Dalla contraccezione alla menopausa, passando per la maternità: la salute delle donne post Covid

La ripresa passa anche dall'identità di genere: 23 esperti a confronto a Roma 
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La ripresa post-Covid passa anche attraverso la salute delle donne e la parità di genere tant'è vero che una delle 'priorità trasversali' del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) messo a punto dal Governo italiano riguarda proprio questi aspetti insieme a quelli della sostenibilità e delle cronicità. Secondo una ricerca condotta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, un’adeguata gestione della salute delle donne potrebbe contribuire con 12 trilioni di dollari al Pil globale nel 2040. Ogni dollaro speso in interventi per la salute riproduttiva, materna, neonatale e infantile, può generare 20 dollari in benefici economici. Inoltre, si stima che le donne guidino, nell’80% dei casi, le decisioni di salute della famiglia. Promuovere la salute e il benessere delle donne, dunque, significa avere un impatto anche su tutta la famiglia.

Salute femminile e crescita economica

L'emergenza Covid-19 ha avuto effetti pesanti su tutti, ma ha aggravato ancora di più la condizione delle donne e non soltanto sul fronte del lavoro (secondo i dati Istat, in Italia su 101.000 occupati in meno, 99.000 sono donne), ma anche sulla loro salute visto che c'è stata un'inevitabile riduzione dei servizi di tutela e cura della salute della donna: 54% di esami ginecologici in meno, -34% di nuovi trattamenti, circa 130.000 cicli contraccettivi in meno e un incremento medio di 45 giorni di attesa per una visita ginecologica. "Abbiamo assistito ad un ritardo diagnostico per alcune patologie in quanto sono stati eseguiti meno controlli, meno check-up, meno screening. Molti interventi chirurgici sono stati annullati o rinviati", ha detto Giovanni Scambia, direttore scientifico di Fondazione Gemelli e presidente della European Society for Gynaecological Endoscopy, intervenendo in un incontro scientifico e istituzionale organizzato a Roma da Organon. "È probabile che a breve termine assisteremo ad un incremento dei casi in fase più avanzata e comunque il Sistema Sanitario entrerà in stress per recuperare le criticità conseguenza della pandemia".

 

Infertilità, la tempestività della diagnosi

La promozione della salute femminile passa attraverso un cambiamento culturale profondo che in Italia ancora non si vede e che dovrebbe riguardare le varie fasi della vita di una donna, a partire dall'adolescenza, quando si inizia a prendere confidenza con la propria sessualità. Secondo i dati dell'Atlante europeo della contraccezione, l'Italia è al 26° posto in Europa per accesso ed informazione alla contraccezione e l'accesso ai vari possibili strumenti di prevenzione di una gravidanza o di una malattia sessualmente trasmissibile è circoscritto ad appena il 16% delle donne in età fertile. "Le donne in Italia conoscono e utilizzano poco la contraccezione ormonale", ha spiegato Franca Fruzzetti, presidente della Società Italiana Contraccezione (Sic). "In questi mesi, i riflettori sono stati accesi sugli effetti tromboembolici associati all'utilizzo di contraccettivi a seguito della vaccinazione anti-Covid-19. Ma non vi sono evidenze sul ruolo dell'estroprogestinico e di tutte le terapie ormonali nell'insorgenza di un evento tromboembolico".  Non va bene neppure sul fronte opposto, quello della natalità visto che l'emergenza Covid ha peggiorato lo scenario: gli ultimi dati Istat mostrano, per il 2021, un calo del 3,8% delle nascite rispetto al 2020, nuovo minimo storico di nascite dall'Unità d'Italia. 

 

A far diminuire le nascite è stato anche il completo lockdown dei Centri di Procreazione Medicalmente Assistita (Pma) per oltre 5 mesi durante l'emergenza Covid-19 con un impatto di -1500 nuovi nati con queste tecniche. In Italia oggi i problemi di fertilità interessano circa il 20% delle coppie (1 su 5), rispetto al 10% di circa 20 anni fa, ma le coppie tardano sempre più a cercare un aiuto. Negli ultimi anni, infatti, un terzo dei trattamenti di Pma è stato eseguito in coppie in cui la donna ha più di 40 anni, con ricadute negative sul tasso di natalità. "Nel 1965 in media le donne italiane arrivavano al primo parto a 23 anni, nel 2015 l'età media era di 32,3 anni. Nel 2017 oltre il 70% delle donne che si sono sottoposte a un trattamento di fecondazione assistita era over 35", ha fatto notare Filippo Maria Ubaldi, presidente Società Italiana di Fertilità e Sterilità-Medicina della Riproduzione (Sifes). "La possibilità di ottenere, anche in vitro, embrioni evolutivi si riducono significativamente soprattutto dopo i 40 anni e le chance che gli embrioni ottenuti siano cromosomicamente normali si riducono già dopo i 35 anni".

 

Trent'anni di vita in menopausa

L'altra fase della vita di una donna su cui puntare per la prevenzione è quella della menopausa soprattutto perché l'aspettativa di vita oggi è di 84-85 anni. Questo significa che una donna trascorre in menopausa circa 30 anni, ma solo il 7% delle italiane ricorre alla terapia ormonale sostitutiva per trattare i sintomi della menopausa, in particolare quelli di tipo neurovegetativo (come vampate, disturbi del sonno, sudorazione notturna) e prevenire le complicanze cardiovascolari sul lungo periodo, oltre che beneficiare di una migliore qualità di vita. "La transizione tra la vita fertile e la menopausa dura in media 4-5 anni ma in molte donne i sintomi che accompagnano questa fase possono durare anche più a lungo", ha spiegato Angelo Cagnacci, presidente Società Italiana di Menopausa (Sim). "Gli strumenti per aiutare la donna ad affrontare al meglio questo lungo periodo ci sono e di diverso tipo, ma la terapia ideale è un basso dosaggio di terapia ormonale sostitutiva per un ragionevole numero di anni, almeno 5 riducendo gradualmente il dosaggio e valutando annualmente la donna".

 

Purtroppo, l'incidenza dei tumori nelle donne è in aumento. Secondo gli ultimi dati Aiom, nel 2020 si sono registrati circa 6.000 nuovi casi in più rispetto all'anno precedente. In totale sono oltre 1 milione e 922 mila le pazienti che oggi vivono con una neoplasia. E tra i tumori femminili, quello del seno e quello dell'ovaio sembrano avere un impatto maggiore sulla sfera emotiva. "Il peso sociale dei tumori femminili - ha dichiarato Saverio Cinieri, presidente eletto dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) - è molto elevato: decine di migliaia di donne si ammalano ogni anno di tumore della mammella, dell'utero e dell'ovaio e quando si ammala una figlia, una madre, una moglie di cancro è come se si ammalasse l'intera famiglia. Per cui i numeri, in termini di peso sociale, triplicano". Il genere gioca un ruolo anche in quest'ambito come ha fatto notare Stefania Gori, presidente di Fondazione Aiom e della Rete Oncologica Pazienti Italia (Ropi): "L'influenza del sesso e del genere sulla patogenesi delle malattie neoplastiche viene sempre più considerata: dalle differenze negli stili di vita a quelle nell'incidenza e mortalità delle varie malattie oncologiche e nella risposta alle terapie e nelle reazioni avverse ai farmaci, fino alle problematiche relazionali, psicologiche, sociali differenti tra uomini e donne colpiti da tumore".

 

L'80% del Fondo Sanitario Nazionale per le malattie croniche

L'allungamento dell'età si porta dietro un altro problema che riguarda tutti e non soltanto le donne: quello delle cronicità. In Italia sono 24 milioni i pazienti con malattie croniche non trasmissibili, tra cui tumori, patologie cardiovascolari e osteoarticolari, che assorbono circa l'80% del Fondo Sanitario Nazionale. Le malattie croniche non trasmissibili sono responsabili del 93,3% dei decessi e del 90,2% dei DALY (Disability-adjusted life year: valore che esprime il numero di anni persi a causa della malattia). L'emergenza di Covid-19 ha avuto un impatto negativo anche sulla continuità terapeutica nella gestione territoriale delle malattie croniche.