfazione cresceva, si faceva più pesante”. Il marito riversa la frustrazione in famiglia: “Quando tornava a casa era sempre di pessimo umore. Dialogare tra noi non era possibile: ogni argomento generava polemiche, lui si lamentava dei colleghi, del lavoro, dei suoi famigliari. Io cercavo di farlo parlare, di aiutarlo a capire che forse c’era un problema di cui doveva prendere atto. Ma quando cercavo di iniziare un dialogo, mi diceva di tacere, perché sennò si sarebbe incattivito”.

Qualcosa fa clic

Dopo sedici anni di matrimonio, dentro ad Alessandra scatta qualcosa. “Da troppo tempo in casa mi sentivo trattata come un mobile, un pezzo di arredamento. E noi, più che una coppia, eravamo due adulti che condividevano appartamento e spese. Tutto quello che agli occhi degli altri era sempre stato fin troppo chiaro, a un certo momento è diventato esplicito anche per me”.

Cosa l’ha aiutata a sviluppare questa consapevolezza? “Un giorno, come se mi avesse colpita un fulmine, mi sono resa conto che gli anni passavano e che ero profondamente infelice della mia vita di coppia, mentre il famoso 'cambiamento' che avevo auspicato non si stava affatto verificando. In quel periodo avevo conosciuto un collega con cui c’erano una forte simpatia e sintonia, nate essenzialmente dall’eccellente lavoro di squadra che facevamo in azienda, ma che mi avevano aperto la mente: gli uomini non sono tutti come quello con cui vivevo io! Il nuovo collega era un altro tipo di uomo, uno con cui avere un dialogo sereno, non uno con cui dovevo contare fino a dieci prima di parlare, era attento agli altri, pronto a dare ascolto e aiuto. Era quello che immaginavo da una relazione 'vera' e in quell’attimo ho capito che stavo sprecando la mia esistenza”.

Il passaggio dalla violenza psicologica a quella fisica fa pendere l’ago della bilancia: “C’erano stati episodi di maltrattamenti nei miei confronti, ma quando ha strattonato nostra figlia in un momento di rabbia, la 'mamma lupa' dentro di me ha preso il sopravvento. Ho capito che non sarebbe cambiato, che non avevo nessun leverage su di lui, che la mia era una scommessa persa. Gli ho detto, “Mi fai paura””.

A 39 anni, Alessandra chiede la separazione. “Potevo mantenere mia figlia, riscattare la nostra casa. Le cose, ormai era chiaro, avrebbero potuto soltanto peggiorare se non avessi preso la decisione”. Dopo qualche esitazione iniziale, il marito accetta la separazione. “È stata una liberazione. Finalmente, rientravo a casa dal lavoro senza avere attacchi di ansia e vomito da gastrite. È vero, mia figlia sarebbe cresciuta senza il padre: questa idea mi spaventava, mi stavo addossando una grave responsabilità, ma a ben guardare, sebbene rischiosa era una condizione migliore di quella di continua tensione, dei litigi sempre più frequenti cui la bambina assisteva”. Nonostante la sentenza del giudice che aveva previsto un affido congiunto di fatto - con weekend alternati, e vacanze in estate e in inverno - il padre vede poco la figlia. “Quando fai una scelta radicale come il divorzio, il problema è che ti trovi a fare i conti con variabili che sfuggono al tuo controllo e che non puoi conoscere a priori”, aggiunge Alessandra.

Il destino in agguato

Nel suo caso, l’inatteso prende la forma della perdita di lavoro. “In qualità di dirigente, le mie protezioni erano molto più fragili rispetto a quelle di un altro lavoratore. Avendo ancora molti anni di mutuo da pagare, ho fatto ricorso al giudice che ha stabilito un aumento degli alimenti, ma il mio ex-marito non ha voluto sentire ragione”. Alessandra si ritrova a fare i conti con un pesante esaurimento nervoso. “La sicurezza data dall’indipendenza economica mi aveva sostenuta fino a quel momento. Quando questa è venuta a mancare, è stato come se sotto di me si fosse aperta una voragine. Avevo superato i 45 anni e il mercato del lavoro già a quei tempi dava poche opportunità di ricollocamento Davanti a me si sono spalancate le porte della clinica psichiatrica”. Mentre cerca di ridare un senso alla propria esistenza, Alessandra prende consapevolezza della profondità della sua solitudine. “Mio marito, con il suo carattere, aveva fatto terra bruciata attorno alla nostra coppia e quindi anche a me; aveva alienato tutti gli amici”.

Con molta determinazione, Alessandra riemerge dall’ospedale psichiatrico: “Un ex-collega mi aveva chiesto se fossi interessata a un lavoro come temporary manager per supervisionare e ristrutturare l’attività di una società che operava in Sud America e che da anni registrava forti perdite. Ho accettato l’incarico. Mia figlia ed io siamo partire, ma dopo pochi mesi lei è rientrata in Italia: giustamente, non era più una bambina e doveva fare le sue scelte”. Quattordici mesi più tardi, Alessandra conclude con successo il suo mandato. “Quando sono tornata a casa ero un’altra persona. Psicologicamente, ero ancora fragile. Inoltre, mi ero ammalata di malaria: mi è costata un’operazione al fegato e un altro annus horribilis”. Nonostante le difficoltà fisiche e psicologiche, Alessandra  si aggrappa a una consapevolezza: “Dovevo rimettere insieme la mia vita, mia figlia aveva ancora bisogno di me. È stata lei che mi ha dato la motivazione per andare avanti, mi aveva spinta a curarmi e a uscire dal tunnel in cui mi ero infilata. Io le ho dato la vita, ma a lei ora devo la mia. La nostra è stata una donazione reciproca”.

 

A più di vent’anni di distanza da quegli anni, Alessandra pensa alle donne che si trovano nella stessa sua situazione di allora. “Una donna deve potersi permettere di dire “basta”, senza dover aspettare sedici anni o una vita. Ma per fare ciò, ha bisogno di un’indipendenza economica; la società, le istituzioni dovrebbero tenerne conto. Se anche non tutti i matrimoni sbagliati sfociano nella violenza fisica, nel femminicidio, è una violenza grave anche il solo fatto di sprecare un’esistenza soffrendo dentro di sé, soffocate dal dolore e schiacciate dall’impotenza di poter ritrovare la propria identità e scegliere per il proprio futuro. Se a me fosse stata negata questa possibilità, invece di avere ancora tanto da dare a mia figlia, ai miei amici, agli studenti cui ora insegno, sarei una persona morta dentro”.