In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni
BALENCIAGA GIFT SHOP CAMPAIGN. Uno scatto della campagna incriminata e ritirata
BALENCIAGA GIFT SHOP CAMPAIGN. Uno scatto della campagna incriminata e ritirata 

Parla il fotografo della campagna Balenciaga: "Lo riconosco, sono elementi inquietanti"

La controversa campagna dedicata alla linea holiday di Balenciaga, che ha generato le proteste culminate nella distruzione degli oggetti del brand da parte di molti clienti, è ispirata al lavoro più famoso di uno dei fotoreporter e documentaristi più rispettati e conosciuti. Che ha ricevuto minacce di morte. Intervistato, spiega le conseguenze di quanto accaduto e in sua difesa dice: "Il mio ruolo sul set non era decidere la linea stilistica del brand: ero il fotografo, e basta”.

4 minuti di lettura

Della fama planetaria che ha raggiunto negli ultimi giorni, Gabriele Galimberti ne avrebbe fatto volentieri a meno. 45 anni, originario di Arezzo, è da tempo uno dei fotoreporter e documentaristi più rispettati e conosciuti - nel 2021 ha vinto il World Press Photo con il suo lavoro Ameriguns, sul rapporto tra gli Americani e le loro armi -, ma per lui le cose sono drammaticamente cambiate a metà novembre, quando sono state presentate le foto che ha realizzato per la campagna pubblicitaria dedicata alla linea holiday di Balenciaga, ispirate al suo lavoro più famoso, Toy Stories, in cui ha ritratto bambini in tutto il mondo circondati dai loro giocattoli. 

Un'immagine della serie fotografica di Gabriele Galimberti "Toy Stories", riferimento per la campagna di Balenciaga
Un'immagine della serie fotografica di Gabriele Galimberti "Toy Stories", riferimento per la campagna di Balenciaga 
Le cose sono precipitate quando sui social media è esplosa l’indignazione per l’aver accostato dei bambini a oggetti giudicati non appropriati, perché ispirati alle pratiche bondage (foto che mostriamo di nuovo, per motivi di cronaca). Quel che è peggio, è che a Galimberti è stata erroneamente attribuita anche un’altra campagna Balenciaga uscita negli stessi giorni, in cui appaiono degli stralci di una sentenza della Corte Suprema contro la pedopornografia. A poco sono valsi, sinora, i tentativi del fotografo di chiarire l’equivoco: i media di tutto il mondo si sono avventati sulla vicenda, indicandolo come unico colpevole e accusandolo di “propaganda pedofila” (questi i termini usati). A quasi due settimane dall’inizio di tutto, mentre Balenciaga sta finalmente spiegando con precisione cosa sia accaduto e chiarendo così la sua posizione, Galimberti ha iniziato a raccontare ai media la vicenda dal suo punto di vista, descrivendo cosa succede quando, per colpa di fake news, indignazione popolare mal diretta e giornalismo frettoloso, si diventa il nemico pubblico numero 1.


Una domanda che molti si sono posti: non si è accorto che quegli oggetti e quelle borse a forma di orsacchiotto dark-rock avrebbero potuto stridere accanto a dei bambini, in quel contesto?
“Da Balenciaga mi hanno sempre parlato di una collezione ispirata al punk. Io di moda non ne capisco nulla, non ho mai fatto un lavoro del genere. Ho dato per buono quello che mi dicevano. Anche perché il mio ruolo sul set non era decidere la linea stilistica del brand: ero il fotografo, e basta”.

Come è nata la collaborazione con Balenciaga?

"Quindici anni fa ho avviato Toy Stories, che resta il mio lavoro più celebre. Non faccio solo questo tipo di foto, ma quello di entrare nelle case delle persone e ritrarli con le loro cose è il mio modo di raccontare la realtà: l’ho fatto con le armi, con il cibo e, per l’appunto, con i giochi. Nel 2014 ho anche dedicato al progetto un libro, ed è così che Demna mi ha “conosciuto”. A settembre mi ha contattato un suo collaboratore, spiegandomi che Demna aveva visto il volume su Toy Stories, e che mi voleva per fotografare la collezione di regali per Natale sulla falsariga di quelle foto”. 

E poi?
“Ci siamo accordati via Zoom e via mail. Dopodiché, è iniziata la fase organizzativa, durante la quale io non ho avuto voce in capitolo sulla scelta degli oggetti, sui bambini selezionati – sei, tutti figli di dipendenti Balenciaga o amici di Demna -, sulle location. Non ero parte in causa delle decisioni, nel senso che è stata tutta una scelta loro. Poi, alla fine, mi hanno chiesto un parere generale”.

