Covid, che cosa sappiamo della variante delta. E come possiamo proteggerci

E' così tanto trasmissibile da aver annullato l'effetto "estate" che abbiamo avuto lo scorso anno. Perché dopo tre passaggi, la alfa infettava 27 persone, la delta 216
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La variante Delta, come sappiamo, è più contagiosa del ceppo originale del Sars-CoV-2: il suo valore R0, ovvero il numero medio di persone che un infetto può contagiare, è compreso tra 6 e 7, mentre lo R0 del ceppo iniziale era compreso tra 2 e 3. La differenza è notevolissima: con un R0 pari a 3, dopo tre passaggi (durante il primo i nuovi casi sono 3, e così via) il numero di infetti sale a 27, mentre si impenna a 216 quando lo R0 è pari a 6. Secondo il biostatistico Tom Wenseleers dell’Università di Leuven, uno dei primi scienziati a calcolare la trasmissibilità delle varianti alfa e delta, con un R0 pari a 6 sarà difficilissimo rallentare l’espansione del virus a meno che non si raggiungano alti livelli di vaccinati, considerando anche il fatto che i vaccini non superano il 90% di efficacia nel fermare l’infezione della variante delta (e sono efficaci al 96% nel prevenire l’ospedalizzazione), e quindi non tutti i vaccinati sono al sicuro. Ma pur nella necessità di non sottovalutare la variante delta, soprattutto pensando all’approssimarsi dell’autunno, è sembrato ingiustificato agli scienziati il paragone – uscito da una presentazione del CDC americano – tra la contagiosità della variante delta e quella della varicella, visto che la varicella ha un R0 ben superiore, pari a 10. Un errore dovuto a una sottostima della trasmissibilità della varicella e una sovrastima di quella della variante delta.

Variante delta: come cambia l’evoluzione della pandemia

La variante si sta trasmettendo a ritmi molto rapidi soprattutto tra i più giovani: nell’ultima settimana di luglio, infatti, negli Stati Uniti, ben il 20% del totale di nuove infezioni riguarda i bambini. Il fatto che la variante delta continui a propagarsi rapidamente anche in mesi come luglio e agosto ha colto di sorpresa molti esperti che pensavano si potesse ripetere un’estate relativamente tranquilla come quella del 2020. Ma è davvero arduo contenere una variante con un R0 così alto. Una novità importante – sottolineata da Ed Yong sull’Atlantic – è che mentre con le precedenti varianti il grosso della diffusione era attribuibile non all’infetto medio ma a dei “super diffusori” - e quindi, una volta individuati e isolati questi, si poteva ridurre la circolazione del virus – con una variante altamente trasmissibile come la delta, in pratica, non c’è più una grande differenza tra i superdiffusori e tutti gli altri. E quindi le misure mirate di contenimento hanno meno efficacia. Per questo ridiventano cruciali il distanziamento e l’uso delle mascherine: a tale proposito il CDC americano a fine luglio ha cambiato le sue linee guida, raccomandando anche alle persone con doppia vaccinazione l’uso di mascherine al chiuso nei luoghi pubblici.

Individui protetti ma comunità a rischio

Una distinzione utile a immaginare l’evoluzione della pandemia sotto il dominio della variante delta è quella che Ed Yong riporta sull’Atlantic: è vero che i singoli individui sono protetti dal vaccino, ma questo non significa che le comunità di individui, perfino quelle ad alto tasso medio di vaccinazione, siano altrettanto protette. Questo per via della distribuzione geografica e sociale delle persone, che fa sì che esistano dei sottogruppi di popolazione – spesso contigui geograficamente, socialmente e con legami di parentela – scarsamente vaccinati o non vaccinati affatto: sono questi gruppi le praterie che si aprono per la corsa frenetica del virus. La variante delta inoltre nei non vaccinati può causare forme più gravi di Covid rispetto alle altre varianti: lo suggeriscono due studi effettuati in Canada e in Scozia, nei quali si è visto che il rischio di ospedalizzazione è più alto per chi, non vaccinato, si infetta con la variante delta.

