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Per essere felici dobbiamo digiunare: rinunciamo al superfluo

Una riflessione sul digiuno, fisico e metafisico, e sul suo significato in una società consumistica come la nostra. La facciamo attraverso la storia, documentata e immaginata di Giovanni Succi. Che risponde alla grande domanda: come possiamo applicare l'arte della rinuncia oggi?
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«Oppa Oba». Cioè «troppa roba». Sono queste le parole che pronuncia il piccolo Giovanni, quando inizia ad essere imboccato con del cibo solido, suscitando l’ilarità della sua famiglia. Ad eccezione della nonna, che leggeva in quelle parole una sorta di predizione per il suo futuro. Infatti, una volta cresciuto, diventerà il più grande digiunatore di tutti i tempi. Personaggio realmente esistito fra il secondo Ottocento e il primo Novecento, Giovanni Succi con la sua mirabolante vita fa del digiunare una professione e anche una fonte di forza, energia e invulnerabilità, come racconta la splendida e originale penna di Enzo Fileno Carabba nel suo ultimo romanzo “Il digiunatore”, Ponte alle Grazie, in uscita il 13 gennaio.

Un racconto, documentato e immaginario, che narra e inventa le incredibili vicende di questo personaggio, che ispirò un racconto di Kafka, incrociò Freud e Salgari, fece viaggi di esplorazione, alternati a pause in manicomio, intercettando la nascita del cinema, del socialismo e della psicanalisi e di tante correnti di fine secolo scorso. Una vita avventurosa, quella di Succi, all’insegna dello stupore, della speranza e della fierezza della semplicità, che con il suo rifiuto del cibo/disciplina del digiuno ci dice molto anche sul nostro presente fatto di “troppa roba”.

In un’epoca di sovrabbondanza di cose, di stimoli, di notizie, di contatti e di surplus, l’arte del “fare a meno”, può diventare un super potere? Less is more, ossia “meno è meglio” può essere la chiave per vivere un’esistenza non solo più leggera e meno complicata, ma anche più felice? Per capire meglio le potenzialità e i benefici dell’astenersi dal troppo e per ragionare su tutto quello a cui si può rinunciare per riconquistare noi stessi grazie a un sano detox nella nostra vita - digiunando ad esempio dall’uso continuo del telefonino, ma anche fare a meno di lamentarci o eliminando amicizie superflue -, ne abbiamo parlato con Ilaria Consolo, psicologa, psicoterapeuta e vice presidente dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica di Roma.

In questa società in cui il superfluo la fa da padrone, appare complicato “mettersi a dieta” e rinunciare a qualcosa. Eppure Gandhi sosteneva che “il segreto della felicità, nella vita di tutti i giorni, sta proprio nella rinuncia”. Come si fa a riscoprire l’importanza della rinuncia come scelta libera e responsabile, e perché il digiuno è uno strumento utile a tirare fuori il nostro potenziale?

“Viviamo in una società ipertecnologizzata in cui siamo sottoposti a moltissimi stimoli, abituati ormai a riempire il nostro tempo, senza avere la possibilità o la capacità di sentirci, assuefatti al tutto e subito e all’apparenza. Più che rinuncia, anche se come scelta consapevole, probabilmente dovremmo riscoprire la capacità di scegliere e di contornarci dell’essenziale, ciò che per noi è importante e che ci fa stare bene, riappropriarci dell’essere, dare la giusta importanza alle situazioni e vivere il qui ed ora. Ci consentirebbe di entrare in contatto con le nostre emozioni e di capire ciò di cui realmente abbiamo bisogno, cosa ci piace davvero, di godere del momento presente, invece di rincorrere continuamente nuovi obiettivi, ai quali magari non si è neanche davvero interessati ma utili per riempirsi pur di non ascoltare il dentro o per dimostrare continuamente a sé stessi di valere”.

