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Sperimentare sempre Classe 1950, Paola Navone è nata a Torino. Ha iniziato la sua carriera nei primi anni Settanta collaborando con Alessandro Mendini.
Sperimentare sempre Classe 1950, Paola Navone è nata a Torino. Ha iniziato la sua carriera nei primi anni Settanta collaborando con Alessandro Mendini. 

Paola Navone: Voglio capire cosa succede domani

Tanti progetti architettonici (tra cui un hotel ispirato alla Divina Commedia a Firenze: non perdetevi la stanza Inferno) e tantissimi progetti di arredo. La “nomade” Paola Navone racconta perché, ancora, ama vivere a Milano e qual è la sua casa ideale: «Ha spazi generosi, una bella luce. È il luogo della convivialità. Ed è container per tutti i pezzi e i reperti raccolti nei miei viaggi»

3 minuti di lettura

L'oggetto portafortuna di Paola Navone è da sempre il pesce, «perché un po’ mi rappresenta: il pesce scappa, se la cava comunque, va dove gli pare perché non riescono a fermarlo». E così è lei, signora del design internazionale, armata di ironia, curiosità, pensiero libero, eleganza, che ha lavorato con tutti i più grandi brand, da Cappellini a Gervasoni, da Driade a Baxter.
Il suo Studio Otto copre, come si suol dire, dal cucchiaio alla città. Tra gli ultimi progetti, anche una capsule di accessori per cani per la “2.8 design for dogs”, ribattezzata Dotto. Oltre a quello che si vedrà al Salone, ci sono gli innumerevoli interventi di architettura e interni: hotel nuovi a Montrachet in Borgogna, in Portogallo, interventi di restyling a Singapore, in Thailandia; nel Chianti ha risvegliato lo charme di Castel Del Nero, «il lusso che non si vede», come dice lei. A Firenze, è fresco di apertura l’hotel Piazza San Paolino, il primo in Italia della catena 25Hours Hotel specializzata in alberghi tematici. Qui l’ispirazione è la Divina Commedia.

A tutto volume Tra le novità di Paola Navone presentate a Milano anche dei pannelli fonoassorbenti (Caimi) che formano delle maschere africane
A tutto volume Tra le novità di Paola Navone presentate a Milano anche dei pannelli fonoassorbenti (Caimi) che formano delle maschere africane 

Cosa devo aspettarmi se mi offrono una camera Inferno?
«La prenda subito, è molto più divertente della camera Paradiso, è più trasgressiva, piena di rosso, legno bruciacchiato… Nelle Paradiso tutto è morbido, luminoso, quasi una regressione all’infanzia, è un po’ come dormire sulle nuvole». 

Ci sono anche le stanze Purgatorio?
«No, quelli sono i corridoi».

Lei è più Dante o più Virgilio?
«Sono un peccatore, in cerca di un posto dove passare la notte. Col rischio di finire nel girone dei golosi, ovvero l’ingresso con lo shop pieno di cibo buonissimo. Abbiamo lavorato in leggerezza, e del resto ogni progetto è diverso, non mi interessa mettere il timbro Paola Navone su tutto. È come scrivere per un film: una volta è di guerra, una volta è sentimentale, un’altra è di viaggio. Un fil rouge c’è sempre, nell’ironia, l’allegria; l’accoppiamento di opposti; la distorsione delle misure».

Lei ha fatto del nomadismo una passione e anche un cardine del suo lavoro; questi ultimi due anni devono essere stati, appunto, un inferno.
«Una disperazione. Non mi si parli di cosa abbiamo imparato, e che ne usciremo migliori, perché divento una iena. Cosa dovrei imparare? Guardare solo in casa propria è deleterio. Ho lasciato Torino dopo gli studi perché era una città chiusa, avevo il chiodo fisso di viaggiare fin da piccola».

Il primo posto dove vorrebbe andare?
«In Asia. Parte delle mie radici sono nel sud est asiatico, e mi manca. Mi mancano le persone, l’approccio alla vita, la metereologia, l’essere quotidianamente messi in relazione con un sistema di valori diversi dai tuoi. E poi gli odori. Tutta una collezione di odori che qua non ci sono, di terra, di cose che marciscono, altre che fioriscono».

Ma quando pensa a casa, a dove pensa?
«All’aeroporto! Battute a parte, sono tornata in Italia in pianta stabile nel Duemila e Milano mi piace più adesso di prima. Perché amo i cambiamenti. Però non mi fossilizzo. Potrei spostarmi ancora. Amo Parigi perché ci sono davvero più culture che convivono, è internazionale come Milano non è ancora, non nella pancia».

Al Salone in corso ha tanti progetti.
«Oltre ai lavori coi nostri clienti tradizionali, come Gervasoni e Baxter, abbiamo fatto alcuni esercizi sul lusso. Con Exteta, azienda che tratta il mogano come quello dei motoscafi Riva, abbiamo fatto tutta una collezione che va bene per la barca come per la casa al mare. E che si è clonata in un modello di sedia pieghevole per Loro Piana, anche in versione da chalet invernale ricoperta di cachemire».

Lei lavora per l’outdoor da tempi non sospetti, è un mercato che produce sempre più pezzi che vorremmo anche in casa. 
«La barriera si sta sgretolando. Stilisticamente le due cose per me si equivalgono, sono sovrapponibili in tutto, compresi i tessuti, che non hanno più la rigidità di un tempo. La sola differenza è nel fatto che i materiali devono poter performare all’esterno». 

Com’è la sua casa ideale?
«Ha spazi generosi, una bella luce. È il luogo della convivialità. Ed è una scatola: le mie case sono sempre state dei container per tutti i pezzi e i reperti presi nei viaggi».

Quali sono i materiali che trova più interessanti nella sua ricerca?
«Sono bulimica, mi piace toccare, usare tutto. Abbiamo fatto un progetto interessante con Caimi, che produce oggetti fonoassorbenti per luoghi pubblici: non hanno l’aspetto classico del pannello anti rumore, sembrano arredi, divani, persino maschere africane. E abbiamo ingaggiato Midj, un’azienda che lavora il ferro in modo straordinario, per fare una collezione chiamata Bolle, molto pop, arredi in metallo con buchi tondi che mi fanno pensare a Topolino, e prezzi assolutamente normali. E qui si apre un altro discorso».

In che senso?
«Va bene il lusso, ma se dobbiamo pensare a dei prodotti di design il costo deve diventare uno degli elementi del progetto. Sfruttando il savoir faire delle aziende dobbiamo trovare delle soluzioni per produrre cose a prezzi civili».

Oggi si sperimenta molto al crocevia tra naturale e tecnologico.
«Lo fanno soprattutto i giovanissimi, che guardo con molta curiosità perché hanno la capacità di farlo in modo poetico. Cosa che per noi è difficile, abbiamo una sorta di reverenza verso il tecnologico, facciamo fatica a interagire». 

Lei però ha vissuto da protagonista una stagione di più radicali sperimentazioni, con Studio Alchimia… 
«Lavorare con Mendini e Guerriero è stata una grande avventura. Spero si torni a respirare quell’energia, la voglia di capire cosa succede domani, il fregarsene se guadagniamo dei soldi, se le aziende ci seguono o no. Mi sembra una grande perdita per i giovani, questo vivere in un mondo tutto perfettino, che non prende rischi. Ci vorrebbe una grande tempesta per ripartire, purché non sia uno schifo di guerra». 

Se dovesse mettere in una capsula del tempo una delle sue creazioni, quale sceglierebbe?
«Niente di design ma qualcosa di particolarmente buono che ho fatto: per esempio una bella pastasciutta».

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