Efficacia dei vaccini contro la variante delta

Oltre ad essere due volte più trasmissibile, la variante delta finora si sta dimostrando anche più resistente ai vaccini. Un recente studio pubblicato sul New England Journal of Medicine confronta l’efficacia dei vaccini Pfizer e AstraZeneca relativamente alla variante delta. Dopo una sola dose del vaccino, l’efficacia è intorno al 30% per entrambi i vaccini (mentre per la variante alfa l’efficacia saliva al 48%). Dopo le due dosi del vaccino, l’efficacia di Pfizer contro la variante delta sale a 88% (contro il 93,7% di efficacia rispetto alla variante alfa) e l’efficacia di AstraZeneca sale a 67,0% (contro il 74,5% di efficacia rispetto alla variante alfa). E uno studio appena pubblicato su Science rivela che gli anticorpi di chi si è vaccinato con Moderna, resistono sei mesi, anche di fronte alle varianti che più preoccupano. 

Anche i vaccinati trasmettono il virus?

È un aspetto ancora da approfondire. Uno studio pubblicato da ricercatori del CDC su 469 nuovi infetti dopo alcuni eventi pubblici in una città del Massachusetts ha rivelato che per via della variante delta (rilevata nel 90% dei casi), il 74% delle infezioni ha coinvolto persone che avevano effettuato i due cicli di vaccinazione. Il CDC ha rilevato che sia i soggetti non vaccinati che quelli vaccinati presentano quantità simili di particelle virali nelle narici. Un dato che però è da bilanciare con il risultato di un secondo studio (non ancora in peer review) del National Centre for Infectious Diseases di Singapore, che mostra come le cariche virali, seppure paragonabili all’inizio dell’infezione, nei vaccinati si riducano più rapidamente per effetto della risposta più efficace del sistema immunitario. Comunque, seppure sia meno probabile che lo facciano, i vaccinati – per quanto si sa oggi – possono trasmettere il virus. E questo rafforza l’idea che misure come il distanziamento e le mascherine siano ancora opportune, anche per i vaccinati: insomma seppure siamo in estate, il “liberi tutti” è rischioso per via della variante delta. D’altra parte è vero anche che i vaccinati che dovessero infettarsi con la variante delta, oltre ad avere un rischio di ospedalizzazione abbattuto dall’effetto del vaccino, possono aspettarsi che l’infezione – e la conseguente guarigione - rafforzi le difese del proprio organismo in maniera complementare al vaccino, e quindi renda meno vulnerabili, potenzialmente, anche alle varianti che potrebbero emergere in futuro. Questo non significa affatto che, per i vaccinati, infettarsi deliberatamente sia un’opzione sul tavolo, perché i rischi permangono: in uno studio israeliano su 36 persone vaccinate che hanno contratto l’infezione, 7 hanno avuto sintomi persistenti per oltre sei settimane.

Immunità di gregge: difficile da raggiungere coi soli vaccini

L’ R0  della variante delta è così alto da richiedere, secondo stime del CDC, almeno il 90% della popolazione vaccinata. Una percentuale difficile da raggiungere. D’altra parte, però, la stessa maggiore trasmissibilità della variante potrebbe essere la risposta a questo problema, nel senso che l’aumentare del numero delle infezioni, e delle guarigioni, potrà contribuire a quella parte dell’immunità di gregge che non si riesce a raggiungere con i vaccini. Tutto sta, naturalmente, a contenere il più possibile il numero di ospedalizzazioni per evitare che in autunno il sistema sanitario torni ad essere sotto stress come è stato nel 2020. L’alta trasmissibilità della variante delta è anche il fattore che rafforza la previsione degli esperti sulla trasformazione del Sars-CoV-2 in un virus endemico, che continuerà a circolare tra la popolazione anche nei prossimi anni ma con effetti sempre più lievi sulle persone.