Gravidanza

Parto in casa. Dai costi alla gestione delle emergenze: ecco cosa c’è da sapere

Nei mesi passati i protocolli di sicurezza Covid hanno limitato l’accesso in sala parto al papà e all’ostetrica di fiducia. Per questo sempre più donne hanno iniziato a considerare le alternative fuori dall’ospedale. Che vanno vagliate con molta attenzione e affidandosi a personale qualificato
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Complice la pandemia, del parto a domicilio si parla sempre di più. I protocolli di sicurezza che nei mesi scorsi hanno limitato l’accesso ai papà e all’ostetrica di fiducia in sala parto, infatti, hanno determinato un incremento delle nascite fuori dall’ospedale, conferma la Società Italiana di Neonatologia.

“Non abbiamo dati numerici in proposito a livello nazionale, ma anche noi abbiamo notato un incremento delle richieste e dell’interesse”, racconta Lisa Forasacco, presidente dell’Associazione Nazionale Culturale Ostetriche Parto a Domicilio e Case Maternità che raccoglie circa duecento ostetriche libero-professioniste che condividono un modello assistenziale basato sulla continuità dell'assistenza ostetrica, sull'appropriatezza, la personalizzazione e la scelta libera e consapevole.

Secondo il primo studio italiano condotto dall’Istituto Mario Negri in collaborazione con l’Associazione Nazionale delle Ostetriche e pubblicato nel 2018, si calcola (anche se non ci sono statistiche ufficiali) che il parto extra-ospedaliero in Italia riguardi solo lo 0,06% delle nascite. Un dato bassissimo se confrontato con i Paesi Bassi dove il 16,3% delle nascite avviene in casa e l’11,4% in una casa maternità. Il Regno Unito, secondo nella volata europea, conta 1-3% di parti extra-ospedalieri, mentre negli Stati Uniti il tasso è passato dallo 0,87% del 2004 all’1,5% del 2014.

E non è tutto, perché stando a una recente ricerca pubblicata su JAMA Network Open, la rivista mensile dell’American Medical Association, le ricerche online sull’argomento sono cresciute del 239% negli Stati Uniti e del 53% nel Regno Unito nel confronto fra marzo 2019 e novembre 2020.

Parto extra-ospedaliero: per molte ma non per tutte

Secondo il documento sulla sicurezza per la nascita pubblicato nel 2017 nel Regno Unito dal National Institute for Health and Care Excellence, per le donne a basso rischio ostetrico e i loro figli il parto extra-ospedaliero è generalmente molto sicuro. “Nel 2020 è stata pubblicata su The Lancet una meta-analisi ventennale che dimostra come per il neonato sano a termine il parto in casa sia sicuro tanto quanto quello in ospedale, con in più in vantaggio di non subire separazioni dalla sua placenta e dalla madre”, aggiunge Ivana Arena, co-fondatrice con Daniela De Angelis e Sara Battaglia della casa maternità Zoé di Roma.

“Prima di convincere le donne a partorire non più a casa ma in ospedale non erano mai stati fatti studi clinici sulla sicurezza di questa scelta. Adesso, invece, sappiamo che con il parto extra-ospedaliero il rischio di interventi al parto si riduce del 20-60% a seconda dei luoghi”, prosegue Arena e Forasacco aggiunge: “Alla base del nostro modello assistenziale ci sono l’ascolto e la conoscenza della donna, fondamentali per creare una relazione di fiducia indispensabile e una presa in carico personalizzata e appropriata. Inoltre, eseguiamo una valutazione continua di criteri oggettivi clinici, relazionali e ambientali grazie ai quali orientiamo la nostra pratica per leggere appropriatamente la salute complessiva della donna e del suo bambino”.

