Covid, perché in Israele e Islanda dopo i vaccini i casi risalgono? È colpa della variante Delta

La nuova rubrica per rispondere ai dubbi dei lettori. Un modo per esaminare informazioni che a volte si rivelano bufale. Intervista a Flavia Riccardo, infettivologa e ricercatrice dell'Istituto Superiore di Sanità
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Una rubrica di Salute per rispondere ai dubbi dei lettori sul Covid. Un modo per esaminare notizie e informazioni  che a volte si rivelano bufale. Ecco la prima domanda arrivata alla redazione. Se avete qualche quesito da fare alla redazione scrivete a: salute@gedi.it.

La domanda

Buongiorno, ho letto volentieri il vostro articolo nella rubrica salute sui vaccini a mRna e ho pensato che un’altro articolo importante per aiutare la vaccinazione potrebbe riguardare la spiegazione del perché in Israele e in Islanda nonostante il gran numero di vaccinati la situazione sembra precipitare. Da ristoratore ho la fortuna di parlare ogni giorno con centinaia di persone e quando parlo con chi non si è vaccinato il primo esempio che porta a sostegno della sua tesi è quello di queste due nazioni.
Lettera firmata

La risposta

Se lo chiedono in molti: se il vaccino è efficace, perché in Israele c'è stato un nuovo aumento di casi? Proprio nel Paese con una campagna di profilassi tempestiva e capillare, tra le prime a mostrare risultati. L'immunità di gregge sembrava a un passo. A maggio le spiagge erano affollate, i locali di nuovo pieni, all'aria aperta le persone si muovevano senza dispositivi di protezione. Il dato più atteso il 23 aprile: 0 vittime in 24 ore, non succedeva da 10 mesi. Con un decreto del 15 giugno, via le mascherine anche al chiuso. Poi l'improvvisa risalita dei contagi legata alla variante Delta, e il cambio di direzione da parte del governo, appena 10 giorni più tardi, a cui si è aggiunto il rinvio della riapertura dei confini e il ripristino dei centri per tamponi che erano stati chiusi.

In Islanda, nazione dove il 91,2% delle persone con più di 18 anni ha ricevuto almeno la prima dose, dal 12 luglio c'è stato un rialzo dei casi giornalieri. In poco più di un mese il totale degli individui infetti dall'inizio della pandemia è salito di circa 2.100 unità. Per meglio interpretare questi fenomeni, ne abbiamo parlato con la dottoressa Flavia Riccardo, medico infettivologo e ricercatore presso l'Istituto Superiore di Sanità.

Come si spiega la risalita dei casi in Israele, che mesi fa sembrava vicino all'immunità di gregge?  

"La variante Delta del virus Sars-CoV-2, attualmente prevalente in Europa, presenta una trasmissibilità maggiore rispetto a quelle rilevate in precedenza. Ecco perché occorrono livelli di immunizzazione con completamento del ciclo vaccinale molto alti per acquisire, anche temporaneamente, l''immunità di gregge', ovvero un livello di immunizzazione tale da limitare in maniera drastica la circolazione del virus all'interno della popolazione. La diffusione della variante Delta in Israele è legata agli stessi fattori dei Paesi dell'Unione europea. L'aumento della trasmissibilità virale, della mobilità delle persone e della frequenza di eventi di aggregazione favoriscono la circolazione diffusa del virus Sars-CoV-2 in un contesto dove l'impatto della malattia in termini di gravità clinica e decessi è mitigato, ma non completamente eliminato, grazie alla vaccinazione". 

E in Islanda? 

"La situazione è analoga. Se guardiamo i dati pubblicati dall'Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), Paesi come Francia, Grecia, Lituania, Estonia, questa settimana hanno livelli di rischio più elevati della stessa Islanda". 

Oltre alla diffusione della variante Delta, hanno inciso la sospensione delle restrizioni (distanziamento, dispositivi di protezione, chiusura dei servizi)? 

"È una combinazione di fattori. L'efficacia dei vaccini ha permesso di gestire il fenomeno, senza chiusure drastiche delle attività. Tuttavia, non ha potuto evitare la circolazione diffusa del virus". 

Cos'è l'effetto paradosso? 

"In una popolazione con elevati livelli di vaccinazione, le infezioni nei soggetti completamente vaccinati diventano più numerose. Facciamo un esempio estremo: poiché l'efficacia della profilassi vaccinale non è mai del 100%, in una popolazione in cui tutti sono vaccinati, alcuni casi evidenziati saranno tutti nei soggetti vaccinati. Tuttavia, il fenomeno non va subito attribuito alla scarsa efficacia del vaccino. Quando questo è efficace, infatti, il dato si associa anche a una riduzione drastica di ospedalizzazioni e decessi, proprio nei soggetti vaccinati. Una tendenza sempre più frequente nelle fasce d'età con coperture vaccinali elevate, le più fragili e a maggior rischio di complicanze legate a Covid-19. A conferma di ciò, i dati di queste settimane mostrano come numero e incidenza per fascia di età di casi gravi e decessi nella popolazione non vaccinata siano più elevati rispetto a quelli osservati nella popolazione  vaccinata in modo completo".

Come interpretare i dati nel confronto tra vaccinati e non vaccinati per non perdere fiducia nella campagna di profilassi? 

"Non dobbiamo solo osservare i dati grezzi sul numero di casi per fascia di età, ma anche quelli di incidenza: al numeratore ci sono  i nuovi casi, le ospedalizzazioni o i decessi, al denominatore la popolazione di riferimento. Se confrontiamo le incidenze di casi, ospedalizzazioni e decessi nella popolazione non vaccinata e nella popolazione vaccinata in modo completo, osserviamo gravità e letalità più elevate nella popolazione non vaccinata".  

Negli anni dovremo abituarci a convivere con Sars-CoV-2 e le sue varianti? 

"È verosimile che il virus diventi endemico, come per altre infezioni respiratorie che siamo abituati a contrastare con la vaccinazione e la prevenzione attraverso i comportamenti. Tuttavia, man mano che l'immunità naturale e acquisita all'infezione aumentano insieme alle terapie specifiche disponibili, ci aspettiamo una riduzione graduale della gravità della malattia e del suo impatto su persone e servizi sanitari".