Viaggi

Controvento. Elizabeth Bishop: esplorando il cuore del Brasile lungo il "fiume magico"

Elizabeth Bishop negli anni Cinquanta 
La poetessa statunitense intraprese un viaggio solitario lungo le acque limacciose e rosse del Rio São Francisco, "quella terribile estensione d’acqua", come lo aveva chiamato João Guimarães Rosa nel Grande Sertão. Elizabeth amava i viaggi in cui nulla accadeva. Cercava una polena di jacaranda, ma in quell'universo così speciale scoprì qualcosa che fino ad allora non era ancora riuscita a comprendere
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Quando il 29 maggio 1967 Elizabeth Bishop salì a Pirapora sul battello che l’avrebbe portata lungo il Rio São Francisco, non conosceva ancora quale strada avrebbe preso. Aveva programmato quel viaggio per anni con la sua compagna Lota ma poi, purtroppo, le cose aveva preso una brutta piega. Quel viaggio poi lo aveva immaginato con Lili, la persona che pareva potesse offrirle un po' di ristoro. Alla fine, quando sembrava che quel viaggio non lo avrebbe mai più intrapreso, decise di non rassegnarsi all’idea, e partì da sola. Nel suo diario scrisse di amare i viaggi in cui non accade nulla. Una settimana in nave, andando il più lontano possibile.

Il battello era una di quelle imbarcazioni realizzate per navigare il Mississippi. I brasiliani la chiamavano gaiola, la gabbia. Elizabeth venne colpita, oltre che dalla vecchiezza del battello, anche dalla sua esilità. Non poteva credere a quanto fosse piccolo. Quelle acque limacciose e rosse del fiume magico, "quella terribile estensione d’acqua", come lo aveva chiamato João Guimarães Rosa nel Grande Sertão. Elizabeth si trovava in Brasile da più di quindici anni. Lo aveva attraversato e amato. Era rimasta incantata dalle felci giganti, dalla casa in cui aveva vissuto ai piedi di una rupe "gravata da piogge e arcobaleni" e dai fiori grandi "come gigantesche ninfee sospese in aria". Lei che sentiva di non appartenere ad alcun luogo, lei che aveva viaggiato quasi per tutta la vita senza famiglia, lei che aveva cercato consolazione nel mondo, alla fine si era fermata a lungo in quella terra amazzonica. Nel libro uscito l’anno precedente aveva parlato anche di quei monti di foggia impervia, "forse pieni di autocommiserazione", che in Brasile sono "dolenti e aspri".


A bordo del battello erano in quattordici. Ciascuno di loro era legato a qualcun altro. Il natante, quasi minuscolo, impercettibile nelle ampie distese acquoree, superò Januária e Itacarambi. Il São Francisco è un fiume insolito e misterioso. Appartato e muto, non appartiene a quella famiglia di corsi d’acqua che uniscono e favoriscono i legami tra le città. In qualche modo, forse, apparteneva al mondo delle acque che piaceva a Elizabeth. Un fiume del sertão, un fiume del deserto, che cercava di precipitare libero nell’oceano. Un fiume carico di storie intessute con il filo delle amare conquiste e delle estreme sofferenze, come ogni spazio in quelle terre che furono attraversate da chi riteneva di portare la civiltà. Cosa pensò Amerigo Vespucci quando lo percorse oltre seicento anni prima? Cosa c’era allora sulle coste ora imbiancate e stinte e quasi inondate dal rossore delle acque?


Cosa pensava Elizabeth mentre il viaggio procedeva? In una cartolina scrisse che, con il passare del tempo, le parti peggiori del viaggio, di ogni viaggio, spesso sono destinate a diventare una macchietta, a sembrare divertenti. Ma, continuava, mai lo sarebbe diventata l’odiosa povertà che vedeva quando si avvicinavano ai porti. Il viaggio proseguiva, ma Elizabeth non riusciva a trarre sollievo. Quasi costretta, in quello spazio circoscritto del battello che si misurava con lo spazio infinito delle acque. Costretta a fare i conti con sé stessa. Costretta a comprendere, in maniera inesorabile, in quale direzione l’avrebbe portata la strada che aveva scelto.


I viaggi aprono varchi su ciò che stiamo diventando. Certificano la nostra condizione. Ci scuotono dall’inconsapevolezza e in quell’andare altrove, nel confrontarci con l’altro, ci obbligano a prendere consapevolezza di ciò che altrimenti cerchiamo di nascondere a noi stessi. Il velo che cela le cose, in viaggio viene strappato senza esitazione. La solitudine, in viaggi come questi, diventa crudele, severa e racconta di noi, delle nostre condizioni, con una sincerità priva di dubbi. Elizabeth, in quella cartolina, parlò dei compagni di viaggio. Di quello spazio angusto. Di quello che si vedeva e di come le relazioni obbligate con gli altri l’avessero costretta a prendere consapevolezza. Il dolore. L’assenza. Tutti, a bordo, erano educati e simpatici, anche se le chiedevano sempre se avesse una famiglia. Quando lei rispondeva di no, la commiseravano. Quel che la ferì di più, durante il viaggio, fu che cominciò a sentirsi evitata, trattata come se non fosse del tutto con loro.


Fu l’ultimo grande viaggio che fece in Brasile. Quando scese dal battello, quando disse addio al São Francisco, sentì che quella era stata l’ultima immersione nel mondo interiore del Brasile. Per lei fu una specie di accettazione della solitudine. Lasciò, in quel continente incommensurabile, tutto ciò che aveva. Tranne pochissime cose.  Undici anni dopo, quando Lota non c’era più da molto tempo a causa di quel gesto terribile che arrivò a compiere poco dopo il viaggio di Elizabeth, una giovane poetessa americana, Elizabeth Spires, andò a intervistarla per la rivista The Paris Review. Era il 28 giugno 1978 e la incontrò nel suo soggiorno al quarto piano di Lewis Wharf, nella Penobscot Bay, a Boston. Elizabeth Bishop viveva sempre vicino all’acqua, nei pressi delle baie, più vicina possibile "alle isole che non si sono mosse dalla scorsa estate, anche se mi piace pensare di sì".

Parlarono del Brasile e di tutto il tempo che vi aveva trascorso. Parlarono anche di quel viaggio. Elizabeth raccontò che aveva comprato delle cose che poi aveva portato con sé. Cose che non avrebbe sopportato di dare via. Mostrò, allora, una polena. Una di quelle figure che si pongono all’estremità prodiera dello scafo dei velieri. Alcune sono meravigliose, disse. Ma quella che mostrò, per sua stessa ammissione, era orribile. Raccontò che furono usate per cinquant’anni sul Rio São Francisco, in quel tratto navigabile lungo circa due o trecento miglia. Ce n’era una, disse, più famosa e ammirata di tutte. Si chiamava Il Cavallo Rosso. Era stata fatta con il legno di jacaranda, la pianta da cui nascono quei fiori dai colori sorprendenti, blu, viola, porpora, che ne ricoprono tutti i rami. Il colore del legno è vivace e rossastro. È una polena meravigliosa, disse. Un cavallo con la bocca aperta. Per qualche ragione, tuttavia, tutte quelle polene sono scomparse. Le raccontò del viaggio che fece nel 1967 su quel fiume così solitario, immenso e muto. Sette giorni era durato, ma di quelle polene non ne aveva trovata neppure una.

*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi