Covid, terza iniezione ma non per tutti. E dosaggio dimezzato

(agf)
La decisione inglese di procedere con il booster su tutti gli over 50 è basata sulla speranza e non sui dati. La proposta: ridurre il dosaggio consentirà di mandare le fiale nei paesi poveri: se non lo facciamo da lì arriveranno nuove e più pericolose varianti
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Membro dell'American Academy of Microbiology e ** Ordinario di Malattie Infettive, Università Cattolica, Roma
 

Qualche giorno fa il Regno Unito ha deciso di sposare l'idea della terza dose e rivaccinare con il vaccino Cominarty (Pfizer-BionTech) tutte le persone sopra i 50 anni, oltre a procedere alla vaccinazione primaria negli adolescenti dai 12 ai 16 anni, cosa, quest’ultima, che aveva escluso fino al giorno prima perché mancavano dati sul rapporto rischio/beneficio del vaccino in questa fascia di età.

Il caso britannico merita di essere approfondito: perché questa decisione sulla terza dose? Sulla base di quali nuovi dati? Perché si procede così quando ancora ieri si dava per certo che i vaccinati con due dosi ben resistono alla variante Delta in termini di ospedalizzazione e malattia grave (attorno al 90% di protezione) nonostante la progressiva diminuzione del titolo anticorpale? Qualche collega ci suggerisce che dipende dai dati israeliani. Possibile, ma crediamo che dipenda soprattutto dai dati inglesi: ma quali?

In realtà  gli inglesi hanno i dati iniziali di un Programma di ricerca chiamato COV-BOOST, in cui vengono saggiate sicurezza ed efficacia di una terza dose di sette diversi vaccini,  quelli già usati nel ciclo vaccinale primario ed altri ancora non autorizzati dall’Ema e dalla Fda e crediamo neanche dalla loro agenzia Mhra. Si tratta, fra i tanti, di Novavax e CureVac, quest’ultimo peraltro caratterizzato da una scarsa efficacia nel trial clinico di fase 3.  Immaginiamo quindi che, come in Israele, i dati ottenuti finora dal COV-BOOST indichino un beneficio della terza dose non solo nel recuperare un livello soddisfacente di risposta anticorpale ma anche nel contrastare l’insorgenza di infezioni nei vaccinati da parte della più che perfida variante Delta di Sars-CoV-2.

La Virtu’

Adesso, però, togliamo lo sguardo dal dito e passiamo a guardare la luna. Tutti, comprese le stesse Autorità sanitarie britanniche, sanno e ribadiscono a piè sospinto che non ne usciamo dalla pandemia, se non vacciniamo anche i cittadini di tutti i Paesi del mondo, se non aggrediamo le enormi diseguaglianze esistenti nella disponibilità dei vaccini. Risolvere queste disuguaglianze non attiene solo all’etica ed alla solidarietà fra i popoli, si tratta anche di ragioni scientifiche e pratiche. Se consentiamo al virus di infettare liberamente miliardi di persone dei Paesi poveri potremmo presto trovarci di fronte ad una variante contro la quale i vaccini di cui disponiamo, compresi i sette del COV-BOOST, sono del tutto inefficaci.

Le ultime tre varianti, Delta, Lambda e Mu (quest’ultima, secondo dati preliminari di Autori giapponesi, pare sia più resistente agli anticorpi neutralizzanti della stessa Delta), non sono nate da noi ma in India, Perù e Colombia. Come molto recentemente affermano Philip Krause (e collaboratori) su The Lancet e Owen-Shafer (e collaboratori) su Jama, l’uso massivo nelle popolazioni dei Paesi ricchi delle terze dosi non farà altro che esacerbare la scarsa disponibilità di prime dosi vaccinali nei Paesi poveri, ritardando e rischiando anche di vanificare quel pur comune impegno ad aumentare detta disponibilità attraverso il Progetto Covax.

Owen -Shafer è un bioeticista, Philip Krause un eminente ricercatore dell’Fda, una persona che ha immensamente contribuito per molti anni all’approvazione di vaccini sicuri ed efficaci negli Stati Uniti ed altrove. Si è dimesso pochi giorni fa. I motivi non li dice ma se si legge bene quello che ha scritto su The Lancet è facile immaginarli: verosimilmente pressioni da più parti per far approvare rapidamente la terza dose in assenza di solidi dati che ne dimostrassero efficacia e sicurezza. Ma crediamo anche per la grave disparità rispetto a quanto sta accadendo in altri Paesi che non riescono neanche a vaccinare i pochi operatori sanitari che hanno e sono in prima linea contro la malattia. Sono Paesi devastati da altre e tremende malattie come Aids, malaria e tubercolosi che, in un contesto pandemico quale l’attuale, che impegna tutte le loro poche risorse, non sono più adeguatamente sorvegliate e trattate, ed i cui nefasti effetti, come Hogan e collaboratori prevedono in un recente articolo su Lancet Global Health, si vedranno nei prossimi anni, anche in Paesi non propriamente poveri. Proponendo quindi l’uso generalizzato della terza dose, siamo non solo nel dubbio etico ma forse anche nell’imprevidenza: a fronte di quella che rimane, senza specifica evidenza, una speranza, come sostenuto dal direttore dei CDC americani, ci carichiamo al contempo di un futuro incerto e potenzialmente assai pericoloso.

La proposta

Molti dicono: perché non fare l’una e l’altra cosa insieme, fare noi la terza dose e mandare vaccini a loro? La risposta è che non si riesce perché non ci sono dosi sufficienti di vaccini   per fare le due cose insieme. Non si può. Allora la domanda che ci dobbiamo porre è se non sia giusto e corretto aspettare almeno l’approvazione di altri vaccini prima di fare la terza dose indiscriminatamente a tutti e non solo ai soggetti fragili. Alcuni di questi, tipo il Coronavac, sono all’attenzione dell’Ema ed è possibile che vengano autorizzati anche da noi oltre che in Cina ed altrove. Ci permettiamo anche di suggerire alle aziende produttrici e agli Organismi regolatori che ridurre a metà, come ha fatto Moderna, la dose necessaria per il booster ha senso sia immunologico che ai fini della sicurezza: quando si fanno ripetuti richiami, la probabilità che la dose effettiva possa essere abbassata anche di parecchio senza che si perda  potenza immunologica è alta.

In un report di qualche tempo fa pubblicato su Nature, un quarto delle dosi del vaccino Moderna attualmente in uso stimolava comunque una buona risposta anticorpale e cellulare. E’ presumibile che metà della dose attuale, data come richiamo a distanza delle prime due dosi, possa contribuire ad alzare il livello di protezione dalla malattia. Va ovviamente sperimentato per ogni vaccino, ma questa sperimentazione richiederebbe pochi soggetti e sarebbe velocissima. Usare per la terza dose metà o anche un quarto della dose vaccinale attuale consentirebbe di risparmiare subito centinaia di milioni di dosi e favorire la disponibilità del vaccino per altri. Per quanto detto sopra, aspettare qualche mese prima di fornire la terza dose a soggetti sani quando gli stessi responsabili della Sanità pubblica inglese ancora sostengono che l’efficacia delle due dosi vaccinali contro la malattia grave in tali soggetti rimane alta, di poco sotto il 90%, sarebbe non pericoloso ma saggio e lungimirante.