Perché agli esseri umani piace poco la luce del sole

Lofts Mitaka, Tokyo. Foto: Koichi Kamoshida/Getty Images 
Siamo una specie indoor, ancora di più in questa fase. Ma ci farebbe star meglio portare la natura nelle nostre case
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AGLI ESSERI UMANI del XXI secolo piace poco la luce del sole. Siamo una specie indoor, secondo la definizione di un’azienda danese che produce lucernari e che ha commissionato una ricerca a YouGov. E con i lockdown la tendenza si inasprisce: se già prima della pandemia trascorrevamo la stragrande maggioranza del nostro tempo all’interno di qualche edificio, oggi, con la pandemia da coronavirus, lo smart working, le chiusure e la vita obbligatoriamente spesa in famiglia, il trend non può che amplificarsi.

Americani ed europei passano circa il 90% della loro vita in ambienti chiusi (negli Emirati Arabi Uniti si arriva anche al 99,9%). Ma si può fare un calcolo pure più preciso per sapere con esattezza quanto tempo (quarantena esclusa) abbiamo passato in media sotto un soffitto: moltiplicare la propria età per 0,9 e il risultato sono gli anni al coperto (certo, compresi quelli spesi a dormire, che per i più fortunati sono tanti).

In parallelo sappiamo bene che, a differenza del mondo outdoor, il mondo indoor si sta espandendo. Nei prossimi 40 anni, secondo l’Onu, la quantità totale di metratura al coperto raddoppierà in tutto il mondo. Eppure, ben poco ci interroghiamo su come l’architettura e il design di questo nostro nuovo “ambiente naturale” – fatto di edifici che ospitano migliaia di specie di microrganismi e che sono quindi dei veri e propri ecosistemi – influisca su comportamento e salute, sui nostri pensieri e sentimenti, su produttività e relazioni. Ci prova finalmente la giornalista scientifica pluripremiata Emily Anthes nel libro "The Great Indoors: The Surprising Science of How Buildings Shape Our Behavior, Health, and Happiness", e lo fa analizzando non solo ambienti domestici e lavorativi, ma pure sale operatorie, un complesso residenziale progettato per adulti affetti da disturbi dello spettro autistico e molto altro. Compresi i loft Mitaka, in Giappone. Solo uno dei pazzi progetti creati da Shusaku Arakawa e Madeline Gins per “ingannare la morte” attraverso l’architettura.


Vivere in edifici così fuori dagli schemi, come quelli progettati da Arakawa e Gins (non solo colori brillanti, ma veri e proprio trabocchetti, spazi controintuitivi e continui cambi di orientamento per cui anche solo andare in cucina diventa un’avventura con rischio di distorsioni multiple) spingerebbe le persone a evadere da abitudini e routine, modificando percezioni e prospettive e stimolando anche il sistema immunitario, puntando, addirittura, all’immortalità. Purtroppo, però, alcuni anni fa Arakawa e Gins sono morti. Esperimento fallito. Ma i loft di Mitaka sono in affitto su Airbnb.

Non bisogna comunque, per forza, spingersi a esperienze così estreme per constatare l’influenza che gli edifici hanno su di noi. Si può partire dalle piccolissime cose che segnano la vita domestica, ovvero quei miliardi di coinquilini invisibili – batteri, funghi e molto altro – con cui facciamo i conti inconsapevolmente ogni giorno: "Anche la casa più scintillante contiene ecosistemi vibranti e invisibili. Le vite di questi organismi sono inestricabilmente intrecciate con la nostra ed essere più attenti a queste creature potrebbe aiutarci a creare un ambiente domestico più sano", scrive Anthes.


Scopriamo così che una federa e il water sono “sorprendentemente simili” da un punto di vista microbiologico e che gli studiosi  Rob Dunn e Noah Fierer – che hanno setacciato centinaia di docce negli Usa – hanno trovato nel soffione di Anthes organismi che di solito stanno nel naso dei cani e nelle pitture paleolitiche, oltre a una classe di micobatteri che, se fossero inalati, potrebbero causare tubercolosi e lebbra. Anche cucinare e pulire sono attività inquinanti e producono gas e particelle potenzialmente pericolose: un team dell’Università del Colorado ha concluso che preparare una cena del Ringraziamento completa è dannosissimo per l’aria che respiriamo.

"Una delle iniziative migliori e semplici che possiamo prendere per migliorare il nostro ambiente, si tratti di una casa, una scuola o un ufficio – spiega Anthes – è trovare il modo di incorporare nelle nostre case la natura. Portare piante nei nostri edifici, o fornire viste di paesaggi naturali attraverso le finestre, ha incredibili vantaggi. Può ridurre lo stress, il dolore e l’ansia, portare a guarigioni più rapide, migliorare l’umore, rafforzare il sistema immunitario e persino incrementare la concentrazione, l’attenzione e la produttività. E la cosa interessante è che non devono nemmeno essere piante vere. L’aggiunta di foto di paesaggi naturali o persino la riproduzione di suoni della natura funziona allo stesso modo".


Più di una ricerca, inoltre, ha evidenziato che negli ospedali il design può alterare la risposta dei pazienti alle cure. I degenti che hanno piante nelle stanze hanno la pressione sanguigna più bassa e usano meno antidolorifici. Anche stanze più soleggiate fanno la differenza.
Lo stesso tipo di indagine è stata svolta nelle scuole, la cui riapertura è il tema caldo di questo autunno con il Covid. Gli studenti che frequentano le lezioni in edifici la cui manutenzione è ottimale e le stanze ben ventilate ottengono risultati migliori. E va detto, oggi, che molti studi indicano che proprio una buona ventilazione è uno strumento di prevenzione del Covid.

"L’architettura non risolve tutti i problemi – dice Anthes – ma un buon design ci spinge nella giusta direzione, sostiene il cambiamento culturale e consente di esprimere i nostri valori. Una buona architettura può aiutarci a condurre una vita più sana, felice e produttiva. Creare società più giuste e aumentare le nostre probabilità di sopravvivenza in un mondo precario. Può essere l’infrastruttura su cui costruire un futuro migliore. Anche se non ci rende immortali".