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Il performer artist Joey Arias. Ha da poco pubblicato l’ep No One Knows mentre è in lavorazione un film sulla sua vita con contributi di Rufus Wainwright e Debbie Harry. La sua età? Preferisce che resti un mistero. Foto Getty Images
Il performer artist Joey Arias. Ha da poco pubblicato l’ep No One Knows mentre è in lavorazione un film sulla sua vita con contributi di Rufus Wainwright e Debbie Harry. La sua età? Preferisce che resti un mistero. Foto Getty Images 

Joey Arias: "A New York, Work hard, play hard"

Il performer artist («non definitemi drag») Joey Arias ricorda la stagione d’oro dei club: «Tutto qui era estremo»

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«Questo secolo ci ha educato ai box, alle etichette» riflette Joey Arias, con la luce che le trucca gli occhi nel suo appartamento al Greenwich Village, dove vive da quarant’anni. «Darmi della drag queen presuppone un riferimento a RuPaul. Ma io non sono il cromosoma Z di un talent show. Preferisco essere definito performance artist, una nuvola libera a cui posso aggrapparmi». Kenny Scharf, il re dei graffiti della Downtown anni Ottanta, «una volta mi ha detto che avrei dovuto essere un aggettivo, non solo una persona». Manfred Thierry Mugler, il designer francese con cui ha collaborato in Zumanity, lo spettacolo del Cirque du Soleil a Las Vegas, le ha suggerito invece di diventare un brand. «Così ho fatto. Dal giorno in cui, dal North Carolina, sono atterrato a New York, nel ’76, ho mantenuto vivo il marchio Joey Arias. Oggi, semplicemente, sono un Bambino delle Stelle dentro quel piccolo grande ricettario chiamato Universo». Il primo ingrediente? «Fun! Se non sai divertirti il diavolo non ti apre le porte di New York». 

Joey Arias nel 1995 a New York. Foto Getty Images
Joey Arias nel 1995 a New York. Foto Getty Images 

I ragazzini degli anni Ottanta sono cresciuti guardando Joey Arias e il suo amico Klaus Nomi, outsider dell’art-pop, fare da spalla a David Bowie al Saturday Night Live. Cantavano TVC 15 nel dicembre del ’79. Quel frammento è leggenda. «Lì ho capito per la prima volta che ce l’avevo fatta. Ero un artista». Anche sotto pandemia, Joey aggredisce New York a colpi di cabaret erotici e riesumazioni, come lo show-tributo a Billie Holiday, nelle sacre sale del Lincoln Center, in un mix di fraseggi jazz e tragico divismo. «Reinterpretando Violets for Your Furs all’Appel Room, mi è tornata in mente la New York di allora. Limousine e pellicce all’angolo di un isolato del Village e, dall’altro lato della strada, eroinomani, ladruncoli e assassini. Tutto qui era estremo. E io amo l’estremo, il contrasto. Ho dovuto fare a cazzotti per ottenere ciò che volevo. Mi sono divertito da morire. New York resta la quintessenza del work hard, play hard». Il primo lavoro al reparto vendite nella boutique più in voga, Fiorucci, poi la scoperta dei club. «Con Klaus, l’East Village era una costellazione di party. È stato il locale notturno Club 57, verso St. Mark’s Place, a dare a noi artisti un senso di comunità. Ci riunivamo nel seminterrato dove si proiettavano film horror proibiti. Eravamo una ventina in tutto. Popcorn, caramelle, birra gelata, grida e risate. Ann Magnuson è stata la prima a inventare le serate a tema: cowboy, wrestling, arte, disco. In meno di un mese, Club 57 è diventato un ritrovo di amici. Io e Klaus siamo stati i primi a raggiungere la notorietà, come coristi di David Bowie. Subito dopo Keith Haring ci ha seppelliti tutti ma in lui sembrava non brillare più la luce pura e innocente degli esordi. Però non gliene voglio». 
All’inizio dei Novanta la scena se l’è presa invece il decadente Jackie 60 nel Meatpacking District. «Ogni martedì facevo l’alba con dj Johnny Dynell e Chi Chi Valenti.  Lì dentro succedeva di tutto: droga, musica, festini. Sesso, un sacco di sesso! Se penso al Club 57 mi viene in mente il sole. Jackie era la luna. La creatività scorreva come sciroppo. Nessuno di noi aveva soldi. Ci vestivamo come uccelli del Paradiso per attirare il mondo, fino a farlo implodere». 
Le cose ora sono cambiate. «È la scena dei club a essersi persa. Qualche loft a Brooklyn, forse il Queens… Non esiste più un posto come l’East Village, un art-show a cielo aperto. Non esistono late nights. Io mi vestivo alle 11, uscivo di casa a mezzanotte, e rientravo alle 5 del mattino. Non tutto è perduto: Susanne Bartsch, regina della notte e diva svizzera, a volte apre le porte del Chelsea Hotel, dove abita, e scatena un carro di Working Girls. I suoi party sono un elettroshock». Il tempo, per Joey Arias, non è reale. Lo definisce una «fabbricazione dell’uomo». Il segreto della sua longevità, spiega, sta nel voltare le spalle al tempo. «Io vivo la mia vita in orizzontale, chi sceglie il verticale prima o poi trova la strada sbarrata dal cielo». Nessuno sa di preciso quanti anni abbia Joey. «Anagraficamente sono più vicino agli anni Venti», scherza. «E se fossi un alieno con un linguaggio tutto suo?». Di alieno ha la lingua e gli occhi, ed è lampante quando accosta parole come blood e crop lanciandole come dardi di orrore e disgusto, palpebre sbarrate, denti serrati. O quando, posseduto dal suo amore per Napoli, prima del debutto in scena, ci lascia un vocale scaramantico: “Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio”. 
Ricorda ogni istante della sua infanzia: i dottori che lo girano in aria come meccanici che smontano le eliche, il trasloco a sei anni a Los Angeles, il General Hospital dietro casa. «Una volta qualcuno ha bussato alla nostra porta e quando abbiamo aperto c’era un corpo decapitato sul pavimento. Io e mio fratello abbiamo iniziato a urlare finché non sono tornati i nostri genitori. Sì, i miei primi anni di vita sono stati un folle esperimento». In casa non c’era la televisione: «Andavamo al drive-in quattro volte a settimana, vedevamo due film al giorno. Sono cresciuto con La signora mia zia, il musical Gypsy, Lungo la valle delle bambole. La folgorazione è arrivata con I dieci comandamenti. Mi piace tutto quello che è regale, cerimoniale, chic. E che dire di Mosè quando stende il suo bastone e il mar Rosso si separa in due parti… Mosè è il primo punk!». L’immaginazione, da piccolo, volava. Gli occhi gonfi di VistaVision e TechniRama: «I colori mi tengono vivo come essere umano e come performer. Se guardo Scarpette rosse e Suspiria il mondo mi sembra perfetto. Ho conosciuto Dario Argento a una festa a  Broadway. Mi ha urlato: “Ti amo!”».   
Per uscire di casa percorre un corridoio che somiglia a una fortezza di opere d’arte marinaresche, pop e tedesche. Alle spalle, un soggiorno con immensi scaffali di libri, da Hitler a Billie Holiday, e poi Cleopatra, Bettie Page, George Michael, volumi su animali e files sul caso Black Dalia. «Il mio appartamento si affaccia a nord. Non ho luce diretta, questo crea ancora più mistero, perché la mia camera da letto è semi-dark, in ombra, e la finestra dà sul cortile come nelle migliori fiabe hitchcockiane». La sala da pranzo e la cucina sono in perfetto equilibrio tra Art Déco e il legno di una casa sull’albero. «Non vivo in una casa, vivo in un superorganismo. Ve lo rivelo: discendo dagli Anunnaki della mitologia sumera». Il sapere di Joey Arias continuerà a tramandarsi con il nuovo ep, No One Knows, che ha presentato al Public Theater, e in un film, in produzione, sulle sue novanta vite, con contributi di Rufus Wainwright e Debbie Harry. Il suo principe azzurro porta il nome del Dr. Frankenstein («È un ingegnere del Dna, il Prometeo promesso»). Prega la sera: «Non dico il Padre Nostro ma mi abbandono alla cerimonia della preghiera. Quando chiudo gli occhi, sento New York darmi la carezza della buonanotte. È in quel momento che sussurro, divertito, Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Amen, Joey.