Tabù
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Voglio diventare padre: storie personali e riflessioni sull'infertilità maschile

Da ragazzi la virilità è una questione di lunghezza, poi entra in gioco la vitalità degli spermatozoi e così un’eventuale infertilità viene vissuta come una mancanza di cui vergognarsi. A parte rare eccezioni, come quella dell'attore e scrittore Corrado Fortuna, e altri padri che qui si raccontano

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"Se penso a quanti cazzo di soldi ho speso in goldoni...", dice uno alzando gli occhi al cielo, si intravedono appena sotto il cappellino calato. Ridono tutti in quella sala d’attesa spoglia. Lo pensano tutti d’altronde. E poi con quegli sconosciuti non serve fare quello che "no, non sono pronto per diventare padre, sei matto?". Se sono lì è perché un figlio lo vorrebbero, ma non ci riescono. E allora finisce che si riesce a essere sinceri dopo mesi, a buttarla in vacca, magari a sentirsi meno sfigati. "Da quanto ci provate voi?". 

Poi arriva il proprio turno. "Tocca a lei", dice l’infermiera indicando il bagno. Se va bene non c’è coda, altrimenti bisogna aspettare, tutti con sacchettino e provetta in mano, ma se sai che c’è gente fuori è ancora più difficile concentrarsi, non bastasse trovarsi in quello sgabuzzino. "Per anni ho raccontato delle seghe nei bagni delle cliniche alle cene. Facevo ridere tutti, era diventato un classico. Poi magari, alla fine, qualcuno si avvicinava e mi diceva “Anch’io”", racconta Corrado Fortuna, attore, regista e scrittore. Lui è l’eccezione che conferma la regola: della sua infertilità parla liberamente. Da sempre, anche prima di riuscire ad avere Vasco, grazie a un lungo percorso di fecondazione assistita. "Cinque anni dalla prima sega a comando", ricorda, scandendo le parole con ironia.

Ma perché per tanti è ancora un tabu? "Troppi uomini sono ossessionati dal machismo, dalla virilità a tutti i costi, e allora si vergognano a dire che nei loro spermatozoi c’è qualcosa che non va. Ma io proprio non li capisco: per me è molto più virile un uomo che desidera essere genitore a tutti i costi, piuttosto di uno che indossa una maschera". Mentre prendeva il Fortimon, un farmaco per stimolare la spermogenesi - "una fiala ogni giorno per un anno, vietato saltarne una" - ha iniziato a scrivere. È nato così Tancredi Pisciotta, stessa età (40 anni, oggi 43), stessa sorte. La sua storia si intitola L’ultimo lupo (Rizzoli) e racconta di un omicidio misterioso avvenuto nelle Madonie. L’infertilità del protagonista non è al centro della vicenda, ma alla fine c’entra lo stesso, perché è un’esperienza che ti cambia. "Quando incontro i lettori sento un’energia nuova rispetto agli altri romanzi, spesso diventa un’occasione per parlare di questo tabù", continua Fortuna.  

 

«“Dottoressa Cossi, mi scusi, che vuol dire scarse possibilità? Qual è la proporzione?” 

“Lei, signor Pisciotta, ha due milioni di spermatozoi dove ce ne vorrebbe un miliardo. Questa è la proporzione”. 

“Ho capito, ma quei due milioni non servono proprio a niente? Comunque sono due milioni!”. 

“Lei ha presente quei ragazzi coi cani, pieni di anelli sul naso e ovunque, che si chiamano punkabbestia e che stazionano davanti ai discount per chiedere “qualche moneta per la birra”? 

“Sì, ho presente, ma che c’entra?” 

“C’entra che quei due milioni è così che stanno: non si reggono in piedi, non riescono a parlare se non biascicando e hanno bisogno di qualche moneta per la birra. Ecco, questi poveretti devono armarsi di buona volontà e compiere uno sforzo fisico pari a quello di risalire l’Everest cento volte di seguito. Mi spiego? Quante chance darebbe lei ai suoi spermatozoi?”». 

