Beauty
Viola Davis, 57 anni anni giovedì 11 agosto, truccata a Cannes da Val Garland, make-up artist di L’Oréal Paris, brand di cui l’attrice è testimonial dal 2019.
Viola Davis, 57 anni anni giovedì 11 agosto, truccata a Cannes da Val Garland, make-up artist di L’Oréal Paris, brand di cui l’attrice è testimonial dal 2019. 
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Viola Davis, l'amazzone

Attivista, modello di cambiamento, testimonial di un marchio globale, Davis racconta come, attraverso il look, dà profondità ai suoi personaggi

3 minuti di lettura

L’intervista si svolge in una suite total white dell’Hôtel Martinez di Cannes che sembra fatta apposta per mettere in risalto la sua pelle orgogliosamente nera, il vestito Alexander McQueen rosso cupo che le cade addosso divinamente e, soprattutto, il suo impegno per le comunità black and brown – come Viola Davis tiene a sottolineare – perché in tema di diversity tutte le sfumature sono importanti. In ogni sua risposta si percepisce il riflesso di una vita difficile e straordinaria: chi è Viola Davis? Un’interprete eccezionale, l’afroamericana con più candidature agli Oscar – quattro –, uno dei quali se lo è portato a casa nel 2017 come attrice non protagonista di Barriere di Denzel Washington. Quinta di sei figli di una famiglia problematica, è anche l’esempio di come il sogno americano sia accessibile per le minoranze, persino in una società dura e complessa come quella degli States di oggi. 

Ancora: è tra le attiviste più in vista del movimento Black Lives Matter. E, infine, Viola Davis è “la” testimonial di L’Oréal Paris, probabilmente quella che meglio incarna lo slogan del marchio francese “Perché noi valiamo” in questo momento storico di modelli femminili votati al women empowerment. «Mi commuovo sempre quando le persone mi dicono che il mio lavoro o la mia vita hanno significato qualcosa per loro», ha detto ricevendo a fine maggio il premio del gruppo Kering, Women in Motion. «In fin dei conti non voglio lasciare qualcosa alle persone, voglio lasciare qualcosa nelle persone. La mia arte, il mio lavoro mi hanno dato l’opportunità di farlo. E io mi sento molto fortunata per questo». In Italia Davis è nota soprattutto per la serie tv, Le regole del delitto perfetto, in cui interpreta Annalise Keating, una avvocata dalla morale complessa (per usare un eufemismo) e dai look tanto cangianti quanto azzeccati. In autunno tornerà nelle sale italiane (ma in quelle Usa la prima è prevista per il prossimo 16 settembre) con The Woman King, film in cui interpreta, ça va sans dire, un’altra donna forte, Nasisca, generalessa di un piccolo esercito tutto al femminile del Regno del Dahomey, territorio africano tra gli attuali Togo e Nigeria, che si sviluppò tra il XVII e XIX secolo diventando una vera e propria potenza del continente nero, grazie a un temutissimo esercito di amazzoni armate di maceti e fucili. 

Partiamo dal look: qual è la sua tecnica per trovare quello giusto? 
«È il personaggio che devi interpretare a suggerirtelo. Un bravo attore è come quegli istruttori e domatori di cavalli che sembrano saper leggere nella testa dell’animale (il padre di Viola era, appunto, addestratore di cavalli, ndr). Devi diventare un mind reader, qualcuno che riesce a leggere nella mente altrui. A quel punto è il personaggio a dirti com’è il suo look e tu devi solo ascoltarlo. Ad esempio in Le regole del delitto perfetto e il personaggio di Annalise Keating – che è un’alcolizzata, una professionista immorale, donna dalla sessualità sopra le righe –, ho cercato dei look che onorassero queste caratteristiche, non quelle dello spazio televisivo. La tv tende a plasmare personaggi dall’immagine basata solo su apparenza e sensualità, caratteristiche per così dire commerciali. Io invece volevo onorare la persona che è Annalise: una che nell’aula del tribunale è sempre impeccabile, i suoi capelli e il suo vestito sono sempre perfetti. Ma quando torna a casa mette da parte tutto, si versa un gran bicchiere di vodka, è sola come un cane e lotta contro i propri demoni. Sono queste considerazioni a dettare i look dei personaggi che interpreto».

È la testimonial di un marchio beauty globale, una cosa impensabile fino a qualche anno fa. C’era qualcosa che le dava fastidio negli spot che vedeva da ragazza?
«Ti facevano credere che ogni tono e sfumatura di colore dei rossetti fosse adatto a ogni tono e sfumatura di donna. Questo mi infastidiva da morire. Una volta, ero già un’attrice, andando in un’altra città mi dimenticai il mio beauty-case. Sono andata in un negozio e non ho trovato nessun make-up, ma proprio nessuno, adatto al colore della mia pelle. Questa cosa mi mandò su tutte le furie, mi faceva davvero incazzare. In passato i marchi di bellezza non erano fatti per tutti i tipi di donna».

Oggi il linguaggio della diversity è entrato prepotentemente nella pubblicità.
«È vero, ma è un tema che non può essere affrontato per motivi aziendali, per vendere più prodotti, per sembrare migliori o per essere commercialmente più appetibili.  Se sei un marchio beauty devi pensare ai reali bisogni delle comunità a cui arrivano i tuoi prodotti e le tue pubblicità. Oggi è fantastico che esista un’offerta con diverse sfumature di colore che possano soddisfare diversi tipi di donna. Così come lo è avere prodotti alla portata di chi non può spendere molto. Nelle comunità nere americane la bellezza è anche una sfida economica, molte donne non possono investire 100 dollari per il make-up. In sintesi, credo che i brand di bellezza dovrebbero pensare prima ai bisogni della comunità che al proprio tornaconto commerciale».

È curioso pensare che il claim di L’Oréal Paris sia stato inventato più di 50 anni fa.
«“Perché noi valiamo” è un messaggio che parla di valori interiori e che molte donne hanno bisogno di sentire. Perché un sacco di gente, là fuori, spesso dice loro che non valgono, a meno che non abbiano determinate caratteristiche: essere giovani, carine e altre cose del genere… Una volta ho sentito dire che L’Oréal Paris è un marchio femminile e femminista. Credo che sia vero». 

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