Dopo il caso Simone Biles: affrontare lo stress da competizione dei nostri figli con i consigli degli esperti

(reuters)
Il caso della giovane ginnasta statunitense che si è ritirata dalla maggior parte delle gare ai Giochi Olimpici di Tokyo ci porta a una riflessione sullo stress da competizione e sui problemi mentali. Lo psicoterapeuta Alberto Pellai e la psicoanalista Adelia Lucattini ci aiutano a capire come individuare i segnali di malessere in ragazzi e ragazze impegnati nello sport a livello agonistico e come affrontarlo

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“Devo salvarmi dai miei demoni”: così Simone Biles ha rinunciato alla maggior parte delle gare ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 (ha vinto un bronzo alla trave ma l'obiettivo prefissato di sei medaglie d'oro è ovviamente cancellato), annunciando al mondo di aver vissuto un crollo psicologico. Una notizia che ha fatto impennare le ricerche sul web, cambiare prime pagine ai giornali e, fuori dal clamore mediatico, messo in allerta i tanti genitori che hanno un figlio impegnato nello sport a livello agonistico.

Mentre Simone Biles ringrazia sui social per “l'amore e il sostegno ricevuto”, che le hanno fatto capire che lei sia “molto più dei suoi successi e della sua ginnastica”, rincuoriamoci perché è possibile prevenire un crollo psicologico ai nostri figli e aiutarli a ritrovare l’equilibrio (non solo fisico) qualora lo avessero perso. Ce lo confermano lo psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore Alberto Pellai e la psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, ai quali abbiamo chiesto una guida destinata ai genitori.

Prima di tutto facciamo chiarezza: i “demoni” a cui fa riferimento Simone Biles si chiamano “twisties” e per i ginnasti sono un incubo: si tratta di blocchi mentali improvvisi che fanno perdere il senso dello spazio e della dimensione quando si volteggia in aria. Questo fa perdere il controllo del corpo e rende difficile l’atterraggio in sicurezza. È una situazione che disorienta, in cui corpo e mente si scollegano. Le cause non si conoscono, anche se nel caso della campionessa americana oltre alla fortissima pressione in vista delle Olimpiadi può aver giocato l’aver denunciato pubblicamente di essere stata molestata dal medico della squadra per tutta la sua infanzia. E a proposito di infanzia, quanta pressione e quante aspettative si riversano sugli agonisti e sulle agoniste, soprattutto quando si tratta di adolescenti e preadolescenti, dai 12 anni in su?  “Quando i figli partecipano ad attività sportive è importante che i genitori sappiano intravedere qual è il confine tra un’attività che sostiene la crescita, che li forma e li allena non solo allo sport ma anche alla vita, e tra un’attività che li inserisce in un circuito di estreme aspettative e di alta competitività, dove rischiano di perdersi invece di acquisire quelle competenze che lo sport dovrebbe mettere sempre all’interno di un progetto educativo”, sottolinea Pellai.

Tokyo 2020, Simone Biles cade a peso morto in allenamento: così l'atleta spiega i "twisties"

Come scegliere l'allenatore o la squadra giusti

Pellai ci fornisce quattro cardini inderogabili nello scegliere l’allenatore o la squadra giusta per i nostri ragazzi.  “Innanzitutto come genitori dobbiamo assicurarci della capacità dell’allenatore di farsi carico dell’allenamento dei nostri figli e allo stesso tempo di aiutarli a comprendere il codice di regole che non appartengono solo allo sport, ma anche al gioco di squadra” spiega Pellai.

Che continua: «Un altro fattore fondamentale è l’attenzione che l’associazione o la società sportiva mette nel dosare la richiesta di impegno sportivo con gli impegni scolastici. È importante che i due filoni riescano sempre a integrarsi tra di loro e che non mettano invece il ragazzo, la famiglia e l’associazione sportiva in una situazione di costante competizione e conflitto, lasciando perciò il ragazzo affaticato e sospeso». Il rischio in caso contrario è che pian piano il giovane atleta si trovi escluso dalle riunioni o dai momenti di socialità familiare e ne soffra.

E ora veniamo al momento dell’attività vera e propria. Secondo Pellai è fondamentale “L’osservazione di cosa succede nel momento della sconfitta, cioè quando nostro figlio o nostra figlia partecipano a eventi sportivi e in specialità individuali o di squadra e i risultati sono differenti da quelli attesi. Capire come in seno alla squadra o nel rapporto allenatore-atleta viene affrontato il tema della sconfitta e del fallimento. Gli allenatori e gli adulti di riferimento in questo caso si fanno carico della squadra nel gestire le reazioni dei ragazzi, le aspettative e anche le loro delusioni. È molto importante che venga tenuta alta la dimensione della motivazione alla prosecuzione dell’attività, ma che ci sia anche la percezione chiara che, trattandosi di soggetti in età evolutiva, lo sport deve insegnare non solo a vincere ma anche a perdere». 