 

A cercare di trovare una risposta a questa domanda si rischia di perdere la testa. "Io mi sono confidato con pochi amici intimi", racconta Alberto, 36 anni, finalmente in attesa di sua figlia. "Ma nessuno mi ha capito perché nessuno ha fatto la fecondazione. Alcuni non l’hanno neanche cercato un bambino, gli è arrivato per sbaglio. Chi concepisce facendo l’amore non può comprendere cosa significhi doversi fare punture ogni giorno per mesi, e poi doverle fare alla propria compagna, e poi doversi prendere continui permessi al lavoro, inventare scuse... E poi aspettare e trovare la forza di ricominciare daccapo, quando va male. A noi è andata bene al quarto tentativo". Alberto è portatore sano di fibrosi cistica, è questa la causa della sua infertilità. "Ma spesso l’origine del problema non si conosce e questo fa sì che gli uomini pecepiscano l’infertilità come una sorta di mancanza", spiega Giada Gramegna, psicologa del centro PMA del Policlinico di Milano. "Sono rari i casi in cui è un ragazzo a rivolgersi a me, di solito sono le donne e raramente ai colloqui vengono con il compagno".

Il problema, secondo lo psichiatra e sessuologo Marco Rossi, è una questione di misura. "L’uomo vive cercando di misurare la propria virilità: dalla lunghezza del pene, quando è giovane, fino alla vitalità dei propri spermatozoi, quando decide di fare un figlio. Se questa misurazione si inceppa, va in crisi: si sente impotente, perde l’autostima, e poi entra in gioco il senso di colpa nei confronti della propria compagna. Tutto questo può portare a una forma di depressione e a un isolamento sociale. Mi è capitato di seguire coppie che facevano la fecondazione e avevano problemi sessuali legati al fatto che fare l’amore era diventato solo un atto terapeutico". 

Corrado Fortuna dice che, probabilmente, per lui è stato facile parlarne perché aveva fatto un percorso di psicoanalisi. "Mi ha dato le chiavi per aprire serrature arrugginite, dovrebbero farla tutti. A prescindere". Perché poi non si tratta solo di digerire la diagnosi, si tratta di affrontare il percorso di fecondazione assistita. "La motivazione è tutto, se non c’è quella si rischia di mollare perché non è solo la fatica emotiva dei tentativi, è che in mezzo, la vita ti mette altre difficoltà davanti". Gramegna, infatti, racconta di come alcune coppie non ce la facciano. "Ultimamente ho visto diversi casi di separazione legata a problemi di infertilità, ma ci sono anche un sacco di storie di legami che si rafforzano". Un esempio? "Se è romantico fare un figlio naturalmente, per noi lo sarà ancora di più", ha detto a Corrado Fortuna la compagna, mentre uscivano dalla visita in cui avevano avuto la diagnosi. "Penso che un’esperienza del genere renda anche genitori più consapevoli", aggiunge Marco, 43 anni, un figlio di sei avuto tramite Icsi. Lui al tempo non ne ha voluto parlare con nessuno, tabù assoluto. Si è sbloccato solo dopo la nascita del figlio, a quel punto si è quasi sentito investito di una missione: "Si può fare".  

Si può fare, sì. Anche se le percentuali di successo per tentativo si aggirano intorno al 25%. E ovviamente conta l’età. "I miei pazienti, in media, hanno superato da un bel pezzo i trenta, late thirties, li definiamo", racconta Luca Boeri, urologo e andrologo del Policlinico di Milano. "Nei casi di infertilità il 50% è per un fattore maschile, ma c’è una grande fetta - il 30% circa - in cui non si riesce a trovare una causa: gli esami vanno bene, ma i figli non arrivano". Il motivo lo spiega Edgardo Somigliana, il ginecologo che dirige la clinica Pma Regina Elena del Policlinico: "Quando parliamo di infertilità ci riferiamo a una funzionalità, non a una malattia organica, e quindi è più difficile da studiare. Lo spermiogramma offre solo una fotografia e noi, da quella, dobbiamo cercare di capire l’intero film". Nella pratica poi, sono le donne a dover fare la fatica: cura ormonale, monitoraggi, prelievo degli ovociti, transfer. "Vedere la persona che ami affrontare tutto questo è la parte più difficile", ammette Alberto. Però c’è chi riesce a riderci su. "È l’ironia che ti salva in certe situazioni", commenta sorridendo Fortuna. "Io e la mia compagna ridiamo ancora ripensando ad alcuni momenti. La battuta più divertente però l’ha detta una ragazza romana, in una delle tante sale d’attesa da cui siamo passati: “Sto regazzino manco è nato e già rompe, er motorino jo do quanno fa ventisett’anni!”".  

 

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