Il parto extra-ospedaliero, va ribadito, non è per tutte le donne che lo desiderano, ma è proprio la selezione a priori che gioca un ruolo fondamentale nella riduzione del rischio. Sempre in tema di sicurezza, nel rispetto dei protocolli Covid, le ostetriche si sono equipaggiate per prevenire possibili contagi durante il parto extra-ospedaliero, ma proprio la pandemia introduce un’altra variabile in tema di sicurezza. “Nel caso di trasferimento in ospedale non ci è più possibile, in quasi in nessun caso, entrare in accompagnamento alla donna", sottolinea Forasacco. "E questo in termini di sicurezza, potrebbe voler dire una minor soddisfazione da parte della donna, un aumento dello stress, perché cambiare setting è stressante, ma anche un aumento della possibilità di andare incontro a medicalizzazioni, perché l’ostetrica non ha la possibilità di dare continuità al passaggio di consegne e al supporto alla donna”.

Perché scegliere un'alternativa all'ospedale

L’età avanzata, la multiparità, l’alto livello di istruzione, avere un partner con un alto livello di istruzione e vivere in una piccola città sono fattori predittivi che aumentano la probabilità di scegliere una nascita a casa o in casa maternità. “Le donne che si affidano alle ostetriche hanno capito che il cuore della loro attività è la fisiologia del parto cosa che, spesso, in un percorso medicalizzato non si riconosce”, osserva Arena. Sono un esempio la limitata libertà nella scelta delle posizioni per il travaglio e l’utilizzo continuo del monitoraggio. “Noi eseguiamo il monitoraggio, come da linee guida, a intervalli regolari, affinché sia il meno invasivo possibile, per lasciare libertà di movimento alla mamma, consapevoli dell’importanza di permettere al suo corpo di produrre gli ormoni - che sono gli stessi della sessualità - necessari al parto”. In alternativa all’ospedale non c’è solo la propria casa, esistono anche le case maternità che, in un setting familiare, offrono vantaggi in termini di attrezzatura e vicinanza agli ospedali. “Per esempio, noi abbiamo una vasca per il parto in acqua, che possiamo portare anche a casa, e una liana appesa al soffitto, cioè una fascia di tessuto morbido che permette alla donna di aggrapparsi e spingere il bacino verso il basso accompagnando la discesa del bambino. Inoltre, la nostra casa maternità è a quattro minuti di distanza dall’ospedale, quindi può essere un’opzione per chi abita a oltre trenta minuti dall’ospedale, che è il limite per partorire a casa in sicurezza”, fa sapere Arena.
 

Quanto costa e come accedere ai rimborsi delle Asl

Partorire in casa è un diritto sancito dall’OMS nell’ambito della libertà di scelta sulla propria salute, ma solo alcune regioni italiane - Piemonte, Emilia Romagna, Marche, Lazio e le provincie di Trento e Bolzano - favoriscono l’esercizio di questo diritto attraverso il rimborso parziale dei costi (in Lazio, per esempio, il rimborso è di 800 euro) oppure attraverso l’assistenza pubblica gratuita, come nel caso di Torino, Reggio Emilia, Modena e Parma.

Nell’accesso al parto in casa, insomma, esiste una grande sperequazione regionale ed economica. “Il costo di un parto in casa dipende anche dalla tipologia assistenziale, prima, durante e soprattutto dopo il parto, cosa che fa la differenza”, prosegue Forasacco. Quanto al costo per il parto nella casa maternità si aggira fra due e tremila euro: “Questo budget comprende la disponibilità di due ostetriche 24 ore su 24 anche per cinque settimane. Le ostetriche, infatti, seguono la mamma a casa per tutta la settimana successiva al parto per un controllo quotidiano e per l’assistenza all’allattamento”, spiega Arena.

Per poter beneficiare del sostegno economico regionale e ottenere il rimborso la futura mamma o un suo delegato deve farne domanda alla Asl di residenza entro la 36+0 settimana attraverso una richiesta informata firmata della donna, a cui vanno aggiunte una dichiarazione dell'ostetrica di idoneità al parto domiciliare, e la prescrizione di ossitocina e profilassi anti-D, nel caso di gruppo sanguigno Rh negativo.