«Infine», conclude Pellai, «È fondamentale l’attenzione al fatto che, prima dei 14 anni, anche in una dimensione agonistica lo sport dovrebbe sempre permettere ai ragazzi di avere un altissimo livello di coinvolgimento e divertimento, essere prima di tutto passione e poi eventualmente competizione e ricerca della vittoria».

A questo punto viene spontaneo chiedersi se l’agonismo fa bene ai nostri figli. «Lo sport agonistico in generale fa bene ai bambini, perché organizza i pensieri, il tempo e le emozioni, li abitua a una competizione sana, in cui misurano se stessi e le proprie capacità», interviene Adelia Lucattini. «Certamente soffrono quando non vincono e impiegano molto tempo a rendersi conto che il fatto di non primeggiare in un’attività sportiva, non significa non avere risultati nella vita. Ma psicologicamente è un'esperienza senz'altro formativa». Ci sono però dei segnali che ci permettono di indivudare un disagio nei nostri giovani sportivi

 Cinque segnali che ci possono aiutare a individuare un eventuale disagio

«Innanzitutto quando il giovane atleta è sopraffatto e prova difficoltà ad allenarsi, al punto di non riuscire a recarsi in palestra o in piscina», magari inventando scuse per mascherare il disagio.  

«Un altro campanello d’allarme è quando l’atleta ha difficoltà nel raggiungere gli obiettivi alla sua portata durante le competizioni.» In pratica esercizi o prestazioni che in allenamento sono alla sua portata diventano insormontabili quando si trova al momento clou della gara. «Ma non bisogna osservare i ragazzi solo nel momento dell’attività sportiva: un calo del rendimento scolastico può essere una spia indiretta di un malessere più profondo» prosegue Lucattini.

«Fate attenzione ai cambiamenti: i ragazzi diventano più taciturni o logorroici, hanno scatti o sono meno reattivi. In età evolutiva la depressione, ad esempio, si manifesta molto spesso sotto forma di agitazione fisica, irrequietezza, proteste sopra le righe o ritiro nella propria camera, allontanamento dagli amici e rotture sentimentali improvvise a cui non sanno dare una spiegazione. Inoltre spesso appaiono disturbi del sonno e uso di alcool, in ragazzi solitamente salutisti per abitudine e convinzione».

L’ultimo segnale secondo Lucattini è «lo sviluppo di una vera e propria fobia verso le gare, per cui i giovani atleti non si presentano o sospendono lo sport. Tutti gli sportivi agonisti hanno dei momenti di cedimento, quello che conta è avere sempre il supporto della famiglia e dei propri allenatori. È necessario sapere che, anche se un bambino o un adolescente ha delle caratteristiche fisiche per poter raggiungere degli ottimi obiettivi, è solo l'equilibrio emotivo che gli permette di poterlo realizzare, la coercizione non è mai efficace e molto spesso spinge ad abbandonare non solo quella disciplina, ma lo sport in generale».

Ma se il crollo è già avvenuto come possiamo aiutarli?

«Se ci accorgiamo che partecipare agli allenamenti, alle competizioni scatena in nostro figlio una preoccupazione eccessiva, un’ansia, una riduzione della qualità e quantità del sonno, un livello di preoccupazione estrema, quello è il momento di intervenire», spiega Pellai. «Lo stesso vale quando vediamo che le reazioni dopo aver perso una gara portano il ragazzo o la ragazza ad avere un lungo periodo di demotivazione, quando li vediamo fortemente tristi, depressi, ossia quando l’esito della prestazione sportiva va a intaccare a 360 gradi l’intera qualità della vita», continua lo psicoterapeuta. «A quel punto bisogna seriamente verificare con il ragazzo o con la ragazza e con la sua associazione sportiva quali siano gli interventi migliori per evitare che ciò che succede nello sport abbia un impatto negativo nella sua vita».

L’importanza delle competizioni

“Le gare sono senz'altro stressanti”, commenta Lucattini, “però un allenamento senza gare è un allenamento che non permette di valutare i propri miglioramenti. È sempre necessario un confronto con l'esterno, avere un avversario reale e non solo interno con cui potersi misurare. Ci sono persone che fin da piccole non riescono a sostenere lo stress, il brivido, l'adrenalina della gara. In questo caso i figli non devono essere costretti, non devono essere forzati ma rinforzati, affinché continuino un'attività fisica che permetta loro di mantenersi in buona salute, avere un rapporto sano con il proprio corpo e che permetta di maturare e strutturare, anche attraverso il corpo, un equilibrio psichico migliore".

"Quando però bambini e adolescenti sportivi sono in seria difficoltà, è necessario rivolgersi a uno psicoanalista, aldilà del mental coach che aiuta nelle strategie di gara" continua Lucattini. A volte è nello sport che si manifestano delle fragilità altrimenti nascoste e questo offre l'occasione per affrontarle”, prosegue l’esperta. “È importante in questi casi consultare uno psicoanalista dell'età evolutiva che possa vedere il bambino o l’adolescente, sia da solo che con i suoi genitori, in modo da sciogliere le problematiche che nello sport si sono manifestate, affinché gli atleti e le atlete possano continuare l’attività sportiva e risolvere le loro difficoltà emotive e psicologiche in modo definitivo”.

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