Allergia al latte vaccino, quando i bambini che ne soffrono sono davvero troppi

Allergia al latte vaccino, quando i bambini che ne soffrono sono davvero troppi
Diagnosi sovrastimate, dieci volte più casi di quanti ce ne aspetteremmo. Il motivo? Diagnosi frettolose, che portano subito all'esclusione del latte. E a privilegiare gli alimenti speciali, il cui consumo è in forte crescita
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L'allergia al latte di mucca riguarda l'uno per cento dei bambini europei, nei primi due anni di vita. Assieme a quella alle uova è la più frequente, in questa fascia d'età. I numeri dicono però che si tratta di un problema comunque raro, se tutte le diagnosi fossero completate in maniera corretta. Cosa che non sempre accade. Con un duplice effetto. Un'incidenza del disturbo superiore a quella effettiva. E troppi bambini che non consumano latte, yogurt e formaggi in un periodo della vita in cui questi alimenti giocano un ruolo importante anche nel percorso di crescita.

Allergia al latte vaccino: l'importanza di una corretta diagnosi

Il tema della sovradiagnosi dell'allergia alle proteine del latte - da non confondere con l'intolleranza al lattosio: la cui reazione non coinvolge il sistema immunitario ed è diretta contro uno zucchero - non è nuovo. A confermarlo sono i dati riportati in un articolo pubblicato sulla rivista Clinical and Experimental Allergy, in maniera indiretta. I ricercatori - coordinati da Robert Boyle, allergologo pediatra dell'Imperial College di Londra - hanno evidenziato come le prescrizioni di alimenti speciali per lattanti siano aumentati negli ultimi anni in nazioni quali l'Inghilterra, la Norvegia e l'Australia.

Tassi dieci volte superiori a quanto atteso

"Con tassi di oltre dieci volte superiori a quelli che ci si aspetterebbe per il numero di bambini realmente affetti da un'allergia al latte". Dati sovrastimati, frutto secondo gli esperti di un eccesso di diagnosi. A determinarle, la tendenza a limitare la valutazione ad alcuni sintomi sospetti, ma non sufficienti per accertare un'allergia al latte vaccino. Indicazioni che da sole - il pianto eccessivo, il rigurgito del latte, la diarrea - in molti casi portano invece gli specialisti a indurre l'esclusione dalla dieta di un alimento prezioso per lo sviluppo di un bambino. Da qui l'idea di avviare un confronto tra esperti indipendenti - senza alcun vincolo con le aziende che producono latti speciali - per fare il punto della situazione e avanzare delle proposte per limitare le diagnosi.

Quando un bambino è allergico

A determinare la reazione immediata dopo l'ingestione di un alimento sono quasi sempre le IgE, anticorpi che si attivano contro la componente non tollerata di un alimento. Nel caso del latte vaccino, le proteine in questione sono tre: la caseina (la più reattiva), l'alfa-lattoalbumina e la beta lattoglobulina. I sintomi a cui prestare attenzione, come riassunto in un altro lavoro pubblicato sulla rivista Jama Pediatrics, sono sostanzialmente una crescita incerta, il pianto frequente, l'orticaria, l'angioedema, i disturbi gastrointestinali (coliche, sangue nelle feci, vomito con bile) e respiratori (rinite e asma, seppur rari). Ma si tratta di "spie", che prese singolarmente non bastano mai a completare la diagnosi. Ragion per cui - una volta riscontrata la riproducibilità e la specificità dei sintomi sempre nei minuti successivi all'ingestione di latte - occorre approfondire le indagini. Il riferimento per i genitori è il pediatra di libera scelta.

Serve il prick test da contatto

Una volta visitato il bambino e ricostruita la storia (allergica) familiare, il primo passo prevede che venga eseguito il prick test, nel quale una goccia di alimento viene messa a contatto con la pelle per verificare la presenza di una reazione cutanea. Solo in casi selezionati può essere necessario valutare la presenza nel sangue delle immunoglobuline tipiche degli allergici, che possono comunque non essere presenti nei casi di allergia cosiddetti non IgE-mediata: caratterizzata da una comparsa dei sintomi non sempre corrispondente all'ingestione del latte, da cui la possibile negatività al prick test. Per la certezza della diagnosi, in ogni caso, è necessario il test di provocazione orale, che prevede la somministrazione dell'alimento "sospetto" sotto il controllo del medico: sia per valutare i sintomi che compaiono subito dopo sia per far fronte a eventuali complicanze (talora anche gravi). 

Come comportarsi con un esame positivo?

La terapia di prima scelta di tutte le allergie alimentari consiste nell'eliminazione dell'alimento dalla dieta. La dieta di esclusione ha comunque quasi sempre un inizio e una fine. Entro i tre anni di vita, 9 bambini su 10 risolvono il problema e possono tornare a consumare il latte vaccino, i suoi derivati e i prodotti che lo contengono come ingrediente. Non prima di aver nuovamente sottoposto il paziente al prick test e al test di provocazione orale. Nel mentre, raccomandano gli esperti, "l'allattamento al seno dovrebbe essere comunque portato avanti".

Più allergici se non si è preso il latte della mamma

L'allattamento da parte della madre è infatti da considerare sempre una protezione in più, nei confronti delle allergie alimentari. E tanto più è prolungato, meglio è. A ciò occorre aggiungere che, per quanto rari, questi disturbi vengono riscontrati quasi sempre nei bambini alimentati fin dai primi giorni con il latte artificiale. Altra indicazione che emerge dal lavoro: una mamma che nutre il proprio bambino non è tenuta a escludere latte, yogurt e formaggi dalla propria dieta. Se l'allattamento non è una soluzione, invece, il latte deve essere sostituito dagli "idrolisati spinti": prodotti di origine vaccina o vegetale (riso, soia) acquistabili soltanto in farmacie e parafarmacie, in cui le proteine sono scisse in peptidi talmente piccoli da non essere riconosciuti dal sistema immunitario.

La dieta: come cambia prima e dopo i 12 mesi

Una scelta da raccomandare entro il primo anno di vita, sempre sotto il controllo di un nutrizionista pediatrico che possa valutare anche la qualità complessiva della dieta. Il rischio, infatti, è rappresentato da alcuni possibili squilibri. Da qui l'invito alla cautela nell'uso di formule sostitutive, che possono "alterare il gusto del bambino", "determinare una carenza di alcuni micronutrienti" e "favorire un apporto eccessivo di zuccheri liberi utilizzati al posto del lattosio: con il rischio conseguente di carie, sovrappeso e obesità".

No ai "latti" vegetali

Nelle forme più gravi, ma sempre dietro il consiglio di un allergologo pediatra, si può ricorrere anche alle miscele di amminoacidi liberi, più digeribili. Sono invece da escludere tutte quelle bevande di origine vegetale che spesso chiamiamo latti, ma che tali non sono: a base di mandorla, riso e soia. I bambini con più di un anno allergici al latte e che necessitano di un sostituto del latte materno dovrebbero invece assumere "formule fortificate con il calcio o anche latti di asina o di cavalla, che hanno una bassa reattività crociata con quello di vacca".

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