Lei che ha risposto?
“Che sono un documentarista: fotografo quello che trovo, non quello che voglio. Sono abituato a lavorare con quello che ho, e così avrei fatto anche stavolta. A me di avere vestiti neri o lilla non cambia nulla".  

Un'immagine dal progetto fotografico "Ameriguns", di Gabriele Galimberti
Un'immagine dal progetto fotografico "Ameriguns", di Gabriele Galimberti 

Sul set com’è andata? 
“Due giorni, tre bambini fotografati al giorno. Almeno venti persone del brand sempre presenti, assieme a me, alla mia agente e al mio assistente. E poi c’era la stylist, il make-up artist, l’addetto alla produzione, il macchinista, tutti i loro assistenti. I genitori dei bambini, ovviamente. Io decidevo come sistemare i pezzi da mostrare, aggiustavo le luci e scattavo”.

Le foto sono state approvate, prima di rientrare nella selezione?
“Ovvio: ogni scatto è stato sottoposto ad approvazione da parte di Demna o dei suoi collaboratori. Fotografavamo, inviavamo le opzioni, aspettavamo una, due ore. Se veniva approvata passavamo alla successiva, altrimenti la rifacevamo con le correzioni richieste. Poi mi sono occupato della post-produzione, ho mandato le versioni finali, e dopo due settimane le immagini sono state lanciate sul sito del brand".

E si arriva al 16 novembre. Le prime reazioni?
“Esattamente come me le immaginavo: mi sono arrivati molti complimenti, ma anche critiche di chi mi dava del 'venduto' per aver ceduto alla moda. Tutto nella media, insomma. Fa parte del gioco: le testate con cui collaboro mi pagano in media 300 – 400 euro al giorno. Balenciaga me ne ha offerti circa venti volte di più per due giorni di lavoro: una cifra così a me fa la differenza. Certo che ho accettato”.


Poi, cosa è successo?
"Un account Twitter (@shoe0nhead, ndr) posta le immagini accusando le borse e alcuni degli oggetti di essere di essere inadatti ai bambini. E questa è la prima bomba".  

La seconda bomba cade quando alcuni utenti social si accorgono di alcune stranezze nelle foto di campagna della linea Garde Robe del brand, uscite più o meno negli stessi giorni e ambientate in un ufficio: tra i documenti e le targhe che decorano il set c’è anche un foglio con un estratto di una sentenza della Corte Suprema sul rapporto tra libertà di parola e pedopornografia. Le foto sono state scattate a New York la scorsa estate da Chris Maggio, ma il pubblico questo non lo sa: per tutti, l’unico responsabile è lei.
“Lo riconosco, quelli sono elementi inquietanti, soprattutto perché sono stati piazzati lì volutamente. E infatti, Balenciaga ha fatto causa alla società di set design, accusandola di averli inseriti arbitrariamente (la North Six, per 25 milioni di dollari, ndr). Il problema è che le due campagne agli occhi del pubblico sono la stessa cosa, e sono io ad averle scattate. La sera stessa, la tv americana Fox News (canale vicino alla destra trumpiana, ndr), manda in onda un servizio di 3 minuti sulla questione, dandomi tutta la colpa delle foto accusandomi di qualunque nefandezza”. 

Il fotografo Gabriele Galimberti
Il fotografo Gabriele Galimberti 

Conseguenze?
“Circa 2500 minacce di morte arrivatemi via social in un solo giorno, per non parlare delle telefonate durante la notte. Qualcuno deve aver trovato il mio numero: si immagini rispondere immaginando che sia un giornalista o qualcuno della mia famiglia e sentirsi dire che devo morire perché sono uno schifoso pedofilo”.

I social media al loro peggio.
“Non è la prima volta che vengo attaccato: quando ho pubblicato Ameriguns ho ricevuto una valanga di insulti. Ma lì era una questione ideologica, mi davano del dannato democratico. Qui mi danno del pedofilo. Come ti difendi da un’accusa del genere, anche se priva di fondamento? È ovvio che una vicenda del genere rischi di distruggerti vita e lavoro”.

Ha intrapreso le vie legali contro chi ha diffuso la notizia errata senza controllo?
“Sì, in Italia, nel Regno Unito e negli Stati Uniti: non si tratta di giornaletti da poche copie, ma di testate popolari che la gente le legge, e dà loro fiducia”.

Ripercussioni professionali?
“Temo ce ne saranno. Ho una mostra in programma il 7 dicembre in Kazakhstan in una galleria commerciale: ci sarebbero dovute essere anche 8 foto di Toy Stories, ma mi hanno avvisato che preferiscono non esporle. Poi si vedrà, ma mi aspetto altre reazioni, purtroppo. A prescindere dalla verità”.