Tumore al seno aggressivo: potenziare la terapia per una paziente su 10

(Crediti: National Cancer Institute via Unsplash)
(Crediti: National Cancer Institute via Unsplash) 
Uno studio della Fondazione Periplo mostra che il 10% delle pazienti con il tipo di tumore HER2+ ha una recidiva a sei anni dalla fine della cura, nonostante la diagnosi precoce e i migliori trattamenti oggi disponibili
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Quand'è che il rischio diventa "inaccettabile"? È difficile, se non impossibile, dare una risposta. Perché se è vero che il rischio può essere calcolato ed espresso con un numero - una percentuale, cioè la probabilità che succeda ciò che non si vorrebbe - entra comunque in gioco la percezione personale. Così un rischio del 5% che il tumore al seno si ripresenti dopo l'intervento può essere ritenuto insostenibile da una donna, mentre per un'altra può essere accettabile rispetto alla prospettiva di affrontare ulteriori terapie. La valutazione - ci insegnano gli psiconcologi - viene fatta da ciascuno sulla base del proprio vissuto, dei propri valori, delle proprie aspettative, e non può essere ovviamente giudicata. La scienza, insomma, c'entra poco.

Considerare il rischio limite

Ma se volessimo farcela entrare, qual è il rischio che gli oncologi dovrebbero considerare come limite, oltre il quale è importante comunicare alla paziente - e a chi tiene le borse della spesa sanitaria - la necessità di fare altre cure per evitare che il cancro possa tornare? A questa domanda ha cercato di rispondere un'analisi dei dati ad oggi disponibili nella letteratura medica per un tipo di tumore al seno aggressivo, quello chiamato HER2-positivo. L'indagine è stata condotta dalla Fondazione Periplo, che ha istituito un gruppo di lavoro composto da clinici e ricercatori proprio per capire quali e quante pazienti con tumore mammario HER2+ presentino un rischio di recidiva sufficientemente elevato da giustificare l'utilizzo di nuove terapie.

 

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Tre categorie di pazienti più a rischio

Ebbene, questi dati mostrano che circa il 10% delle pazienti con un tumore al seno HER2 positivo, anche se con una diagnosi in fase precoce e trattate con secondo i migliori standard oggi disponibili, hanno una recidiva entro 6 anni. "Abbiamo identificato tre gruppi di pazienti con tumore al seno HER2+ che ricadono in questa casistica", spiega Paolo Pronzato, direttore dell'Oncologia Medica 2 presso l'Ospedale Policlinico San Martino Genova - Irccs e coordinatore Rete Oncologica Liguria: "Le pazienti con linfonodi positivi che ricevono la terapia post-operatoria, con un rischio che dipende dal numero di linfonodi coinvolti; le pazienti che, dopo aver ricevuto una terapia pre-operatoria, presentano ancora un residuo di malattia (ossia, il tumore non scompare del tutto con i farmaci somministrati prima dell'intervento, ndr.); le pazienti che, pur non presentando un residuo di malattia dopo la terapia pre-operatoria, avevano un tumore iniziale più grande di 5 centimetri. In queste tre categorie bisogna puntare ad un potenziamento della terapia, perché si ha un rischio di recidiva e di metastasi maggiore del 10%, il valore che abbiamo individuato come soglia. Parliamo di poche centinaia di casi ogni anno, che però potrebbero avere la possibilità di guarire".

Come migliorare la prognosi

Ma in che modo è possibile potenziare la terapia? "Da una parte - risponde Pronzato - favorendo la partecipazione di queste pazienti a studi clinici sui nuovi farmaci anti-HER2 oggi utilizzati solo quando il tumore è già metastatico. Dall'altra, facendo ricorso a farmaci già approvati in Europa per il carcinoma mammario HER2+ iniziale, ma non ancora rimborsati in Italia, come pertuzumab in fase pre-operatoria o neratinib in post-operatoria, che possono essere resi disponibili per uso nominale o attraverso altri programmi di accesso".


Negli ultimi anni c'è stata un'accelerazione nello sviluppo di farmaci anti-HER2 e oggi da questo tumore nella maggior parte dei casi si guarisce. Paradossalmente però, proprio l'efficacia e la varietà delle terapie disponibili pone gli oncologi di fronte a scelte complesse. "Anche le autorità regolatorie hanno le stesse difficoltà ad individuare quali pazienti necessitano di terapie ulteriori. Ed è per questo che abbiamo creato un gruppo di lavoro per realizzare questo studio", sottolinea Pierfranco Conte, presidente della Fondazione Periplo, coordinatore Rete Oncologica Veneta e direttore scientifico dell'Ospedale San Camillo Irccs di Venezia Lido.

Ripensare la sostenibilità del sistema sanitario

Nel prossimo futuro, per distinguere sempre meglio i tumori HER2+ che hanno bisogno di un trattamento più aggressivo potrebbero venire in aiuto anche i test genomici (oggi disponibili solo per i tumori ormonali HER2-). Tutte queste considerazioni pongono, ovviamente, il tema della sostenibilità. Ma non è l'innovazione a essere insostenibile, sostiene Conte: lo è il modo in cui oggi è finanziato il sistema sanitario nazionale. "Oggi si guarda solo all'aumento della spesa farmaceutica senza andare a vedere quanto l'uso di terapie innovative diminuisca, per esempio, gli accessi in ospedale e i ricoveri, o le terapie per un tumore divenuto cronico", spiega l'esperto: "Bisogna invece ritarare la sostenibilità sulla presa in carico complessiva del paziente. E per farlo, il primo passo è definire il percorso di cura".



Perché se è vero che i farmaci sono importanti, alla guarigione contribuisce molto altro: l'assistenza, il tempismo, il sostegno psiconcologico e la valutazione di bisogni specifici, nelle pazienti più anziane come in quelle più giovani. "L'accesso equo alla terapia più adeguata è essenziale - conclude Pronzato - come lo è il modo in cui questa viene erogata".