Come si gestisce l'emergenza

“L'imprevisto può succedere, ma i neonati sono attrezzati dalla natura per affrontare la nascita”, commenta Arena. “Il problema di solito sono le forzature, gli interventi che determinano una cascata di eventi. Evidenze molto chiare indicano che ogni intervento può comportare un rischio”. Per esempio, come accade nel film di Mundruczó? “Nel film non si capisce bene quale sia il problema che determina la morte della bambina. Quello che si nota è che la nascita avviene molto velocemente, forse un parto precipitoso, e che - ma è un’ipotesi - l’ostetrica taglia il cordone ombelicale troppo presto. Nel caso di un bambino in difficoltà, tagliare precocemente il cordone ombelicale è controproducente”. La ostetriche, inoltre, non solo sono esperte nella gestione dell’emergenza, ma sanno come rianimare un neonato. “Soprattutto, sappiamo che farlo a cordone ombelicale intatto significa maggiore sopravvivenza, perché il neonato riceve sangue ossigenato dalla placenta. Secondo uno studio nepalese questo si traduce anche in uno sviluppo neurologico migliore. In vent’anni di esperienza, mi è successo una sola volta di dover rianimare un neonato e la bambina, ad anni di distanza, gode di ottima salute”. Va precisato che le ostetriche, proprio perché seguono la futura mamma per tutta la gravidanza, nel caso di patologia la indirizzano allo specialista più adatto in modo da arrivare al parto tenendo sotto controllo tutte le variabili e con un basso livello di stress.

Qualcosa va storto: cosa dice la legge

Se qualcosa andasse storto, come ci si tutela? “Valgono le regole stabilite dalla Legge Gelli Bianco n.24/2017 sulla responsabilità medica che ha stabilito i passaggi per attivare la richiesta di risarcimento”, risponde il dottor Lorenzo Maltoni, medico legale dello studio Maltoni & Associati di Firenze. “Con questa legge, il legislatore ha introdotto la consulenza tecnica preventiva finalizzata alla conciliazione della lite quale criterio di procedibilità da percorrere obbligatoriamente prima dell’eventuale attivazione di una causa civile. Dopo questo tentativo preliminare di conciliazione, se le parti non trovano un accordo, può essere avviata la causa vera propria che si concluderà con una sentenza di condanna al risarcimento del danno o di rigetto della domanda risarcitoria”.

In prima battuta, dunque, è necessario che vi sia stata una corretta selezione della donna candidata al parto extra-ospedaliero e sia stata accertata l’assenza di controindicazioni alla pianificazione del parto a casa. L’ostetrica dovrà essere scelta con attenzione, riferendosi a personale certificato e con riconosciute esperienze di parti in casa. Poiché il rapporto con l’ostetrica si basa soprattutto sulla fiducia, un contratto può servire per indicare le modalità di svolgimento dell’assistenza al parto, ma non è obbligatorio in quanto il contratto si formalizza nell'azione stessa di assistenza. Nel caso la donna volesse procedere in sede giudiziale, dovrà innanzitutto recuperare la documentazione clinica che servirà al medico legale per accertare la responsabilità del danno ascrivibile all’assistenza. “In caso di un evento avverso, sarà compito della donna dimostrare l’esistenza di un contratto o del cosiddetto 'contratto sociale' con l’ostetrica, il danno e allegare prove dell’inadempimento astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato”. Le modalità introdotte dalla Legge Gelli Bianco allungano i tempi e, oltre ai costi psicologici, bisogna mettere in conto anche quelli dell'accertamento della responsabilità medica. “Il costo per la redazione della perizia medico-legale varia, mediamente, da due a diecimila euro a cui si aggiungono le parcelle dell’avvocato per i vari gradi di giudizio”, conclude Maltoni.