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Rachel Carson nel 1961 
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Controvento. Rachel Carson: il pellegrinaggio verso l'Oceano della “prima ambientalista”

Terminato il college, nell'estate del 1929, l'allora ventiduenne Rachel iniziò un lunghissimo viaggio, tra Springdale e Cape Cod, che la portò per la prima volta sull'Oceano. Dopo averlo immaginato per molti anni, non lo avrebbe mai più lasciato. Al mare dedicò studi e pagine indimenticabili in cui coniugava la precisione di una poetessa con l'immaginazione di una scienziata. Anche grazie a quel viaggio sarebbe divenuta una delle più importanti figure per la nascita del movimento ambientalista

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Viaggiare non è solo il modo con cui ci inoltriamo tra le persone che non abbiamo mai conosciuto o negli spazi del mondo. Non è solo il modo in cui ci apprestiamo a scoprire isole mai vedute o a raggiungere vette altissime. Viaggiare è anche, in un certo modo, forse soprattutto, la modalità con cui cerchiamo di placare una certa irrequietezza e con cui tentiamo di trovare, o ritrovare, un posto nel mondo a cui appartenere.

Rachel Carson lasciò Springdale in un giorno d'estate del 1929. Aveva ventidue anni, fino a allora era rimasta sempre in Pennsylvania e non era mai andata oltre Pittsburgh. Non era ancora divenuta la biologa e la scrittrice capace di portare, per prima, l'attenzione sui danni che il comportamento dell'uomo stava infliggendo al precario equilibrio della natura. Non era ancora divenuta la donna capace di unire, come pensava fosse necessario Nabokov, la precisione di un poeta con l'immaginazione di uno scienziato. Con i suoi passi aveva sempre girato all'interno di uno spazio circoscritto: la casa d'infanzia, i dintorni idilliaci, che stavano per smettere di essere idilliaci, e la scuola. Lei che avrebbe dedicato indimenticabili studi e pagine al mare, non aveva mai veduto l'Oceano. Almeno fino a quell'estate. Fu allora che decise di accettare una borsa di studio a Woods Hole nel Massachusetts. Uno di quei villaggi all'estremità sud-ovest di Cape Cod, una sorta di trampolino naturale per gettarsi nell'Oceano. Un villaggio che distava, se si fosse seguita la strada più diretta, oltre mille chilometri da quello che fino ad allora era stato il rifugio di Rachel.


Andare a Woods Hole, per lei, era come andare sulla Luna. Ma, in quell'estate, Rachel sembrò divenire capace come non mai di uscire dal proprio guscio. Così, invece di scegliere la via più breve, e raggiungere subito quella meta, pensò di approfittare di quel tempo sospeso che si vive subito dopo il termine del college. Come chi per lungo ha esitato a uscire dal proprio bozzolo, nel momento in cui lo fa, lo fa con un irresistibile splendore, Rachel intraprese un lungo cammino di avvicinamento che procedeva per approssimazioni e allontanamenti. Il primo incontro con il mare, dovette pensare, sarebbe stato una sorta di lenta danza di seduzione.


Prima se ne andò verso Baltimora, nel Maryland. Visitò la John Hopkins University dove sarebbe andata a studiare zoologia e genetica. Si incontrò con uno dei docenti che avrebbe seguito l'anno a venire e provò a immaginare come sarebbe stato il tempo che sarebbe venuto poi. Poi andò a dormire a Washington. La notte la trascorse in una delle stanze de L'Ontario, uno di quegli edifici dei primi del Novecento nel quartiere Adams Morgan. L'Oceano era ancora lontano. In uno dei libri che avrebbe scritto in seguito, in una di quelle pagine dedicate al confine sconosciuto del mare, raccontava di una stella di mare. L'aveva raccolta in un'alba durante una bassa marea. Quando, aveva deciso di riportarla indietro, di restituire al mare ciò che il mare le aveva lasciato intravedere, aveva deciso che la cosa migliore fosse riportarla di sera, quando si sarebbe verificata di nuovo la bassa marea. Pensava che ciascun vivente andasse restituito al proprio ambiente nelle medesime condizioni in cui era stato trovato. Era un modo per mantenere l'equilibrio insondabile che tiene insieme la vita. Rimettere le cose al proprio posto.


Il giorno dopo andò così da Washington fino a Luray in Virginia. Se ne tornava un poco indietro, verso ovest, verso le aree più rurali. Andava a trovare Mary Scott Skinker, una delle docenti del college, forse una di quelle che, con le sue lezioni, l'aveva spinta a lasciare gli studi della letteratura per quelli più strettamente scientifici. Mescolare i saperi, attingere a più fonti per indagare con più forza il mistero della nostra natura e del mondo in cui ci ritroviamo a vivere. Una volta lì, per raggiungere Mary, salì verso il resort di montagna, per sei-sette chilometri, a cavallo di un pony: era l'unico modo per raggiungere Skyland, un antro di natura nel parco nazionale di Shenandoah. Mentre si avvicinava provò stupore e incanto. Lo stesso incanto che più tardi avrebbe indicato come  necessario per capire ciò che stavamo distruggendo, lo stesso incanto che sarebbe stato la vera molla che ci avrebbe spinto a prenderci cura della nostra Terra. Più si avvicinava a quello spazio remoto, più si avvicinava all'Oceano in un modo tutto suo, e più usciva dal sottile isolamento in cui, forse involontariamente, si era relegata in tutti gli anni di scuola. Con Mary giocava a tennis. Insieme guardavano giù verso la valle e sognavano di scalare tutte le vette davanti a loro. Dopo qualche giorno, alla fine di luglio scesero a piedi lungo la montagna e presero insieme l'autobus per Washington.


Il tempo, come quasi sempre accade in un viaggio speciale, aveva un modo tutto suo di trascorrere. Lentissimo prima, poi velocissimo e poi di nuovo molto adagio. Dopo mezzanotte Rachel prese un treno che la portò a New York. Arrivò il mattino presto nella maestosa caverna della Pennsylvania Station. Fu come un'ebrezza. Fece colazione, salì su un bus aperto e a due piani e fece il giro per la città. Vide le cime argentate nella Fifth Avenue, svoltarono per Cathedral Parkway e percorsero tutta Riverside Drive per arrivare poi a Broadway. Andò alla Columbia University e si infilò negli antri abissali della biblioteca con le sue decine di milioni di volumi. Una volta uscita, prese la decisione che da lì in poi, invece di proseguire via terra, in treno o in bus, era giunto il momento di cominciare a andare via mare.


Il battello partì nel pomeriggio dalla Upper Bay, passò davanti alla Statua della Libertà, risalì lungo l'East River e uscì sul braccio di mare di Long Island Sound. La cabina che aveva preso era molto affollata e mentre fuori piovigginava, invece di starsene lì chiusa con gli altri passeggeri, Rachel se ne rimase sul ponte per tutto il tempo. Passarono delle ore: solo quando si fece scuro, verso il termine della giornata, il cielo si rasserenò. La notte arrivò come la più precisa punteggiatura del viaggio. Il mattino successivo compì l'ultimo passo, l'ultimo tratto di quell'avvicinamento: il traghetto da New Bedford fino a Woods Hole. In quell'ultimo passaggio, in cui attraversava la Baia di Buzzards e si avvicinava alla sponda dell'Oceano, non potè che rimanere ancora sul ponte. Da quel momento, dall'arrivo al laboratorio di biologia marina, non lasciò più il mare. Arrivare fino a lì, per lei, fu come tornare a casa. Arrivare fu, come per la stella di mare, ritornare al proprio posto.

 

*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi