Covid: le conseguenze sul cuore

Diagnosticabili con una risonanza, si risolvono con cure ad hoc e quasi sempre non lasciano strascichi duraturi
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Le persone malate di Covid ricoverate con una forma grave di malattia subiscono in oltre un caso su due danni cardiaci di varia natura a un mese dalla guarigione: da miocardite (infiammazione del cuore) a infarto (zone cicatriziali nel muscolo) o ischemia (ostruzione di vasi sanguigni che portano ossigeno al miocardio), o una combinazione dei tre danni; fortunatamente, però, con le opportune terapie, i danni possono regredire almeno in alcuni casi.

È il risultato di uno studio condotto dall’italiana Marianna Fontana, ordinario di Cardiologia alla University College di Londra e pubblicato sullo European Heart Journal, il primo nel suo genere per ampia casistica di pazienti tutti molto gravi, studiati con una risonanza cardiaca.

“Abbiamo trovato evidenza di danni cardiaci che potevano essere osservati uno o due mesi dopo le dimissioni”, spiega Fontana. Mentre alcune di queste problematiche potevano essere già presenti prima dell’infezione, in una parte dei casi la risonanza ha mostrato che si trattava di danni insorti in seguito all’infezione da SARS-CoV-2. “Grazie alla risonanza – spiega Fontana – abbiamo individuato dei danni in pazienti senza alcuna sintomatologia cardiaca e che quindi, senza l’esame non avremmo potuto intercettare. Tali danni, se non trattati, possono degenerare nel tempo, compromettendo la salute del paziente”.

I precedenti

 

Studi precedenti hanno creato allarme riportando un danno cardiaco nel 78% dei pazienti Covid, anche non gravi e non ricoverati, facendo dilagare la paura che anche una infezione di grado lieve potesse danneggiare il cuore. Ma lo studio aveva molti limiti metodologici, spiega l’esperta. “Abbiamo quindi deciso di fare un articolo focalizzato su pazienti con infezione severa – aggiunge - ricoverati in ospedale, perché volevamo vedere quale effettivamente fosse il danno cardiaco nei pazienti più gravi.

Lo studio

 

Per la prima volta, quindi, gli esperti hanno raccolto una vasta casistica di pazienti tutti molto gravi, quindi un campione ampio ma omogeneo che consentisse di arrivare a risultati certi circa il carico causato dal Covid sul cuore: in tutto 148 pazienti dimessi da sei ospedali di Londra, sottoposti a risonanza cardiaca a 1-2 mesi dalle dimissioni. Durante il ricovero i pazienti presentavano concentrazioni elevate di una sostanza, la troponina, un marcatore di problemi cardiaci associato in caso di Covid a prognosi più grave.

In questo studio gli esperti hanno osservato diversi danni cardiaci in oltre un paziente dimesso su due. In particolare gli esperti hanno riscontrato tessuto cardiaco cicatriziale o danneggiato in 80 pazienti (il 54% del campione). Il danno era di tipo infiammatorio (miocardite) in 39 pazienti (26%), di tipo ischemico in 32 pazienti (22%), di entrambi i tipi insieme in 9 pazienti (6%). Ma, rassicura Fontana, “pur comune nei pazienti COVID-19 gravi, il danno cardiaco in gran parte dei casi è di estensione limitata e non ha significative conseguenze sulla funzione del cuore”.

“Nei casi più gravi, invece – sottolinea - il cuore del paziente potrebbe essere direttamente interessato dall’infezione, per questo avvalersi di una risonanza cardiaca per identificare i diversi profili di danno post-Covid può portare a diagnosi più accurate e indirizzarci verso le terapie più efficaci caso per caso”.

“Questi risultati – continua – ci danno due opportunità: la prima è di prevenire il danno in corso di ricovero ad esempio somministrando anticoagulanti; secondo, fare una risonanza cardiaca post-dimissioni per individuare eventuali danni e indirizzare i pazienti verso terapie specifiche, sì da scongiurare danni a lungo termine alla funzione cardiaca”.

“Questo studio – ribadisce - ci aiuterà a capire come gestire meglio il paziente dopo le dimissioni, cominciando un trattamento farmacologico appropriato in modo tale da ripristinare un buon quadro clinico cardiologico e cardiovascolare e quindi evitare che iI Covid lasci danni significativi sul cuore. In particolare, identificare il danno miocardico in pazienti durante la convalescenza può aiutare a identificare i soggetti a rischio (per esempio coloro in cui persiste l’infiammazione o quelli In cui la funzione cardiaca è ridotta) che possono beneficiare di specifici trattamenti farmacologici o monitoraggi periodici, con lo scopo di preservare la funzione di contrazione del cuore a lungo termine”.