Covid, l'ultimo attacco del virus si chiama sottovariante D

(reuters)
Dalla ex indiana Delta, cinque ramificazioni scoperte dallo studio elaborato dall'Università di Tel Aviv. Il virologo Giovanni Maga: "Non è finita, ci aspettiamo nuove mutazioni"
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La variante Delta (indiana) che nel corso di questa estate ha "fagocitato" la Alfa (inglese), si sta suddividendo in sottovarianti, "sta mutando tenacemente e velocemente per sopravvivere", spiegano i virologi. Ma ora, uno studio pre-print (pronto per la pubblicazione su una rivista scientifica), prodotto da Israele - Università di Tel Aviv - spiega anche come queste sottovarianti si chiamano e come collocarle.

Cominciando con il dare il nome alla più pericolosa, quella che stiamo conoscendo e che, quanto a velocità, batte le precedenti (ora è diffusa al 99%). È la sottovariante D, una delle cinque che lo studio individua. La D è la più agguerrita ma, potrebbe non essere l'unica in grado di emergere. "Probabilmente il virus mostrerà altre facce - spiega Giovanni Maga, direttore del Cnr di Pavia - . Rispetto alla Delta del primo momento, quella circolante è cosa diversa, più impattante. Cosa potrà accadere? Non è finita, ci aspettiamo nuove mutazioni".

Lo studio israeliano

La ricerca che porta la firma dell'Università di Tel Aviv, depositata sulla piattaforma medRxiv, individua 5 sottovarianti della Delta: A,B,C, D, E. "Il virus Covid continua a mutare, ma tra le varianti la Delta, ultima arrivata, si sta già suddividendo - conferma Maga - . Al momento, si riconoscono dal punto di vista genetico 5 sottovarianti, e il sottotipo D è quello dominante. Le differenze tra la Delta originale e quest'ultima sono troppo poche per parlare di cosa del tutto nuova". Ma a quali differenze dobbiamo guardare? "Rispetto alla Delta del primo momento stiamo sicuramente parlando di una cosa diversa - prosegue il virologo - . Il riferimento va ad alcune mutazioni nelle proteine, sulle quale la ricerca è aperta: bisogna capire come queste differenze abbiano dato vantaggio al virus. Le proteine sono composte da tanti mattoncini, gli aminoacidi. E, in base a come sono collocati, come avviene per le costruzioni Lego, cambia la forma della variante, che di conseguenza svolge un lavoro diverso: può funzionare peggio o meglio, nel secondo caso ha un vantaggio sulle altre e quindi prevale. Il processo che ha portato alla luce la sottovariante D è stato questo".

L'evoluzione delle sottovarianti Delta

Ora che la sottovariante D della Delta si è fatta strada ci si può chiedere legittimamente se possa continuare a prevalere sulle altre. "Ciò che sappiamo è che adesso prevale - conferma Maga - . In sostanza è frutto del processo che guida l'evoluzione del virus: la variante più forte può continuare a contagiare a meno che non ne arrivi una nuova. Ma, più ci si vaccina e meno varianti avremo all'orizzonte". Il meccanismo è semplice. Sotto il nome Delta collochiamo specie uguali, ma contestualmente il virus si dirama in tante sottovarianti. Riuscirà a circolare solo quella che riesce a contagiare di più: o perché si trasmette meglio, o perché il sistema immunitario non controlla bene la possibile infezione".

Presente in India già ad aprile

Lo studio israeliano indica che già in India, ad aprile, quando venne scoperta, la variante Delta era presente nelle cinque versioni. La sottovariante D avrebbe iniziato a prevalere a maggio. "Le mutazioni che presenta rispetto al ceppo originario non erano prevedibili perché sono casuali - conclude Maga - . Le mutazioni si verificano ogni volta che il virus si duplica e ne genera di nuovi: è un processo continuo. Quando se ne presta una che dà un vantaggio, quindi particolarmente aggressiva, per diffondersi occorre che trovi persone con scarsa immunità. Non a caso la Delta è nata in India, Paese affollato, con poca popolazione vaccinata e con misure igieniche scarse".

La Delta raddoppia il rischio di ricovero

Intanto, da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet emerge un altro dato-conferma preoccupante sulla variante Delta: comporta un tasso di ospedalizzazione sostanzialmente raddoppiato.

La ricerca britannica, condotta da ricercatori della Public Health England e dell'Università di Cambridge, è la più sistematica finora sul tema. Ha analizzato più di 40mila casi confermati dal sequenziamento in Inghilterra tra il 29 marzo e il 23 maggio 2021. La probabilità di aver bisogno di ricorrere al Pronto Soccorso o di ricoverarsi è stata fino a 1,5 volte maggiore per le persone infette dalla Delta rispetto a quelle colpite da Alfa.

L'età media delle persone analizzate per lo studio era bassa (31 anni), quindi avrebbe di per sé comportato rischio minore. La variante Delta, invece, aveva infettato pazienti di un'età media leggermente inferiore rispetto alla Alfa. La maggior parte dei soggetti (in entrambi i gruppi, sia Alfa che Delta) non era vaccinata: solo il 26% di casi aveva la prima dose e il 2% aveva la seconda dose.

I vaccini come boa di salvataggio

I ricercatori mettono in guardia soprattutto contro l'aumento del rischio di ospedalizzazione tra le persone non vaccinate o parzialmente vaccinate. Lo studio potrebbe aiutare a spiegare perché i ricoveri negli Stati Uniti sono più di 100mila nell'ondata causata dalla Delta rispetto alla terza ondata, quando non c'erano vaccinazioni, e la più alta percentuale di bambini che vengono ricoverati. Va ricordato che la Delta porta ad effetti ben più consistenti rispetto alle precedenti varianti: induce nelle prime vie aeree una carica virale almeno mille volte superiore alla precedente Alfa, una carica capace di provocare malattia nei polmoni, ma che viene bloccata dall'effetto delle vaccinazioni. Gli anticorpi indotti dall'immunizzazione, infatti, iniziano la loro azione all'interno del corpo a livello polmonare e ci mettono più tempo a offrire protezione a livello delle vie aeree di naso e bocca, ecco perché i vaccini sono meno efficaci rispetto alla contagiosità, ma lo sono molto bene rispetto alla malattia da Covid.