Il digiuno dava a Giovanni Succi una grande sferzata di autostima, vitalità e speranza. La privazione da chi o da che cosa, ci può donare un superpotere?

“Può darlo la privazione da tutto ciò che crediamo sia essenziale per noi e invece non lo è. Pensiamo ci siano persone dalle quali siamo convinti di non poterci separare, social da cui facciamo dipendere la nostra autostima - in base ai like ricevuti e a quanti hanno guardato una storia - cellulari sempre accesi che ci rendono sempre reperibili, e tante altre situazioni alle quali siamo ormai assuefatti e dalle quali siamo probabilmente dipendenti. Ma se ne facessimo a meno per un tempo anche breve, avremmo la possibilità di sperimentare altro e daremmo un valore differente a ciò che ci contorna. Dovremmo riscoprire il potere che noi abbiamo su noi stessi e non quello che strumenti o persone hanno su di noi o crediamo abbiano su di noi”.

In che modo e perché "l’arte del fare a meno" può essere un’opportunità per vivere meglio?

“Quando essa è una scelta e non un sacrificio o un’imposizione, l’arte del fare a meno del superfluo, di ciò che ci riempie soltanto ma non ci connota, può offrirci la possibilità di entrare in connessione con noi stessi. Ci dà modo di ascoltare le nostre emozioni, di vivere nel reale rapporti, di attribuire un giusto valore alle situazioni e alle persone che ci circondano, ci consente di vivere il momento godendo di ciò che abbiamo. L’arte del fare a meno può essere considerata una capacità di scelta, per vivere le nostre priorità, anche a rischio di perdere qualcosa, ma frutto delle esigenze e delle risorse che abbiamo in quel momento di vita”.

Si può da una perdita o da un'astinenza trarre un inatteso vantaggio?

“Credo un beneficio si possa trarre quando ci rendiamo conto che anche la perdita può essere un’opportunità per noi, costringendoci a guardare altre opzioni, adattandosi ad una nuova realtà. Dopo una perdita reale o immaginaria, e dopo aver passato varie fasi luttuose, arrivati all’accettazione appunto della perdita, si è in genere pronti a riprendere in mano la propria vita che può riservare sorprese inattese e changes mai contemplate. Il termine astinenza rimanda invece immancabilmente ad una dipendenza e quando ci si libera da una sostanza, da un comportamento o da una persona da cui si fa dipendere la propria esistenza, si ritorna a vivere. Ci si sente liberi, ci si riappropria di tutte quelle attività e relazioni che a causa della dipendenza si erano tralasciate e si recupera autonomia ed autostima”.

Quali sono le cose di cui possiamo fare meno oggi, a cui possiamo rinunciare per ottenere un grande guadagno in termini di benessere e felicità?

“Tutto ciò che ci è imposto e subiamo, che non ci rende liberi di esprimerci e di capire cosa desideriamo; ciò da cui siamo certi dipenda la nostra esistenza ed invece è una gabbia che non ci consente di vedere e di sperimentare altro. C’è anche il superfluo che ci fa sprecare energie e quel che ci riempie senza permetterci di ascoltarci, ma anche situazioni che ci accontentano solamente, vivendo di briciole invece di puntare a portate migliori pensando di meritarlo e/o di potercelo concedere.
Tra questi digiuni benefici vanno inclusi: ciò che porta ad un’involuzione delle relazioni e impedisce invece di goderne realmente senza paure, tabù, pregiudizi e a volte ipocrisie; e il perdersi nella frenesia del selfie perfetto, nel numero dei like ricevuti, invece del far dipendere la nostra autostima da ciò siamo e sentiamo. Infine, tra le cose di cui possiamo fare a meno includerei ciò che non ci fa vivere il presente pensando sempre ad altri obiettivi, mete a volte condizionate da pressioni esterne o da un’incapacità di fermarsi e ascoltarsi, e quel che tarpa la nostra emotività e creatività, anestetizzandoci e assuefacendoci, omologandoci alla massa”.