Alzheimer, 'ripulire' il cervello per contrastare la malattia

La strategia della ricerca per giocare d'anticipo su una patologia che solo in Italia interessa 600.000 persone. Dal nuovo farmaco alla sperimentazione di un vaccino
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C’E' UNA PAROLA chiave nella sfida che la scienza sta combattendo contro l'Alzheimer, forma più frequente di demenza degenerativa tra le quasi 50 conosciute, che interessa circa 600.000 persone in Italia. E' 'pulizia'. Due sono i fattori di successo per offrire finalmente un trattamento mirato per questo obiettivo, che superi le attuali terapie solo sintomatiche: arrivare presto con una diagnosi precoce ed agire sui diversi 'rifiuti' o proteine tossiche che vanno eliminati. Proprio questo è lo scopo del trattamento con aducanumab, primo anticorpo monoclonale autorizzato in modo condizionato dalla Fda (Food and Drug administration) per la malattia. Ma ovviamente non si tratta dell’unica speranza. E' di queste ore la pubblicazione su Nature Aging che riporta i risultati su circa 200 pazienti in forma lieve con una specie di 'vaccino' che insegna al sistema immunitario a 'ripulire' il sistema nervoso dagli accumuli di proteina Tau, sostanze che insieme alla beta-amiloide forma gli aggregati che 'annegano' progressivamente le sinapsi. Risultato? Scarso sul piano clinico, con qualche segnale interessante che spinge ad andare avanti su questa strada.

Sulla stessa rivista, poi, compare l’ipotesi ventilata dagli studiosi della Università della California del Sud di Los Angeles che riporta la possibilità di una possibile terapia mirata sul gene ApoE4, implicato nei processi di sviluppo del quadro e quindi potenziale target. Ma siamo davvero agli inizi. Il percorso per giungere a soluzioni efficaci è ancora lungo e soprattutto non può sganciarsi dalla necessità di avere a disposizione strumenti non invasivi e di basso costo per la diagnosi precoce: solo riconoscendo prima possibile i segni delle alterazioni classiche della malattia neurologica, infatti, si potrà pensare a trattamenti specifici sempre più validi.

L’innovazione della terapia 'su misura'

"Oggi abbiamo bisogno di 'spazzini'  efficienti, che possano togliere o almeno diminuire le proteine che si depositano nel cervello, ovvero la Beta-amiloide e la Tau – spiega Sandro Iannaccone, primario dell’Unità di Riabilitazione Disturbi Neurologici Cognitivi-Motori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. Al momento, infatti, per il trattamento della malattia di Alzheimer abbiamo a disposizione solo farmaci sintomatici, che migliorano il disturbo di memoria aumentando l’acetilcolina disponibile nel cervello, ma senza influenzare il decorso della patologia, o sedativi per gli aspetti comportamentali.  In questo senso, l’approvazione condizionata della Fda per aducanumab è un passo avanti molto importante: per la prima volta infatti non parliamo di una terapia che impatta sui sintomi, ma che può agire direttamente sul meccanismo causale della patologia".

Insomma: sul fronte della scienza l’impatto dell’anticorpo monoclonale c’è ed è significativo, anche se sarà sempre più importante agire con questi approcci secondo criteri di appropriatezza, per offrire a chi può averne giovamento questo o altri farmaci simili. "Le sperimentazioni dicono che al dosaggio più elevato il farmaco somministrato per via endovenosa una volta al mese raggiunge il cervello e crea un’infiammazione: in risposta a questo fenomeno si deteriora la beta-amiloide e i macrofagi (particolari globuli bianchi “spazzini”) ripuliscono le scorie – fa sapere l’esperto, coordinatore dello studio clinico su aducanumab per l’Italia. Attenzione però: questi effetti, testimoniati anche da risonanza magnetica e Pet (tomografi ad emissione di positroni), al momento rallentano solo il declino cognitivo del malato. Ma siamo solo all’inizio di una nuova era, aperta proprio dal monoclonale che ci fa sperare in futuro di poter modificare il decorso della malattia, a patto ovviamente di arrivare presto. Il processo degenerativo, una volta innescato, diventa irreversibile".

Arrivare a una diagnosi precoce

Anticorpi monoclonali, immunoterapia, vaccini… In mezzo a tanti percorsi scientifici, c’è la certezza che solo riconoscendo presto i segni della malattia si potranno sfruttare al meglio i trattamenti del futuro. Quando si manifestano i primi segni di declino cognitivo, infatti, i meccanismi biologici e molecolari che portano alle alterazioni del quadro patologico sono già un atto. Basti pensare che secondo i risultati dello studio Dian (Dominant inherited AlzheimenNetwork) su soggetti sani e giovani portatori di mutazioni genetiche che causano e fanno esordire la malattia intorno ai 50 anni, già venticinque anni prima della diagnosi clinica, nel liquor, il liquido che bagna il midollo spinale, si osserva un basso livello di proteine beta-amiloide. Tre lustri prima si possono osservare alti livelli di proteine Tau o individuare amiloide grazie alla Pet con traccianti specifici. “Il problema è che non si può pensare di sottoporre ad esami di questo tipo l’intera popolazione – segnala Iannaccone.

Per questo oggi lo sforzo è individuare metodologie di diagnosi precoce a basso costo e non invasive. Si sta lavorando per rendere ancora più precisi i test di neuropsicologia da somministrare alle persone una volta superati i 60-65 anni e si stanno anche sviluppando indagini semplici che sfruttano i vantaggi offerti dall’intelligenza artificiale. Il nostro gruppo, insieme a studiosi islandesi, sta lavorando ad un elettroencefalogramma i cui risultati sono confrontati immediatamente con quelli di circa 5000 esami effettuati su soggetti con segni iniziali della malattia”. L’esame dura cinque minuti e non è invasivo. Sia chiaro: è solo un esempio di come in futuro anche in aree a bassa densità di popolazione e senza grandi disponibilità di strumenti diagnostici, si potrà arrivare a riconoscere prima possibile quanto i “rifiuti” stanno intaccando il cervello. E magari, grazie a farmaci sempre più specifici e ad altre strategie immunitarie, rispondere per evitare che le sostanze tossiche si accumulino, trasformandosi nella nebbia che cancella affetti e ricordi.